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Politica internazionale

La vecchia che avanza

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Viene da ridere a pensare che a settembre 2015 Huffinghton Post Usa aveva deciso di relegare le notizie relative alla candidatura di Trump alle primarie repubblicane nelle notizie di entertainment, una curiosità nell’ambito di un processo elettorale che avrebbe avuto ben altre dinamiche e protagonisti. O forse la paura che il processo avrebbe avuto proprio quel protagonista e la volontà di screditarlo e ridimensionarlo. Uno degli alfieri dell’informazione liberal, democratica, progressista non si era accorto che il mondo stava cambiando. O forse si era accorto che il mondo stava cambiando e stava provando a tenere la verità nascosta. Non più organo di informazione ma di disinformazione, mistificazione, inganno. Solo l’antesignano di quello che è stata nel complesso la stampa negli USA e di quello che è probabilmente negli altri paesi occidentali.

USA 2016 ci lascia in eredità, in primo luogo, il tradimento chiaro e conclamato della stampa e dell’informazione tradizionali. I primi 100 giornali, tutte le catene TV, i sondaggisti con poche eccezioni si sono mossi come un solo uomo contro Trump e a sostegno della Clinton. I sondaggi sono stati sistematicamente alterati per indurre la sensazione della sconfitta sicura e demotivare gli elettori repubblicani: il golpe di metà ottobre può avere avuto un effetto data la sua prossimità all’inizio del voto anticipato. Va bene la libertà di opinione, che può indurre chiunque, anche un organo di informazione, a preferire Hillary, ma quello che non va bene è il rifiuto, il dileggio, la criminalizzazione, la mistificazione dell’avversario, ridotto a nemico da offendere, ridicolizzare e distruggere. Non va bene l’ostracismo e la distorsione delle sue posizioni. Non va bene il discredito seminato a piene mani diffondendo frasi registrate illegalmente 11 anni prima in un colloquio privato e cameratesco. Pochi si sono posti il problema di capire quale era il background che rendeva competitivo un personaggio improbabile. Non si è data nessuna legittimità alle ragioni del dissenso di vaste quote dell’elettorato, anzi si sono chiamati questi elettori “miserabili”. La libertà di stampa è una delle fondamenta delle democrazie occidentali tutelata a livello costituzionale. I codici deontologici, soprattutto nei paesi anglosassoni, hanno sempre imposto una divisione fra resoconto dei fatti ed espressione delle opinioni. Negli USA, nel 2016, la stampa si è ritrovata ad essere solo un elemento di un sistema di potere che tiene insieme politica, finanza, industria, media, tradendo la propria missione. Se in qualche altro paese si porranno limiti alla libertà di stampa fra gli alti lai dei giornalisti, ci ricorderemo che non sempre questa libertà è stata ben esercitata.

Le elezioni USA 2016 proiettano definitivamente l’occidente nel terzo millennio. Le ferite demografiche, economiche e sociali di questo primo scorcio del XXI secolo assurgono a fattore politico, diventano decisione di voto. L’equilibrio post II GM fra una politica cattiva (fascista e comunista) ed una buona (moderatamente di destra o di sinistra, in alternativa fra loro) è definitivamente spezzato. Il quadro politico americano sintetizza e riflette la frammentazione di quello occidentale con la sua tri-quadripartizione fra una destra estrema ma non fascista, una grande coalizione bipartisan moderata ed una sinistra estrema. Ma soprattutto il politicamente corretto con tutti i suoi assurdi “-ismi” (femminismo, genderismo, terzomondismo, ambientalismo, egualitarismo, pauperismo, pacifismo, globalismo, cosmopolitismo, antirazzismo, immigrazionismo) è messo finalmente in discussione in modo forte e chiaro da un leader politico importante. Si apre un dibattito chiaro e probabilmente duraturo su quello che sarà il futuro della maggiore società occidentale e sulla possibilità di abbandonare uno o più di quegli -ismi e questo dibattito avrà conseguenze anche nel resto dell’occidente. Trump può anche perdere ma il trumpismo continuerà a condizionare la politica, non perché sia una dottrina di particolare valore intellettuale e morale ma proprio per il contrario, perché è l’espressione, anche gretta e becera, del grido di sofferenza e disperazione di una parte ormai troppo ampia della società bianca, cristiana, eterosessuale e alla fine, diciamolo, anche maschile i cui interessi, meriti e, in certi casi, bisogni fondamentali sono stati sacrificati sull’altare di un polticamente corretto che privilegia sistematicamente ed ideologicamente gli “altri”, chiunque siano (le donne, i gay, le minoranze etniche, gli stranieri, gli animali) fino al punto di renderla straniera e schiava in casa propria.

