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Immigrazione, Politica internazionale, Politicamente scorretto

Gente di razza

screenhunter_01-sep-18-08-31Passata la felice sbornia politica delle elezioni americane della scorsa settimana, qualche considerazione possiamo farla.

La prima è che Trump non ha avuto la maggioranza assoluta dei votanti, che è andata a Hillary, ma ciò non ha provocato, in un caso concreto, le convulsioni che l’Italicum, modello elettorale ancora del tutto teorico, sta provocando in Italia. Nessuno ha messo in discussione la legittimità della vittoria di Trump, nessuno ha gridato al golpe ed al sovvertimento della democrazia. Pochi sbandati estremisti, in parte prezzolati, hanno fatto il verso agli “orfani dell’Erasmus” inglesi inscenando manifestazioni di protesta che hanno avuto riscontro solo sui media europei e che hanno mancato del tutto l’unico obiettivo politico possibile, quello di una sponda in Hillary o nei DEM americani che mettesse in discussione l’esito delle elezioni. Questa è la conferma che molto spesso gli allarmi democratici sono solo grida alla luna e che i sistemi democratici hanno livelli di affidabilità ben superiori a quanto si immagina.

Il sistema elettorale USA è un sistema maggioritario basato su collegi, molto simile a quello britannico da cui per forza di tradizione deriva. Risponde a problemi le cui soluzioni sono confliggenti: assicurare la nomina del presidente senza tanti giochetti post voto  ed equilibrare i rapporti elettorali fra stati, il tutto in quadro rigorosamente bipartisan. Per questo il numero dei grandi elettori è pari, per ogni stato, alla somma degli eletti alla Camera ed al Senato con quest’ultimo che riparametra verso il basso i rapporti di forza altrimenti squilibrati a favore degli stati più popolosi e quindi delle grandi città. Fino all’arrivo dei voti della costa ovest, alle 7.00 ore italiana, Trump era in vantaggio anche nei voti popolari, poi California & C. hanno ribaltato la situazione. Questo metodo può sembrare ingiusto ma è forse anche altrettanto ingiusto che le elezioni siano decise solo a New York e Los Angeles spiazzando tutti quei voti dell’enorme centro degli USA il cui orientamento è tradizionalmente avverso alle posizioni più liberal. Un Paese grande come un continente, fortemente immigrato, non ha un solo elettorato ma molti elettorati diversi e deve tenere conto non solo dei valori assoluti ma anche della concentrazione territoriale delle diverse fasce di elettorato per evitare che intere regioni si sentato di fatto fuori dal sistema magari cominciando a ipotizzare una secessione. È una forma di assicurazione che deriva probabilmente dalla drammatica esperienza della guerra civile e che, se di volta in volta può penalizzare qualcuno, nel lungo periodo assicura certamente coesione sociale, lealtà politica e stabilità sistemica.

Del resto se le regole fossero state diverse anche le strategie elettorali lo sarebbero state: Trump ha cercato la trasversalità mirando ai seggi e non ai voti e mentre tutti gli davano di matto ha investito tempo e soldi negli stati tradizionalmente “Blu” riuscendo ad erodere anche se di poco la base di Hillary. La Clinton ha dato per scontati i vantaggi “storici” in alcuni stati, che poi molto spesso durano solo da meno di 20 anni, per concentrarsi sugli Swinging States oltretutto tutti vinti da Donald. La strategia ha pagato, se le regole fossero state diverse quella della Clinton sarebbe stata più efficace ma anche Trump avrebbe modificato la sua e alla fine ovviamente non esiste una risposta non ucronica alla questione. Possiamo solo dire che “dura lex sed lex”.

L’esito delle elezioni e la mancanza di gravi polemiche dimostra che la validità e l’accettazione di un sistema elettorale dipendono non solo dal risultato che produce ma anche dalla sua stabilità temporale, che permette di ammortizzare nel lungo periodo le inevitabili distorsioni contingenti, e dal grado di accettazione sociale di cui gode. L’estrazione a sorte è stata in alcune epoche e paesi un sistema accettato, oggi appare un’eresia, ma d’altro canto i sistemi elettorali britannico e francese assegnano un eletto a UKIP (15%) e FN (30%) senza che questo venga considerato un attentato democratico.

