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Politica Italia

Sic Transit Gloria Mundi

627707196-italian-prime-minister-matteo-renzi-give-a-speech-after-jpg-crop-promo-xlarge2Mi chiedevo negli ultimi giorni dove fossero quelli che votavano Sì: conoscendo centinaia di persone, fra Roma e Firenze, in ambito imprenditoriale, professionale e scolastico, coloro che mi avevano espressamente detto di essere a favore della riforma costituzionale erano stati 2 (diconsi due). Sul treno per la fatal Pontassieve ho sentito, ad ottobre, gente che urlava insultando Obama per l’endorsement a Renzi. Sul treno da Roma un gruppo di militanti CGIL e ANPI con tanto di bandiere ed inno sovietico sulle suonerie dei cellulari aveva fatto furore fra i viaggiatori. A scuola, su 42 studenti in età di voto solo 1 (diconsi uno, peraltro già compreso fra i due di cui sopra) si era espresso per il Sì, con molti che rifiutavano la proposta di aiuto per il bonus 18nni perchè “Prof. non posso votare No e prendere i soldi, sarei ipocrita”. Complimenti, era difficile fare peggio.  La maggioranza del sì, per essere tale, non poteva essere semplicemente silenziosa, doveva essere muta. E infatti non esisteva.

Renzi paga le scelte dissennate che ha fatto. Nel 2014, dopo avere vinto le europee, invece di attaccare i capisaldi della crisi italiana sfruttando una forza politica che non si vedeva da anni, si è impiccato ad una riforma del menga che non solo non interessava agli italiani ma che toccava l’unica cosa che in Italia pare ormai essere rispettata e difesa, la Costituzione. Nessuno ne sentiva il bisogno all’inizio e nessuno ha capito poi perché doveva essere fatta in un modo così cretino. Una volta fatta una scelta sbagliata, almeno gestiscila intelligentemente ed invece no. Tatticamente ha fatto la peggiore cazzata che potesse fare a gennaio 2015 quando, per avere i complimenti della Bindi, ha rotto il patto del Nazareno che gli avrebbe permesso di avere comodamente la maggioranza dei due terzi in Parlamento. Da lì si è legato con le sue mani, sempre a cercare compromessi per avere almeno la maggioranza al Senato che gli hanno fatto perdere forza, autonomia, attenzione ai problemi veri, lucidità. Ha dissipato un patrimonio di immagine basato su gioventù, energia e visione per chiudersi per un anno in una campagna elettorale che non interessava a nessuno, adesso si tirano le fila.

Avevo detto che Matteo mancava di senso della Gravitas di fronte alle tre streghe che perseguitano il Paese ed a cui adesso hanno si è aggiunta la quarta del terremoto che a Natale, con famiglie deportate o al gelo, apparirà di nuovo nei reportage giornalistici. Negli ultimi giorni aveva perso anche il senso del ridicolo, sempre in TV, sempre a parlare, tutte boutade e giochi di parole insulsi e sterili, tutti giochetti penosi per strappare qualche voto. Aveva rispolverato metodi da anni ’50 (l’aereo personale, il viaggio a Washington con moglie, Benigni e famili vari) che sembravano farne una rivisitazione del Marchese del Grillo e di centinaia di altre parodie di Sordi, con l’italiano medio mediocre e millantatore, opportunista e gradasso. Gli 80 euri non erano stati visti evidentemente come il giusto prezzo del consenso ma come il segnale che l’Italia svoltava: venuta meno l’illusione, mance e mancette sono state considerate solo metodi di governance da repubblica delle banane e come tali rifiutate. In ultima analisi, solo parole e comportamenti che ormai non dicevano più niente a nessuno, un senso di fastidio nel momento in cui vedevi apparire di continuo quel faccione grasso in televisione.

Questa volta i sondaggi erano stati onesti ed addirittura ottimisti. Il 70% di affluenza, il 60% di No, chiudono l’era del governo Renzi ma forse anche quella di Matteo Renzi: già non aveva appoggi nel partito prima, quando era vincente, figuriamoci adesso che ha perso. Chissà se sarà davvero lui a dare le carte, se il PD seguirà il suo segretario, se rivincerà il congresso. Troppo forte è stata la sconfitta. Si può dargli atto di un’energia e volitività che pochi hanno ma dover fare campagna da solo conferma che era solo: non si ricordano dichiarazioni di esponenti alleati di Renzi (Franceschini, Delrio e simili) a favore del Sì mentre il giglio magico si è rivelato per quello che era, ragazzotti di provincia poco adatti a questi livelli. Matteo avrà da ripensare, nella maturità e nella vecchiaia, all’occasione d’oro che ha buttato via confermandosi per quello che il suo amico trombaio di Pontassieve mi disse l’anno scorso: è rimasto quello che era da ragazzo, non se la tira, fa le cene insieme ai vecchi amici ma continua ad essere presuntuoso, arrogante, megalomane come quando aveva 20 anni.

