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Politica internazionale

And the Winner is ….

1e1716e0-trump-4x3La regina era nuda ma nessuno lo diceva. Presidente e gentile consorte, consorte ex presidente, politici, politicanti, finanzieri, industriali, attori, cineasti, scrittori, rock star in crisi senile che offrivano blowjob non richiesti: tutti come un sol uomo schierati a nascondere le rughe, le grinze, le macchie di una candidata che non aveva mai sfondato nel sentiment degli americani, a pensarci bene neanche nel 2008 quando le primarie DEM le vinse Obama. Tutti a raccontarci di come il popolo americano stimava ed amava una carrierista algida, arrogante, presuntuosa, strafottente, corrotta, opportunista, ambigua. E di come invece era incommensurabilmente turbato dalle frasi di 11 anni fa, carpite nello spogliatoio di un club, con cui un presunto entertainer affermava che gli piaceva la passera. Era tutta una farsa, una sòla, una pantomima.

La stampa, la radio, la TV, i new media, il Quarto Potere avrebbero dovuto dirlo subito. La mission della stampa è (era?) informare e dare strumenti per controllare il potere. La libertà di stampa è un canone costituzionale quasi dappertutto. La mitologia dell’indipendenza della stampa americana data (datava?) dal 1974, dal Watergate. Quest’anno invece sembrava di essere nell’URSS negli anni ’50, di leggere la Pravda, costretti a ricorrere ai moderni samizdat (internet) per avere informazioni vere e corrette. Il remake di “Tutti gli uomini del presidente” nel 2016 avrebbe visto Robert Redford intento a distruggere le informazioni raccolte e a deviare le inchieste. Se questa è la libertà di stampa, ne possiamo fare tranquillamente a meno: si chiudano i giornali, si spengano i microfoni, si oscurino le telecamere, si incarcerino ovunque i giornalisti purchè si lasci libero accesso ad internet. È lì che circolano le vere informazioni ed opinioni, è quello lo strumento di libertà, tutto il resto è propaganda.

I sondaggisti avrebbero dovuto capirlo invece non ne beccano più una. Anche questo non è un caso, anche loro sono parte del sistema, il loro compito non è più capire quello che la gente pensa ma indurre i corretti pensieri alla gente. La sera si va letto con il Remain, con Hillary, la mattina è Brexit, è Donald. Basta saperlo e ragionare al contrario ed il buffo è che questo sforzo di manipolazione è talmente inutile da chiedersi se valga la pena spendere tanti soldi per non ottenere niente.

La fatina del politically correct era in verità una strega. L’unta del signore è scivolata sull’olio della sua supponenza. La donna del destino ha dovuto presentarsi come la  “moglie di Bill”. Il cammino trionfale a cui era destinata lo scorso anno si è rivelato una marcia di guerra in cui prima ha faticato a battere un peones mai visto, di 75 anni, socialista (negli USA!), sconfitto solo grazie al gentile appoggio di 500 e passa maggiorenti democratici che le hanno dato la maggioranza alla convention DEM che non aveva conquistato sul campo. Poi alla fine ha perso con un tizio apparso all’improvviso, tanto osteggiato dal GOP da tentare un autogolpe contro di lui, improbabile quanto vuoi, poco fine, impreparato, tutto da sperimentare ma che aveva il grande vantaggio di essere in sintonia con la gente o, almeno, con la sola gente che, almeno ogni 4 anni, conta davvero: i cittadini medi, gli Average Joe che ovunque tengono in piedi o fanno crollare i sistemi politici. Doveva essere uno scontro fra i Clinton ed i Bush: ora le dinastie che hanno dominato gli USA da dopo il crollo del muro sono state sfiduciate e si sono estinte, gli americani tornano liberi di scegliere e decidere con maggiore autonomia. Si pone un argine finalmente al politicamente corretto, questa ideologia totalitaria che ha imposto, dagli anni ’90 in poi,  la dissoluzione del modello di civiltà occidentale che rappresentava il momento più alto raggiunto dall’umanità. Torneremo forse a poter chiamare le cose con il loro nome e a esprimere opinioni corrispondenti ai fatti e non alle ideologie. Ha perso il Papa che aveva tanto osteggiato The Donald da negarne la cristianità: monito per un leader religioso che fa solo politica e  che rischia sempre più di perdere il suo gregge.  Last but not least, la sconfitta della Clinton paradossalmente corrisponde al pieno raggiungimento della parità fra i sessi: da oggi si sa  che una donna (anche cotanta donna) non è per definizione meglio di un uomo , non ha un diritto naturale al comando,  ma deve sbattersi come i maschi per dimostrare capacità ed ottenere voti e consensi. E’ finito il tempo delle quote rosa, delle carriere guidate, dei diritti a prescindere, del femminismo predatorio, retorico ed opportunista che non costruisce ma semplicemente si appropria di quote di potere e risorse. La società americana (e occidentale) è in crisi profonda, difficilmente se ne uscirà senza una sintesi che superi una contrapposizione fra sessi ormai datata e individui nuove prospettive comuni.

