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Politica internazionale

Desperate White Housewife

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Quanto è disperata Hillary? Quali sono i sondaggi veri? È davvero avanti di 5-6 punti, circostanza che dovrebbe solo suggerire un’attenta e prudente gestione della campagna per l’ultimo mese e non una corsa pancia in terra, affannosa e rabbiosa, come sembra dimostrare l’ultimo fine settimana all’insegna del “tutti contro Donald”? Si va molto lontano dal vero se si dice che, a partire da giovedì scorso, c’è stato un tentativo di coup, di golpe, di putsch orchestrato dal partito del politicamente corretto contro il candidato “Repubblicano”? Democratici e Repubblicani “per bene”, compreso il possibile futuro vicepresidente, contro il candidato evidentemente sempre più corpo estraneo del “suo” partito. La richiesta di impeachment preventivo che passerebbe sopra ai 14 milioni di voti raccolti nelle primarie, alla secolare tradizione politica di selezione dei candidati e, in caso di denegata vittoria di Donald, ad una situazione di spaccatura e ostilità che getterebbe la superpotenza in uno stato di instabilità politica mai vista. Complimenti: se si è disposti a tanto, vuol dire che gli interessi in gioco sono immensi.

Dopo le elezioni austriache, la Brexit, il referendum colombiano possiamo dubitare legittimamente dell’attendibilità dei sondaggi che, sempre più chiaramente, non sono volti a fotografare semplicemente gli orientamenti degli elettori ma ad indirizzarli e canalizzarli complice un sistema mediatico totalitario ed unilaterale che ha raggiunto i livelli di pervasività che erano dei regimi del socialismo reale. L’attacco concentrico a Trump, basato su improbabili commenti fatti nel 2005 (!),  da un uomo che era lontanissimo dal proporsi alla presidenza, in un contesto che doveva essere privato e che invece sono stati carpiti, conservati e riprodotti 11 anni dopo, che ha visto protagonisti non solo i democratici ma anche settori deviati di un Partito Repubblicano che preferisce implodere ed annichilirsi piuttosto che mettersi di traverso alla vincitrice obbligata, con il sostegno di un sistema mediatico in cui i primi 100 (cento) quotidiani sono pro-Hillary senza considerare le reti televisive, rappresenta più che un segno di forza un’ammissione di disperazione per una campagna elettorale che, sotto la superficie, si sa forse non andare bene.

Moglie del miglior presidente americano dell’epoca moderna, senatrice di New York, ministro degli esteri sotto il primo Obama, prima candidata donna alla presidenza, con un CV curato per una vita per arrivare a questo momento, Hillary vincerà (se vincerà) non per meriti propri ma per demeriti dell’avversario, veri, inventati e pompati. Quella che doveva essere una cavalcata trionfale sottolineata dal consenso del mondo per bene, politico e non, americano e non, si sta trasformando in una via crucis che rischia di farne un’anatra zoppa sin dal primo giorno di mandato: l’incapacità di battere, senza l’aiuto dei maggiorenti democratici, un vecchio arnese sinistrorso come Sanders, i problemi di salute, i dubbi sulla sua azione come segretario agli esteri (non come golfista) nel 2012 (non oltre un decennio fa), il cinismo dimostrato nell’accettare lo squallore della sua vita coniugale in cambio della carriera politica, gli intrecci pericolosi fra le attività private del marito e le sue funzioni pubbliche, non ultimo il disconoscimento della sua rappresentatività nei confronti di un universo femminile ormai lontanissimo dallo stereotipo anni ’80 della donna in carriera, dimostrano la debolezza di una candidata che è arrivata tardi e male al suo appuntamento cruciale. Le sue elezioni dovevano essere quelle del 2008, ancora relativamente giovane e politicamente fresca, senza gli errori, i limiti personali e le opacità dell’ultimo decennio in cui è diventata quello che non doveva, una politicante come tanti. Comunque vadano, le elezioni americane 2016 sfateranno il primo tabù del politicamente corretto: essere donna non è sinonimo automatico di essere migliore. Ci sono donne intelligenti e cretine, capaci ed incapaci, adeguate ed inadeguate, con piattaforme politiche giuste e sbagliate. Se vogliono il consenso devono sbattersi come e più di un uomo. Se volevano la parità, l’hanno ottenuta in pieno: parità di onori ed oneri. La presidenza del poliziotto del mondo non ammette quote rosa.

Avevo già scritto che con Trump il panorama politico americano si era frammentato e diviso in 3-4 filoni: estrema sinistra, sinistra e destra moderate, populismo, forse estremismo religioso. Le priorità politiche nell’ultimo decennio sono cambiate: il primo obiettivo, per molti elettori, è la sopravvivenza economica, sociale e culturale. Crisi economica, divaricazione sociale, aggressione delle minoranze (in occidente) etniche e religiose hanno ribaltato mentalità, opinioni e modelli di leadership. Non si mira più all’espansione dei diritti e delle garanzie a categorie che ne erano meno dotate ma alla mera difesa degli assetti esistenti. La promozione delle minoranze (etniche, religiose, sessuali, sociali) oltre un certo limite viene vista come discriminazione delle corrispondenti maggioranze che negli USA, come nel resto dell’occidente, sono bianche, cristiane, eterosessuali, middle class. Questo spiega Trump come Farage, Marine, Orban, Putin.

