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Economia e società, Politica Europa, Politica internazionale, Politicamente scorretto

Voglia di normalità

downloadLe primarie del centro destra francese hanno individuato in Fillon il probabile sfidante di Marine nel ballottaggio di maggio 2017. Anche se sei mesi sono molti, ad oggi non sembra proprio che la sinistra francese possa raccogliere i consensi necessari ad inserirsi nella partita delle presidenziali. Hollande ed il PS pagano la folle scelta multiculturale ed immigrazionista che, via terrorismo, ha sconvolto il tessuto politico e sociale francese. La Francia, che è stata l’antesignana in Europa del multiculturalismo e del politically correct, rischia di subire per prima la pena del contrappasso. Anche in Germania la piattaforma politica della CDU si sta spostando progressivamente a destra per contrastare l’avanzata AfD e recuperare il rapporto con la CSU, tuttavia è improbabile che le conseguenze delle elezioni 2017 possano essere molto diverse da una riproposizione della Grosse Koalition con una SPD esangue, magari rinforzata da un apporto verde. In Francia lo spostamento a destra pare molto più pronunciato e la partita sembra essere limitata alla scelta fra un esponente che è contrario al politicamente corretto ma favorevole alla globalizzazione ed uno che invece è contrario ad entrambi.

I sommovimenti politici nei paesi guida dell’UE uniti al referendum sulla Brexit ed alle recenti elezioni americane segnano probabilmente la fine del lunghissimo periodo di moderazione politica che ha contrassegnato, in occidente, la fine della II GM e successivamente della guerra fredda. Lasciando da parte gli USA, che non sono mai caduti vittima in modo duraturo e significativo di sbornie ideologiche, nel corso di 70 anni l’Europa (solo quella occidentale prima, nel suo complesso dopo il ’90) ha rifuggito qualsiasi ideologia estrema di destra o di sinistra. La sconfitta del comunismo nel 1991 aveva indotto Fukuyama a sbilanciarsi con il famoso motto sulla “fine della storia” che voleva forse significare, al di fuori di meri motivi di marketing, il venir meno di fattori ideologici, ideali e religiosi che potessero in maniera significativa determinare fratture politiche. Il percorso politico intrapreso, al netto di un lento declino dei partiti comunisti occidentali comunque sempre confinati all’opposizione sia pure (come in Italia) con ampi sistemi compensativi imperniati sul sottogoverno, è stato infatti quello di una serena e fisiologica alternanza fra forze di centro destra e centro sinistra che non ha mai messo in discussione il terreno comune su cui si svolgeva la competizione politica. Tale terreno a sua volta è stato quello di una assoluta condivisione e strenua difesa di fattori quali la democrazia, la libertà individuale, i diritti sociali, lo stato di diritto, lo sviluppo umano specie delle categorie meno tutelate in passato a partire dalle donne, la pace e la non violenza nelle relazioni internazionali,  almeno per quanto riguardava i paesi “importanti” perché poi nel terzo mondo post-coloniale la musica è stata spesso alquanto diversa. Il tutto basato, cinicamente, su un predominio economico assoluto e su una potenza militare che trovava un limite solo nello schieramento del Patto di Varsavia posto a “difesa” dell’Est Europa. L’Europa, sconfitta complessivamente nella II GM, prostrata dalla guerra passata e atterrita da quella possibile futura, occupata dalle potenze vincitrici, avendo perso il proprio ruolo di potenza mondiale, ne ha approfittato per elaborare una propria personale teoria della realtà tutta infarcita di alti ideali, valori non negoziabili, buoni sentimenti, retorica tonitruante, impegnandosi altresì in un percorso di progressiva convergenza e unificazione che ha ulteriormente smussato le asperità del passato: nazionalismo per un lungo periodo è diventato una parolaccia, sinonimo di orientamenti politici ben peggiori. Se si considera che il mondo, alla fine degli anni ’80, era basato su una profonda apartheid su scala planetaria con un mix di fattori demografici, statuali, economici e tecnologici che impedivano significativi spostamenti di popolazione fra le diverse aree continentali, l’Europa che godeva anche di una relativa omogeneità etnico-razziale era certamente in quegli anni il posto migliore in cui vivere, non solo sulla faccia della terra ma anche nella storia dell’umanità. E nel complesso, con gli occhi di oggi, si può dire che il pianeta è stato saldamente guidato nel suo complesso da una civiltà bianca e cristiana radicata nel nord del mondo ancorchè verticalmente divisa al suo interno per linee di frattura ideologiche.