Il PD ha fatto secchi tre leader in 3 anni: i limiti di quella che è davvero un’accozzaglia si vedono chiaramente. Solo Berlusconi aveva potuto compattare e nobilitare un partito che è una coalizione di amici-nemici. La sconfitta non può non investire anche un partito che, con l’aperta ribellione al segretario-premier, archivia definitivamente la discendenza dal PCI: mai il Partito, quello vero con la P maiuscola, avrebbe ammesso simili comportamenti, mai ci si sarebbe stati pensando di comportarsi così. Ancora ieri conoscenti 80nni si rammaricavano che alcuni compagni di briscola al circolo Arci avessero deciso di votare No contro le indicazioni del partito, considerandolo un fatto disdicevole. Il PD è diviso a brandelli al suo interno, in un tutti contro tutti da cui non può emergere qualcuno che sia appena presentabile alle elezioni: D’Alema, Bersani, Prodi, Letta, Orfini? Ma non scherziamo. Oltre a ciò il PD non ha minimamente compreso l’insoddisfazione che ormai dilaga anche in Italia, anche se con toni diversi dagli USA e dal Nord Europa, offrendo solo proposte stereotipate ed ideologiche. In tre anni l’ideologia politicamente corretta sposata acriticamente dal PD ha fatto esplodere il debito, mancato la crescita in una fase in cui tutti i parametri erano a favore e che adesso invece stanno girando al contrario, indebolito i conti pubblici, sprecato il tempo prezioso concesso da Draghi, acuito il problema delle banche, fatto invadere il paese dai negri veicolati dalla marina militare. In questo Renzi non si è distinto dal resto del suo partito, è rimasto succube di una retorica buonista, immigrazionista, europeista, statalista che ormai non è più accettata, con il Censis che ormai distingue fra una popolazione preoccupata ed una disperata, con un’ansia di normalità che viene vista solo come egoismo  da combattere.

Il PD governa in forza di elezioni non vinte con una legge incostituzionale: c’è un momento in cui il consenso supera il voto. Il PD non ha più consenso, non dovrebbe più continuare a governare male un Paese che queste ricette non le vuole, se lo fa si chiama dittatura. Mattarella dovrebbe sciogliere le camere e chiudere questa maledetta legislatura che ha mancato i suoi obiettivi minimi e fatto solo danni. Non lo farà ma si renderà responsabile della crisi che verrà con la UE che ci chiederà conto delle cambiali renziane con una finanziaria scritta sull’acqua ed una crisi bancaria affrontata in modo avventuristico tramite un governo tecnico che continuerà nell’opera di esproprio degli italiani per tappare i buchi di uno stato fallito.

L’esito chiude anche la vita politica di Napolitano e fa piazza pulita di personaggi inadeguati come la Boschi. Il problema è che il No non ha espresso niente se non Grillo, che ha sostenuto il peso della campagna, e Berlusconi che si è accodato solo quando ha capito che il No avrebbe vinto alla grande. Salvini e Meloni hanno confermato di non avere la statura del leader nazionale mentre per la destra si prefigura un futuro alla francese ma in un paese in cui è complessivamente minoritaria. Di Maio è sfuggito ancora da una battaglia politica che, almeno una volta nella vita, uno che vuole fare il leader deve combattere e vincere. Cambierà l’Italicum e dovrebbero cambiare le strategie e le alleanze: M5S, Lega e FdI dovrebbero prendere in considerazione l’ipotesi di un’alleanza che sfiorerebbe già oggi la maggioranza.

Con oggi si chiude il capitolo delle riforme costituzionali. La costituzione teneva aperte le porte al comunismo e alla democrazia, allo statalismo ed al capitalismo. Ci ha accompagnato nel boom e nella grande crisi, nel terrorismo e nel berlusconismo, nella buona e cattiva sorte. È una cornice, non un fattore determinante dell’andamento della politica e della società. Teniamocela buona per come è, con tutti i suoi limiti ma anche con il senso di unità che dona al Paese. Le costituzioni sono leggi particolari il cui cambiamento segna il passaggio da un regime ad un altro: è stato così per lo Statuto Albertino, per la Costituzione Repubblicana, per i paesi usciti dai regimi militari e dal comunismo sul finire del ‘900. Non la puoi cambiare “a freddo” per renderla semplicemente più snella ed efficiente. Facciamocene una ragione e tiriamo avanti. Problemi e soluzioni non stanno lì.

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