La vittoria del candidato “populista” è stata ovviamente salutata dall’inverosimile ondata razzista che smuove i sinceri democratici contro i loro connazionali posti sul versante opposto. Anche in questo caso si è detto che le elezioni democratiche sono oramai un ostacolo alle magnifiche e progressive sorti dell’unica ideologia che ha avuto diritto di ospitalità sui media, il politicamente corretto. Chi vota diversamente è un ignorante, rozzo, povero, coatto, violento, ovviamente razzista, sessista, misogino, xenofobo e quant’altro. È inverosimile che le forze di sinistra dicano cose del genere o, almeno, che le dicano e poi si stupiscano di perdere voti. La democrazia con voto capitario si è imposta proprio come strumento di tutela di tutti quelli che si reputa oggi abbiano votato principalmente Trump. Se il governo della società dovesse realmente essere questione di pochi illuminati, ricchi, istruiti, raffinati ed eleganti, semplicemente la democrazia sarebbe una cosa inutile, basterebbe la monarchia, il governo dei patrizi, la dittatura o qualcosa di simile. Non credo che nel ’45 i nostri connazionali del sud Italia, specie le donne, quasi tutti poveri braccianti analfabeti, fossero migliori dei votanti di Trump, ammesso e non concesso che questi siano veramente così mediocri come vengono descritti, ma la sinistra ed il mondo cristiano non hanno avuto dubbi nel concedere il suffragio universale. Oggi invece la sinistra si ritrae in quanto i suddetti votano “male” non aderendo alla sua rappresentazione delirantemente ideologica del mondo, della società, del futuro. La rappresentazione elettorale americana, nelle voci di sinistra, assomiglia a quelle telecronache in cui si biasima una squadra perché il portiere ha salvato la partita contro gli avversari che vengono lodati mentre hanno sprecato decine di occasioni. Ma, di grazia, il portiere fa parte o no della sua squadra? E se gli altri sbagliano, perché devono essere automaticamente premiati per il loro maggior impegno? I poveri-ignoranti-rozzi non sono anche loro cittadini? Perché il loro voto dovrebbe valere meno o non esistere? E soprattutto perché non dovrebbero votare loro mentre si ammette che debbano decidere degli stranieri, come è successo con la chiamata di Obama al voto dei clandestini con la promessa che non sarebbero stati denunciati? Sono contraddizioni pericolose su cui fare anche molta attenzione.

I politicamente corretti cadono anche in un errore tautologico nel momento in cui dichiarano che dovrebbero votare solo coloro che riconoscono le sorti magnifiche e progressive da loro descritte. In effetti non c’è niente (un censo, un titolo di studio, ecc.) che ex ante qualifichi come accettabili gli elettori “DOC”. Laureato, con intelligenza medio-alta, sufficientemente dotato economicamente, fossi stato americano avrei votato Clinton (Bill) nel 1992 e 1996, Gore nel 2000, Obama nel 2008 e 2012, Trump oggi. È un cursus honorem da razzista/xenofobo/sessista? Oppure è una normale evoluzione politica che accompagna il corso dei tempi ed anche, ahimè, l’avanzamento dell’età? E quando avrei dovuto essere privato del diritto di voto, visto che anche i REP si sarebbero scocciati della mia sinistrosità nei primi anni? La realtà è che non esistono elettori buoni e cattivi, intelligenti e stupidi. Limitare il voto significa solo passare ad un regime autoritario gestito da un partito, in questo caso quello del politicamente corretto (PC, guarda caso), proprio quello che avevamo visto nel ‘900 e che non volevamo ripetere più. O no?

D’altro canto la storia e la cronaca abbondano di situazioni in cui non si votava e non si vota: la Francia pre-rivoluzionaria, lo Stato della Chiesa,  la Germania Nazista, l’Italia fascista, l’Impero Russo e poi l’URSS. Tutte situazioni in cui alla fine il potere è crollato perché il problema non è se si vota o no ma se i governanti hanno o no il consenso delle popolazioni o, almeno, delle parti critiche delle stesse. Il problema è quello del consenso e se non c’è alla fine il sistema crolla comunque, che si voti o no. Ed allora nominare un tizio con i capelli tinti può essere il minore dei mali rispetto alle alternative.

I dati elettorali dimostrano, al netto di una forte affermazione dei candidati minori che testimonia la debolezza di quelli maggiori, che l’elettorato di Trump non è così isolato e concentrato. Tolti segmenti come le donne nere e latinos, che probabilmente ne ignoravano anche la presenza in lista, le differenze fra lui e Hillary sono relativamente modeste su tutti i segmenti etnici, sociali e culturali. Anche questo è lapalissiano perché difficilmente vinci le elezioni senza prendere voti un po’ dappertutto. Vero è che l’elettorato bianco, specie maschile, ha votato prevalentemente Trump mentre quello variamente colorato ha votato Hillary e da qui l’accusa immediata di razzismo e xenofobia per i bianchi. Ma perché un bianco che vota per un candidato che tutela i suoi interessi sarebbe razzista ed un nero o latino che vota per un candidato che tutela i suoi interessi non lo sarebbe? I maschi bianchi hanno votato prevalentemente Trump e quindi sono sessisti, le donne bianche hanno votato la Clinton: perché l’accusa di sessismo non viene rivolta anche a loro?