Non è che in questi mesi si stiano verificando sconvolgimenti ideologici e politici paragonabili all’ascesa delle grandi ideologie (e dittature) del ‘900: Farage, Trump, Marine, Hofer non sono certo gli epigoni di Stalin, Hitler, Mussolini, Franco. Ma si percepisce che questo clima idilliaco si è rotto, che è tornato il momento delle scelte strategiche e che l’unanimismo ideale e culturale che lo caratterizzava si è incrinato. E alcune scelte di portata istituzionale (Brexit) e politica (Trump) sono state ormai fatte e con esse occorrerà fare i conti nel prossimo futuro. La lunga crisi dell’occidente partita nel 2007 si è ormai tradotta in politica spostando consensi, annichilendo tradizioni secolari (i socialisti), incrinandone altre (i popolari), riportando ormai in auge alcune idee “di destra” contro cui per anni si è promosso uno spietato fuoco di sbarramento. Non so che significato abbia avuto chiamare queste posizioni “populismo”, visto che il populismo aveva un significato chiaro ben legato alle dinamiche politiche sudamericane, ma dopo che il populismo sta diventando maggioranza non ha senso continuare a rifugiarsi in parole sterili che vorrebbero essere insulti e che vengono invece considerate complimenti: i tedeschi occupanti nella II GM usavano il termine di partigiano come sinonimo di terrorista, poi lo spostamento del consenso della popolazione verso tali posizioni lo ha trasformato in un mito positivo. Il rischio è che nel 2036 l’ANPI sia l’Associazione Nazionale Populisti Italiani.

La crisi occidentale ha le radici nella globalizzazione che ha spostato sempre più a est produzioni, lavoro, PIL, reddito. La narrazione di sinistra degli ultimi dieci anni, tutta basata sulla lotta alle diseguaglianze, ha enfatizzato il ruolo del grande capitalismo, delle multinazionali che hanno trovato conveniente trasferire a migliaia di chilometri le loro produzioni con annessi posti di lavoro e della finanza che ha sostenuto tale disegno con guadagni billionari. Probabilmente non sarebbe stato possibile evitare la globalizzazione: difficilmente puoi sfuggire gli effetti di un evento, questo sì epocale, rappresentato dal cambiamento di strategia di un paese di 10 milioni di km2 e di oltre un miliardo di abitanti che ha trascinato con sé un continente che pesa per oltre la metà del genere umano. L’epopea cinese può essere rappresentata attraverso lo sport: fino al 1980 la Cina non partecipò alle Olimpiadi, a Los Angeles nel 1984 gli strani atleti in maglia rossa ottennero 5 medaglie d’oro, nel 2008 a Pechino furono 51. Non erano gli altri che erano peggiorati, erano i cinesi che avevano cominciato a partecipare. Qualcosa di simile è accaduto anche nell’economia: è come se la Terra avesse prima scoperto un altro pianeta con cui commerciare (la fase di industrializzazione della Cina) per poi scoprire di essere diventata all’improvviso troppo piccola (l’ingresso della Cina nel commercio mondiale). L’occidente non avrebbe conosciuto il suo ultimo vero boom economico negli anni ’90 se non avesse assecondando lo sforzo di modernizzazione cinese ma quei tassi di crescita sono stati il canto del cigno perché poi ha dovuto fare i conti con il nuovo pianeta. Non saremmo stati così ricchi ma forse non saremmo oggi così impoveriti.