Trump potrebbe essere il primo presidente populista al mondo, probabilmente troppo per un sistema di potere costituitosi dopo la II GM e basato su una moderazione costruita attorno ad un ampio centro politico e ad un enorme ceto medio sociale. Globalizzazione, internet, la crisi post Lehman Brothers hanno distrutto gran parte del moderatismo perché hanno distrutto il ceto medio, spostato gli elettorati verso soluzioni di estrema destra ed estrema sinistra che in parte si toccano. Ma ovviamente i poteri forti non sono tali solo di nome ed opporranno una strenua resistenza ai cambiamenti richiesti dall’elettorato. Le democrazie occidentali stanno dimostrando l’emergere di un blocco di potere formato da politica tradizionale, media, potentati economici e finanziari, che marciano compatti all’insegna del politicamente corretto che ha preso il posto dei miti ideologici del ‘900. E come nel ‘900 chiunque sia fuori dal mainstream è ridicolizzato, demonizzato, colpevolizzato, accusato, zittito. Incastrato.

Il problema dei poteri forti in queste elezioni è che l’elettorato di Trump non è il classico elettorato repubblicano-conservatore. Non è più di tanto sensibile al birignao fatto di libero mercato, moderazione fiscale, libertà di impresa ed insieme tradizionalismo religioso e sessuale. Il buon risultato del candidato Libertario Gary Johnson, insieme alla resilienza di Trump, dimostra che l’elettorato americano comincia ad essere impastato di opposti estremismi che ammettono ampia libertà individuale insieme ad atteggiamenti che si direbbero di destra in campo economico e sociale. In un panorama fatto di bassissima partecipazione al voto, Trump chiama a raccolta forze che erano probabilmente fuori dal giro politico degli ultimi decenni e che sono poco valutabili attraverso i tradizionali strumenti statistici. Oltretutto si tratta di elettori che votano Trump, come in Italia ai tempi Berlusconi, non “nonostante” quello che è ma “proprio” per quello che è: ricco gradasso, imprenditore avventuroso, bancarottiere, ignorante, tangentaro, sessuomane, sessista, soprattutto alfiere di un politicamente scorretto che incontra il consenso di tanti, soprattutto bianchi, che non ne possono più della messa cantata dell’autocolpevolizzazione inflitta, a reti unificate, a qualunque Average Joe persegua gli obiettivi tipici dell’essere umano sintetizzati nella piramide di Maslow – sicurezza, benessere, godimento, successo – e che si stupiscono che una candidata che promuove le “perversioni” sessuali stigmatizzi un’avversario solo perchè apprezza la passera, ulteriore dimostrazione di un mondo alla rovescia in cui la normalità (intesa in senso statistico di maggiore frequenza) viene criminalizzata. E che ha il coraggio di dire quello che 60 anni di ipocrisia femminista hanno reso impossibile affermare: che da sempre le donne vanno con le “Star” e che se Trump ha trombato molte donne è anche vero che molte donne si sono fatte volontariamente trombare da lui, atteso che nessuno finora lo ha condannato per stupro. Trump piace alla gente che non piace perchè ha i mezzi, il potere, l’interesse per potere dire quello che molti pensano e che molti, probabilmente, nel buio delle urne, finalmente lontani da Barack, Hillary e CNN, faranno.

Gli ultimi 5 anni hanno dimostrato la fallacità della retorica occidentale circa la democrazia. Non è vero che gli elettori sono liberi di scegliere o, almeno non lo sono in senso assoluto. Da sempre si sapeva che erano escluse le opzioni politiche tradizionalmente estreme che alla democrazia si erano opposte, fascismo e comunismo, da oggi si sa che ne sono escluse anche le opzioni politiche che non si allineano pedissequamente al politicamente corretto e che vengono infamate di “fascismo” nonostante niente della loro piattaforma politica rimandi a quell’ideologia: nessuno fra Trump, Farage, Orban, Marine pensa di limitare diritti politici e civili né eliminare parlamenti e votazioni. I valori che ci hanno salvato dai totalitarismi sono dichiarati inadeguati al new normal. I candidati populisti possono essere cacciati con strumenti non politici come la magistratura, il fisco ed il moralismo imperante: le rivoluzioni “delle rose”, “dei ciclamini”, “arancioni” non saranno più un’esclusiva di popoli arretrati ma verranno presto esportate anche in Occidente. Al limite gli elettori potranno essere selezionati per evitare che chi è troppo – povero, ignorante, arrabbiato, intelligente – possa permettersi di influire sulla scelta dei capi. Del resto lo Scalfari che benedice l’oligarchia dopo avere combattuto per 20 anni l’oligarca per eccellenza dà il LA, in Italia, al nuovo corso. Tempi tristi ci attendono. Ma non disperiamo: l’8 novembre in America si vota.

 

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