Nel mondo la maggioranza degli abitanti non è bianca, ok, ma in USA ed ancor più in Russia ed Europa sì. Negli USA ed in Europa votano (in Russia un po’ meno) i cittadini di quei paesi, non quelli di altri. L’America è ancora un Paese con una forte prevalenza bianca (77% considerando i White Latinos, altrimenti 61%), 13% nera, 5% scarso asiatica. La percentuale di partecipazione al voto è storicamente più alta nella parte bianca, gli uomini sono circa il 50% di questa componente. È del tutto evidente che, se “uno vale uno”, non esiste la possibilità che un non bianco vinca le elezioni in questi paesi se il fattore razziale diventa fattore politico. I non bianchi possono vincere solo con la collusione o rinuncia o distacco dei bianchi:Obama vinse perchè raccolse i voti bianchi in un contesto meno attento alle differenze razziali. Se 8 anni dopo i bianchi hanno rifiutato di proseguire l’esperimento, qualche riflessione da parte dei PC dovrebbe essere fatta.

Nei giorni precedenti le elezioni alcuni commentatori, fra cui il monotono Zucconi, hanno detto che Trump ed il suo elettorato erano solo un residuo del passato che non aveva capito che il mondo va da un’altra parte, cioè verso una dominazione di razze spurie e colorate, incolte ed incivili, peraltro pure in conflitto fra loro, che hanno come unico fattore unificante la volontà di schiacciare l’uomo bianco con il loro numero atteso che non hanno nel complesso i mezzi culturali e tecnologici per mandare avanti una società così complessa come quella occidentale di cui però pretendono i dividendi. Una sorta di parassiti che pretendono di campare bene schiavizzando i bianchi che non solo con la loro organizzazione sociale e stile di vita dovrebbero provvedere al loro mantenimento ma pure dovrebbero votare disciplinatamente per i candidati che sostengono posizioni contrarie ai loro interessi. Del resto un esempio di questa dottrina lo avevamo sperimentato con gli otto anni di Obama e specialmente con gli ultimi due fatti di provvedimenti a futura memoria (Obama era una lane duck) tutti volti a solleticare le minoranze (etniche, sessuali, sociali) contro il cattivo ceto medio bianco, cristiano, eterosessuale. Un tentativo di prefigurare la variopinta dittatura delle minoranze associata alla rinuncia a difendere le specificità occidentali a livello internazionale (Iran, Cuba, Isis, ecc.).  Il risultato si è visto: una ripulsa totale contro il birignao PC che ha sdoganato argomenti che sei mesi fa avrebbero portato a denunce. Il PC è una dottrina che nasce negli anni ’90 in cui il predominio occidentale sul mondo era totale ma soprattutto il mondo era ancora diviso in aree impermeabili: i neri stavano in Africa ed in bianchi nel Nord del mondo. Nel III millennio le cose sono molto cambiate, i ruoli si sono riequilibrati, ma soprattutto la possibilità di spostarsi è aumentata, i rimescolamenti sono all’ordine del giorno e portano con sé tutte le tensioni dovute a differenze economiche, culturali, religiose, di stile di vita. Gli uomini non sono meri fattori produttivi ma si prtano dietro identità e specificità che sono spesso incompatibili. Giocare col fuoco delle “migrazioni inarrestabili” espone a grossi equivoci e rischi politici e fortunatamente gli anticorpi politici stanno cominciando a manifestarsi.

L’occidente ha preteso di dimenticare il concetto di “razza” ma così facendo ha perso una categoria importante per l’analisi e comprensione dei fenomeni. La razza è il fattore principale di unificazione dei gruppi umani ed il principale motore delle dinamiche fra gli stessi. Il mondo è pieno di esempi del genere, spesso neanche particolarmente taciuti o nascosti nei paesi in cui avvengono. Se il fattore razziale diventa un fattore politico anche nelle nostre società, buona fede ed onestà intellettuale vorrebbero che se ne prendesse atto per cercare anche di trovare sintesi politiche che tengano conto della pluralità etnica a cui le nostre società sono destinate per motivi matematici ma che non possono ridursi al principio dell’esproprio e dell’annichilimento culturale. Ma il PPC (Partito del Politicamente Corretto) confonde “razziale” con “razzista” e allora nega anche l’evidenza nascondendosi dietro ad una miriade di luoghi comuni e offese. I risultati sono stati la Brexit e Trump. Contenti loro, contenti tutti.

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