Nemmeno la CIA si aspettava che il boom cinese sarebbe stato così impetuoso, segno che gli animal spirits del turbocapitalismo hanno colto tutti di sorpresa. Ma al contempo non sarebbe stato così rapido se non ci fosse stato un drammatico corto circuito politico con la sinistra che ha coperto ideologicamente questo spostamento inibendo gli anticorpi che avrebbero potuto moderarlo e regolarlo. All’inizio dell’ultima decade del XX secolo in Europa la povertà era stata sconfitta. Il continente era popolato da un enorme ceto medio che aveva risolto i problemi posti alla base della piramide di Maslow: nessuno aveva più bisogni vitali insoddisfatti (cibo, abitazione, vestiario, cure urgenti) mentre anche le esigenze di sopravvivenza a lungo termine (istruzione, assistenza, sanità, pensioni) erano ben presidiate dal generoso stato sociale. La strada era aperta per le esigenze individuali di riconoscimento e autorealizzazione: nelle università di quegli anni si discuteva sulle carriere e sui guadagni attesi, la pensione essendo un pensiero lontano e marginale. Certo c’erano delle distorsioni a livello planetario: la povertà dilagava in Africa e non a caso il primo evento globale, il concerto Live Aid caratterizzato da Mick Jagger che stupì il mondo cantando prima a Londra e poi, udite udite, a New York sfruttando la velocità del Concorde ed il fuso orario, fu organizzato per raccogliere fondi per le popolazioni etiopi sterminate dalla carestia. Tuttavia l’idea che gli stessi moribondi potessero varcare i mari per mangiare da noi apparteneva alla stessa dimensione dei romanzi salgariani. La salvaguardia ambientale era un obiettivo di pochi simpatici farlocchi. I gay erano ancora finocchi. I mussulmani non erano un elemento del panorama umano. Tutto era così politicamente scorretto. Ma era sempre stato così. Ed era così comodo. Come nei romanzi di fantascienza, l’Europa e gli USA erano la città “di sopra”, ricca, evoluta, ordinata, civile, soprattutto staccata dal suolo su cui insistevano quelli “di sotto”, trogloditi e selvatici. Un modello di società che attirava immigrati, rigidamente selezionati e controllati, da tutti gli altri continenti per beneficiare di benessere, libertà, diritti, solidarietà, pace,  segno oggettivo di una superiorità rispetto alle altre civiltà e culture del pianeta.

La sinistra in quegli anni aveva semplicemente perso la sua mission. Nata per difendere i poveri sfruttati dai padroni delle ferriere, non aveva semplicemente più materia prima: tolto qualche barbone, i poveri erano spariti. La globalizzazione aveva portato via le fabbriche lasciando un welfare state pachidermico, finanziato a debito, che lasciava addirittura presagire che si potesse vivere bene senza lavorare. Furono quelli gli anni in cui la sinistra cominciò a seminare il politicamente corretto. Se gli operai non c’erano più, avrebbe difeso gli “altri”. E lo fece a partire da concetti ormai consolidati dal ’68: le donne ormai lanciate verso il post-femminismo, il terzo mondo ancora rinchiuso in una visione oleografica di poveri popoli soggetti al post-colonialismo ed allo sfruttamento capitalistico, gli arabi identificati con i soli palestinesi oppressi dagli ebrei. E soprattutto lui, che mai era stato citato nei testi sacri della sinistra marxista tutti basati su materialismo storico, sviluppo delle forze produttive, teoria della distribuzione del reddito: l’ambiente.

Ponendo la tutela ambientale come variabile indipendente la sinistra implicitamente mise un limite allo sviluppo economico delle società occidentali perché lo sviluppo è semplicemente trasformazione di risorse in beni e servizi e non puoi produrre se non sacrifichi le risorse. Cacciare l’industria risolveva alla radice il problema ambientale ma ne apriva uno economico sociale enorme. Era un modo di continuare la lotta di classe con altri mezzi, di promuovere la pianificazione sociale ed economica in un mondo che aveva rifiutato i piani quinquennali. L’unica che se ne accorse fu la Thatcher ma la tutela di beni universali così accattivanti (panda, koala, uccellini, pianticelle) non poteva competere nella nascente industria mediatica globale con la rudezza degli slogan da lotta di classe. Ma la sinistra forse senza accorgersene aveva cambiato fronte: questa lotta di classe era contro i salariati ed a favore dei capitalisti perché i capitalisti potevano emigrare ed i salariati no. La devolution produttiva ci sarebbe stata lo stesso perché è difficile competere con stati dove il rapporto salariale è di 1 a 40 ma la fuga dell’industria da un ambiente in cui tutto congiurava a farla sentire indesiderata forse non ci sarebbe stata. I capitalisti hanno colto l’occasione ma la politica di sinistra quell’occasione gliel’ha offerta su un piatto d’argento: la globalizzazione ci sarebbe stata lo stesso ma sarebbe stata governata invece la fuga delle industrie in altri luoghi sembrava cogliere due piccioni con una fava. E la rinuncia all’industria ha evidenziato i limiti delle ideologie ugualitarie: troppo persone non possiedono le capacità di lavorare con la testa e hanno bisogno di impieghi manuali per sostentarsi. La strategia di Lisbona della UE, con il suo sogno di una società dematerializzata, pulita ed intelligente, sopravvalutava il materiale umano di cui disponeva.