USA 2016 porta definitivamente alla luce il problema esiziale delle democrazie occidentali contemporanee: sta cedendo il consenso verso le forze politiche che hanno dominato il lungo periodo post II GM, la destra e la sinistra moderate che si sono alternate negli anni marginalizzando le ali estreme. La crisi economica con le sue ferite mai ben tamponate che ha spazzato via il sogno di una vita stabile e serena, la globalizzazione nata come attenuazione di squilibri internazionali e diventata causa di un declino apparentemente inarrestabile dell’occidente, l’ambientalismo estremista e preconcetto che ha bloccato lo sviluppo industriale condannando alla povertà milioni di persone non in grado di  lavorare con la testa ma solo con le mani, il disordine esistenziale causato da una morale pubblica che indulge e premia pratiche intrise di confusione mentale e perversioni sessuali, la crisi demografica nel sud del mondo e l’arrendevolezza con cui le élite stanno gestendo le migrazioni che rischiano di travolgere i capisaldi su cui si sono basati secoli di storia occidentale (indipendenza, sovranità, libertà, diritti individuali), la resipiscenza di un Islam in lotta con il cristianesimo da oltre 14 secoli che ha trovato nei martiri terroristi il suo nuovo strumento di aggressione, la costante colpevolizzazione dell’occidente e dei suoi abitanti, per qualunque motivo, quasi che dovessero vergognarsi di esistere, di vivere, di perseguire i loro obiettivi, come se l’aver creato un modello di civiltà che ha dato benessere e cultura e dignità ad un numero di persone mai visto nella storia fosse un delitto: se addirittura non sono state create da esso, perlomeno nessuna di queste criticità è mai stata seriamente affrontata dal ceto politico attuale che ha solo preteso di imporre ai cittadini una lezione ideologica e moralistica fatta di pauperismo, sacrifici, regole, limiti, accettazione, sopportazione, retorica, insulti e minacce e ha promosso una spaccatura sociale profondissima con una minoranza ricca ed influente che ormai vive in una torre eburnea ed una maggioranza crescente confinata in una permanente suburra.

Gli USA sono stati il paradigma di questo problema: francamente non si capiva come mai un elettorato WASP al 57%, bianco al 70%, prevalentemente  cristiano ed eterosessuale, dovesse accettare una proposta politica che nega le sue priorità per privilegiare quelle di una congerie di minoranze etniche, sociali e sessuali. Poteva perdere solo astenendosi dalla lotta: questa volta non l’ha fatto, i deplorables sono corsi a votare per Trump come i neri fecero nel 2008 con Obama, segno che la crisi è gravissima e segnale per la politica europea (dove oltretutto non esiste il variopinto melting pot americano) a non scherzare più ed a prendere sul serio questi temi. Non si riesce francamente a capacitarsi come forze politiche che hanno ormai un background secolare, uomini e donne che fanno politica da 30-40 anni, abbiano pensato di poter ottenere consenso su basi di questo genere, adottando una piattaforma politica che assomiglia al biblico “lavorerai col sudore della fronte e partorirai con dolore”. Siamo di fronte al paradosso di paesi poco o punto democratici (Cina, Russia) che si preoccupano dei propri cittadini e di paesi democratici che si preoccupano dei cittadini degli altri. Diceva Lincoln, il galantuomo che sterminò i sudisti, che “si può fregare uno tutte le volte,  o tutti una volta sola,  ma non tutti tutte le volte”: da oggi gli illuminati statisti europei sono avvisati. L’elezione di Trump suona la campana per le cancellerie europee impegnate nel 2017 in un tour de force elettorale. Il “populismo” è stato sdoganato e ha vinto nel paese capofila, adesso può vincere ovunque. Non c’è più spazio per politiche all’insegna dell’immobilismo e degli anatemi ma occorrono scelte nuove e forti che realizzino una sintesi  che tenga conto anche degli interessi e dei bisogni dei nativi europei rispetto a tutti i problemi già detti. I tacchini non festeggiano il Natale: non si vede perchè gli elettori europei, peraltro molto più omogenei in termini etnici di quelli americani, dovrebbero indefinitamente appoggiare politiche che li danneggiano. Il possibile ridimensionamento dell’impegno militare americano mette inoltre l’UE di fronte alla necessità di provvedere in proprio alla politica estera e militare. L’UE è incastonata in uno scenario tremendo fatto di Africa, Maghreb e Medio Oriente. E’ tempo di accelerare le decisioni in questi campi ammettendo anche la necessità di interventi diretti nei teatri più critici a partire dalla Libia e contando anche su un riavvicinamento Trump-Putin che traini l’Europa ad una coalizione bianca e cristiana in grado di affrontare i problemi dettati dall’esplosione demografica del terzo mondo.

Quest’anno le albe hanno fugato i timori della notte. Il 24 giugno chiama il 9 novembre: il sogno continua. Next stop: Parigi, maggio 2017.

 

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