La presidenza Obama ci lascia in eredità una società densa di divisioni in termini etnico razziali che producono effetti sul voto. I bianchi WASP sono con Trump (forse non più col GOP), i latinos prevalentemente con i DEM ed i neri solo per Hillary. La cultura occidentale ha bandito i termini razza ed etnia ma così ha perso una categoria interpretativa importante, un fattore decisivo per la formazione e la dinamica dei gruppi umani, che si manifesta costantemente. La cultura di sinistra criminalizza come razzisti e chiama miserabili i bianchi ex ceto medio che votano Trump per salvare un po’ del loro sogno americano mentre non ha niente da contestare alla pletora di minoranze etniche che vota Hillary per lo stesso puro interesse economico, in questo caso declinato in termini di assistenzialismo pagato con le tasse degli altri. La demografia USA è ancora a favore dei bianchi e dei WASP, è solo questa componente che può decidere di dare il potere ad una coalizione di minoranze opportuniste astenendosi dal voto o dividendosi. Quest’anno sembra non volerlo fare ma questo non significa che sia sufficiente.

L’evoluzione demografica mondiale pone i popoli bianchi e complessivamente cristiani in condizione di minorità numerica ma di preminenza economica, tecnologica, culturale, militare. L’abbraccio con il terzo mondo povero, ignorante e religiosamente alieno può essere esiziale per le nostre società oggettivamente più evolute. La divisione Est-Ovest sostenuta da Hillary è un retaggio del passato, quella che avrà senso nei prossimi venti anni sarà quella Nord-Sud. Anche in questo Donald, teso ad un accordo con Putin che trascinerebbe con sé anche l’Europa, appare più attrezzato.

La Clinton si scopre improvvisamente vecchia, un residuo del XX secolo, una figurina sfuocata alla luce del nuovo millennio. È vecchia per l’età, una figura che ricorda più, per dire, Barbara Bush che Angela Merkel che con otto anni di meno governa ormai da undici. Una lunga marcia di avvicinamento al potere, probabilmente troppo lunga, che l’ha sfinita e stremata. È probabilmente malata fradicia, non in grado di sostenere nemmeno gli ultimi giorni della campagna elettorale e figuriamoci 8 (?) anni di presidenza che la porteranno verso l’ottantina. Ma si è rivelata vecchia soprattutto come alfiera di un femminismo da donna in carriera anni ’80 che stona con la situazione attuale delle donne americane ed occidentali in genere, schiacciate da lavoro scarso e malpagato, assistenza in calo, crisi della famiglia, minacce alla loro sicurezza, libertà e autonomia provenienti dagli immigrati. Una figura che rievoca gli affluenti anni ’80 ma che nulla garantisce a donne che quegli anni li hanno visti solo al cinema, confermando la cesura fra le élite di cui fa parte ed il resto della società. Vecchia come argomenti, trattando i colloqui rubati sulle aspiranti miss Universo come si sarebbe fatto negli anni’60-70, tutto uno sdegno per le pulzelle violate, ridicolmente ignorando la deriva sessuale che ha investito l’occidente in mezzo secolo e che ha ribaltato molti degli stereotipi sulla sessualità e sugli approcci sessuali, riequilibrando e spesso invertendo  anche i rapporti di forza fra i sessi. Vecchia come comunicazione, tutta fatta di spot miliardari su TV ormai largamente ignorate o ritenute inaffidabili e di ignoranza di internet e social media. Vecchia come strategia, tutta basata su frequentazioni di VIP e intrecci di interessi al limite della liceità in un’epoca di disillusione e populismo.  Vecchia come moglie di Bill, improvvisamente apparso decrepito e rintronato, privo della leggiadra cazzaggine che lo ha valorizzato nella sua vita politica. Una sua sconfitta avrebbe il merito storico di smentire il primo dogma del politicamente corretto, cioè che una donna è sempre meglio di un uomo, per definizione e senza necessità di prova. Può darsi che vinca, può anche darsi che non duri 8 anni.

La Clinton si è preparata per 30 anni per arrivare al fatidico appuntamento del tutto impreparata. Ha dimostrato un miglior aplomb presidenziale ma non sono assolutamente emerse, dal caos di insulti e offese all’avversario, proposte che abbiano dimostrato una superiorità programmatica. Anzi, le uniche proposte, belle o brutte, accettabili o meno, sono arrivate proprio da Donald. Lungi dal rappresentare una novità, si è dimostrata essere  un normale politicante di successo con una carriera stantia fatta di Senato, Segreteria di Stato, errori, negligenze, interessi privati. Strano che, con un obiettivo così chiaro, non si sia tenuta al riparo da passi falsi, vecchia anche in questo caso per avere voluto pedissequamente replicare uno schema  – il potere che crea potere – ormai in decadimento in un’epoca di cambiamenti e rivolgimenti. La candidatura nel 2008 prima che la crisi si manifestasse appieno e al culmine degli -ismi del politicamente corretto, poteva salvarla dal logoramento ma ormai il suo tempo non è più questo.

Trump è Trump: ambiguo, contraddittorio, inaffidabile, per molti aspetti da valutare. Ma a contare oggi non è la persona, è l’ideologia e la strategia che rappresenta. Ed oggi lui è, insieme a Putin, Marine e pochi altri, l’unico argine alla deriva autoliquidatoria e suicida del politically correct del nord del mondo. È la grande speranza bianca. Forza Donald, sogniamo ancora.

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