Come la palla di neve diventa valanga, il delirio ideologico della sinistra è diventato inarrestabile. Il politicamente corretto si è nutrito di alcuni miti classici della sinistra e di altri nuovi o rivisitati. Fra i primi la lotta alla diseguaglianza interpretata rigorosamente come uguaglianza di risultati e non di opportunità, nutrita dal principio della redistribuzione che ha portato ad una pressione fiscale esosa ed oppressiva, tale da limitare fino all’impedimento lo sviluppo autonomo della vita individuale. Nello stesso senso è andata la progressiva crescita della regolamentazione burocratica, favorita anche dallo sviluppo del moloch comunitario, tutto un profluvio di divieti, limiti, regolamenti, obblighi spesso incomprensibili, incongrui o anacronistici che bloccano la libertà e l’iniziativa individuale che hanno costituito la premessa dell’enorme sviluppo delle società bianche. La lotta alla diseguaglianza è stata recentemente propagandata attraverso le famose statistiche sull’1% predatorio ma ha trovato nella pratica politica obiettivi e prassi ben più concrete. Premesso che in ogni epoca storica ci sono stati dei grandi ricchi (re, imperatori, papi) e che probabilmente l’indice di Gini dell’antico Egitto, dell’Impero Romano o Cinese, dello Stato Pontificio era molto più alto di adesso, ha poco senso proporsi di combattere grandi ricchezze in un mondo in cui la globalizzazione e la tecnologia rendono le stesse molto volatili e facili da spostare in lidi sicuri. La lotta alla diseguaglianza si è tradotta molto più prosaicamente nel culto dell’invidia sociale, nella lotta al vicino che ha la seconda casa e magari il SUV. I veri ricchi sono pochi e possono imboscare le ricchezze, i benestanti sono tanti e non possono nascondere la casetta pagata con mutui trentennali. Rientrano in questo filone anche gli atteggiamenti sempre più comprensivi verso la criminalità spicciola, quella che offende veramente il cittadino medio, interpretata non come devianza individuale ma come rivolta sociale e di fatto depenalizzata mentre i reati del ceto medio sono stati tradotti in sanzioni spoliative: che senso ha sostituire il carcere con sanzioni amministrative se non amnistiare criminali teoricamente nullatenenti ed espropriare gli Average Joe che puta caso hanno beni aggredibili?

Dalla lotta alla diseguaglianza a quella alla diversità il passo è stato rapido: si è voluto negare che gli esseri umani nascono con diversi gradi di abilità e non è colpa di nessuno se questo crea una piramide nel ruolo sociale. Occorre provare compassione e senso di umanità verso gli sfortunati ma lasciare i migliori liberi di esprimersi anche perché dal loro successo dipendono le risorse per sostenere gli altri. Invece l’ideologia politicamente corretta ha inteso negare questo dato di natura e creare una società schiacciata sui livelli più bassi degli esseri umani (economici, intellettuali, fisici) con la penalizzazione dei migliori, la rinuncia ed anzi la colpevolizzazione della competizione fra individui, la distruzione della scuola con la pretesa che le percentuali di “successo scolastico” siano prossime al 100%, la ridicolizzazione dello sport: dal motto “Citius!, Altius!, Fortius!” si è passati al fenomeno da baraccone delle Paralimpiadi, lo sport non come espressione dell’eccellenza umana in campo fisico ma come penoso, noioso e patetico strumento di integrazione.

Fra i secondi possiamo inserire il femminismo che si è trasformato nel fenomeno opportunista delle quote rosa, assalto al boccone grasso della società (dirigenze, professioni, lavoro pubblico) con contemporaneo rifiuto degli ossi. Dopo 50-60 anni possiamo tranquillamente affermare che il femminismo ha prodotto pochissimo in termini di crescita generale e si è trasformato nella semplice pretesa di beneficiare dei dividendi di un sistema creato dai maschi in forza del potere politico derivante alle donne dall’estensione del suffragio universale: non si ricordano imprese importanti create o sviluppate da donne, i settori della finanza e di internet non prevedono protagoniste femmine. Le donne sono mancate proprio nei settori nuovi, quelli che partivano da zero o che avevano enormi margini di sviluppo, che non erano segnati dalla presenza maschile e proponevano opportunità per tutti. Sono addirittura poco presenti anche nella moda, se non in ruoli subordinati, soppiantate da maschi gay. Tutto questo è segno che se non sono ai vertici della società non è solo colpa dell’egoismo maschile ma anche di una loro minor attitudine a confrontarsi con i temi del potere e dell’organizzazione non meno che con quelli dell’innovazione.

Il terzomondismo si è tradotto nella sistematica colpevolizzazione dell’occidente e del suo passato, cieca di fronte al tempo che passava senza che i popoli africani e sudamericani, a differenza degli asiatici, si dimostrassero in grado di redimersi dal loro atavico sottosviluppo. Una mente libera avrebbe cercato i limiti di quelle società e civiltà, evidentemente meno efficaci di altre nel rapportarsi alla produzione, ma la sinistra non ne aveva bisogno perché per lei la risposta era solo nell’ingordigia dei bianchi. Partendo dalla copertura ideologica della delocalizzazione asimmetrica (gli europei vessati da regole e divieti, gli asiatici liberi di praticare dumping ambientale e sociale) intesa come necessaria misura riparatoria per i danni loro inflitti, siamo arrivati a teorizzare l’autopulizia etnica dell’immigrazione selvaggia. I criteri di valutazione nei confronti dei paesi del terzo mondo sono asimmetrici ed a nessuno di loro viene chiesto minimamente di corrispondere ai criteri millenaristici ed universalistici del politicamente corretto: la Cina si è ormai smarcata dalla subfornitura e la sua inquinantissima industria persegue proprie strategie e propone prodotti autonomi,  nondimeno la colpa dell’inquinamento viene fatta ricadere sui consumatori occidentali che dopo il danno della deindustrializzazione dovrebbero subire anche la beffa della carbon tax a loro imposta per produzioni svolte a migliaia di km di distanza. L’Italia non dovrebbe estrarre i suoi 50.000 barili di petrolio al giorno ma gli arabi avrebbero il diritto di estrarne decine di milioni. Dovremmo farci carico del costo dell’immigrazione ipotizzando di “redistribuire” redditi a livello planetario senza chiedere alle cleptocrazie del terzo mondo ed arabe di pagare il conto della loro condotta criminale. Ai paesi del terzo mondo non viene richiesta alcuna reciprocità – economica, politica, religiosa – mentre si consente agli immigrati di farsi forti di istituti e strumenti normativi (dal diritto di asilo in poi) che sono semplicemente sconosciuti nei loro paesi e che erano stati pensati in altri tempi per regolare rapporti fra gli stati europei. L’antisemitismo si è trasformato nell’apologia dell’islam, una religione che è nemica del cristianesimo dal almeno 14 secoli. La libertà sessuale nell’esaltazione dell’omosessualità come parametro di civilizzazione e paradigma della nuova società.

Le contraddizioni del politicamente corretto sono esplose con l’ondata migratoria degli ultimi anni. L’arrivo sregolato di immigrati, fuori da ogni pianificazione e controllo, si è posto in conflitto con il basilare senso dello stato che è alla base della civiltà europea e ha evidenziato un’assurda differenza di trattamento fra stranieri esentati anche solo dall’obbligo di declinare le generalità o la provenienza e nativi irreggimentati dall’ossessione regolatoria. Il gap di condizioni economiche ha sottratto risorse ai nativi sotto forma di maggiori imposte e/o minori servizi in una fase oltretutto di profonda stagnazione economica in cui molti nativi hanno a loro volta bisogno del sostegno pubblico. La cultura, il livello di civilizzazione, lo stile di vita degli stranieri sono arretrati di secoli ed oggettivamente di molto inferiori rispetto a quelli bianchi: l’ipotesi di una società che si adegui a questi standard è semplicemente terrificante. Gli immigrati, con la loro cultura, hanno oltretutto rotto il fronte politically correct ponendosi in modo contraddittorio rispetto ad altre categorie “di sinistra” come le donne ed i gay: se molte donne hanno votato Trump, non sarà anche perché Hillary lasciava presagire la futura libertà di stupro in conformità alle tradizioni arabe e africane?

La sinistra ha impegnato la società in un’assurda missione universalistica e millenaristica finalizzata alla salvezza del pianeta ed alla redenzione delle diversità e delle disuguaglianze. L’individuo non più visto come attore autonomo di una vita libera e motivata ma pedina di un gioco che trascende i suoi obiettivi e la stessa durata della sua esistenza. La narrazione politicamente corretta è semplicemente la negazione di ciò che le società del nord del mondo erano ed in gran parte ancora sono: il prodotto della civiltà di uomini bianchi, cristiani, eterosessuali, prevalentemente maschi, capitalisti, individualisti. Tutto quanto da loro prodotto è stato demonizzato: benessere, istituzioni, relazioni fra persone, cultura. La storia e la cultura occidentali sono state rielaborate per trarne solo una presunta sequenza di orrori, violenze, sopraffazioni, sprechi con una visione ciecamente asimmetrica che invece non vede o valuta addirittura positivamente le manifestazioni di inciviltà ed incultura del resto del mondo. I suoi successi trasformati in abomini da cui emendarsi con l’autodistruzione. La storia umana dimostra però a sufficienza che la dinamica delle relazioni fra popolazioni/etnie/razze è di carattere competitivo.Ritirarsi dalla competizione, oltretutto accollandosi solo colpe e nessun merito, non porta ad un equilibrio pacifico ma alle semplice sottomissione ad altri. L’ipotesi di una sottomissione demografica, culturale ed economica ad altre popolazioni oggettivamente diverse e meno progredite apre scenari agghiaccianti. La popolazione bianca cristiana, nelle sue componenti americana, russa ed europea, ammonta ancora oggi a oltre un miliardo di individui: forse non più sufficienti a dominare il mondo come è successo fino a pochi decenni fa ma abbastanza per gestire un crescente competizione per il territorio e le risorse anche in virtù di una superiorità economica, tecnologica e militare marcata. Il futuro, aperto dall’elezione di Trump prefigura una saldatura fra est ed ovest in funzione di una partita nord-sud che si sta drammaticamente aprendo.

La sinistra ha avuto il vantaggio di dominare il sistema culturale (scuola, università, media in genere) al punto che il politicamente corretto ha perso il connotato di posizione politica, come tale passibile di contestazione, per assumere un’aurea di sacralità e di indiscutibilità. L’ossessione del politicamente corretto ha leso il principio di libertà culturale che è stato proprio delle nostre società impedendo di esprimere concetti e di usare parole, imponendo una revisione anacronistica, tutta alla luce dell’oggi, della nostra storia e cultura, privando di senso e contenuto il dibattito e finanche la comunicazione. Le recenti tornate elettorali hanno dimostrato come il sistema informativo fosse compatto ed omogeneo nel sostenere le opinioni “giuste”. Quel che è successo in Austria, con i brogli elettorali, ed in parte in UK con l’uccisione di Jo Cox nell’estremo tentativo di spostare i consensi della Brexit dimostrano come il politicamente corretto abbia profondamente corrotto anche le nostre democrazie. Come in tutte le dittature, il primo passo per la liberazione è mettere in discussione l’ideologia dominante infarcita di autocolpevolizzazione, autorazzismo, pauperismo, oppressione mediatica, criminalizzazione delle opinioni diverse. Però adesso è successo: le tornate elettorali recenti hanno evidenziato anche come il cittadino normale rifiuti una rappresentazione della realtà che è contraria alla verità. Per la prima volta nella storia l’ideologia politicamente corretta propone di porre limiti allo sviluppo della società per emendarsi da presunte colpe del passato: è una scelta antiumana e delirante che non è stata ipotizzata nemmeno per la Germania nazista, l’URSS comunista, il Sudafrica dell’apartheid.  Più ancora si chiede ad una società avanzata di annichilirsi economicamente mettendosi a servizio di popolazioni arretrate e di distruggersi culturalmente per tornare indietro di secoli, di distruggere la propria organizzazione sociale per soddisfare la brama ideologica di un’eguaglianza verso il basso che annulli differenze di reddito, ricchezza, servizi, sicurezza.

Il politicamente corretto è un’ideologia che vuole negare la normalità delle nostre società fatte da individui prevalentemente bianchi, cristiani, eterosessuali, liberi economicamente, religiosamente, politicamente e culturalmente, orientati ad uno sviluppo economico, civile, sociale costante e progressivo.  L’obiettivo è quello di sottometterle ad una congerie di minoranze (etniche, sessuali, religiose) tenute insieme dal collante del potere esercitato sulla parte più avanzata di quelle società. Non c’è da stupirsi se il vento politico sta cambiando: si chiama razzismo/populismo/xenofobia quella che è semplicemente la voglia di difendersi e di tornare a parlare di noi stessi e del nostro futuro. La voglia di chiamare le cose con il loro nome senza dover temere accuse, minacci ed insulti. La voglia di dire la verità. La voglia di normalità.

 

 

 

 

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