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M5S, Politica Italia

Caos Italia

downloadLa politica europea dimostra una certa difficoltà a confrontarsi con le manifestazioni secche della volontà dei cittadini. I referendum sembrano produrre soprattutto degli sconfitti su ambo gli schieramenti senza nessuno che abbia la capacità o lo forza di trasformare la vittoria numerica in consenso politico. È accaduto in UK con la Brexit che ha dimostrato l’eterogeneità e la velleitarietà dello schieramento che ha prevalso e ha costretto il partito conservatore a sopperire alla crisi politica con un cambio di premier che, al netto della scomparsa di Cameron, dimostra sempre più la debolezza di Teresa May, peraltro pro Remain, di fronte ad un problema probabilmente più grande di lei. Premesso che anche Orban è uscito “diversamente vincitore” dal suo referendum antimigranti, qualcosa di simile è accaduto anche in Italia.

Renzi si è dimesso a metà e provvisoriamente – grasso che cola per la prassi politica italiana – ed è stato sostituito da un tizio che sembra non avere non dico la forza politica ed il prestigio per rivestire la carica ma forse addirittura neanche l’autostima necessaria. La strategia renziana sembra essere quella di “lasciar correre”, considerando conclusa la vicenda con le sue dimissioni a tempo, e di tentare una ripartenza con una nuova “narrazione” che prescinda dal fatto di essere stato già tre anni al governo e che gran parte delle sue riforme sono in fase di sfascio. Renzi sembra proprio essere figlio della generazione Playstation: finita una partita se ne comincia un’altra diversa e separata, senza connessione con quelle precedenti. Nessuna analisi, comprensione, autocritica su quello che è successo; negazione della personalizzazione; autocritica sulla mancata comprensione della politicizzazione come se non fosse compito di un leader politico capire la situazione e gestirla. Siamo ai livelli di Di Maio che non capisce il contenuto di una mail, complimenti.

Risolto in questo modo, almeno per ora, il problema personale di Matteo, la crisi politica apertasi con il referendum si è estesa a tutto il PD che appare oggettivamente nel caos. La sinistra interna può a ben diritto annoverarsi fra i vincitori ma, come spesso capita, chi scuote l’albero non raccoglie i frutti e la vittoria esterna si è tradotta in una debacle interna che la sta spingendo verso la scissione. Il referendum ha determinato la frattura del PD con la sua tradizione di sinistra: gli ex DS raccolgono ad oggi attorno al 30% mentre la colonna portante si è rivelata essere un inopinato fronte ex democristiano imperniato su Franceschini. E sarebbe da interrogarsi sul significato di primarie vinte da Renzi nel 2013 con il 70% che hanno dato poi la stragrande maggioranza degli organi direttivi ai franceschiniani.

Renzi si atteggia come se fosse il dominus del PD  ma il suo destino è appeso ad un filo, non avendo un peso determinante né nella Direzione né nei gruppi parlamentari. Per ora può semplicemente farsi forte del fatto che non esiste un’alternativa all’interno ma rimane aperto il tema elettorale che, stando ai sondaggi, rende difficile la vittoria del PD con ogni legge possibile: se l’Italicum rischia di far vincere in carrozza i 5S, si rimane interdetti di fronte ai fautori del proporzionale in presenza di una lega populista (LN+M5S+FdI) che già oggi sfiora la maggioranza mentre il Mattarellum in un contesto tripolare sarà un terno al lotto e probabilmente non produrrà un maggioranza. Del resto il profilo del leader dipende anche dalle scelte in materia di legge elettorale: se Renzi potrebbe essere il front leader efficace in una competizione basata sul maggioritario, la sua natura intimamente divisiva sarebbe deleteria in caso di normative più o meno proporzionali. Il caso del Mattarellum renderebbe ancora più intricata la questione con la necessità di formare delle coalizioni che rimetterebbero il PD di fronte alla scelta esiziale fra l’alleanza con la solita estrema sinistra variamente denominata, riportandolo ai tempi di Bersani, o con un centro moderato ex berlusconiano che si porterebbe dietro le proprie contraddizioni interne ed il marchio indelebile delle sue origini con esiti nelle urne poco prevedibili.

Il PD è oggettivamente il partito della nazione per la sua organizzazione, storia e diffusione territoriale. Ha natura ircocervica essendo un partito intimamente democristiano che fa parte del PSE e da questa contraddizione non sciolta deriva la sua necessità di coprire un arco politico che va da SEL a FI sfiorando i movimenti populisti. Detto che questo sforzo non può essere oltretutto incarnato da un uomo solo, come ha inopinatamente tentato di fare Renzi, difficilmente può essere assolto anche da un partito che deve districarsi fra istanze assolutamente incompatibili: da qui la debolezza elettorale che fa dell’Italia l’unico paese in cui i “populisti” hanno la maggioranza relativa.

La vittoria referendaria ha fatto male anche al M5S che ha visto esplodere, specularmente al PD, le sue contraddizioni e divisioni interne. Il ruolo di Franceschini è nel caso coperto da Grillo e Davide Casaleggio che si stanno ingegnando per evitare che la situazione si aggravi, anche se in questo caso i rischi di scissione sono minimi visto che non si scappa dalla nave che naviga veloce a differenza di quello che avvenne nel 2014 quando il ciclo di Beppe sembrava finito. Il M5S dimostra difetti speculari al PD legati alla sua debolezza organizzativa ed allo scarsissimo know how dei suoi esponenti. La scelta Casaleggiana di mantenere destrutturato il movimento ha bloccato qualsiasi meccanismo serio di reclutamento, selezione e valutazione e comportato la necessità di continuare a scegliere la leadership in un ambito (gli eletti del 2013) non solo ristretto numericamente ma oggettivamente formato da personaggi scelti in modo del tutto casuale. Il deficit di capacità politica ed amministrativa che gli stessi dimostrano è colmato con il ricorso a delle “seconde linee” raccolte fuori dal movimento secondo criteri personalistici e non sottoposte ad alcuna verifica o selezione il che, oltre a frustrare e privare di significato la militanza, rende estremamente difficile mantenere l’unità e la coerenza nella fase successiva del governo, sia essa di una città o di uno stato. Roma è l’esempio più chiaro e francamente sconcertante di questo fenomeno: non esiste un membro dell’amministrazione che sia un “grillino doc”, si tratta di soggetti provenienti da ambiti professionali e politici esterni e motivati da obiettivi che prescindono da quelli del movimento e che si traducono in un coacervo di camarille, cordate, imboscate, inimicizie, ecc.

Il M5S paga la mancanza di una leadership adeguata atteso che Di Maio e Di Battista, come detto più volte in questo blog, non sembrano in grado di assolverla in modo adeguato e del resto se ciò non fosse vero allora uno di loro sarebbe già il capo politico al posto di un Grillo che può solo urlare per tenere su di morale le truppe. In generale il M5S non sembra aver maturato la consapevolezza della differenza fra il ruolo del “portavoce” parlamentare che, in un certo limite, può essere diretto e guidato, e quello di chi occupa ruoli di governo che lo pongono di fronte a problemi continui e variegati ed alla necessità di raffrontarsi ad ambiti differenziati per i quali è necessario disporre di autonomia e competenza. Anche la modalità di selezione dei candidati sembra essere approssimativa e può avere dato luogo a quei problemi di infiltrazione esterna che Marra sembra esemplificare: quando si dice che la Raggi si rivolse a lui per vincere le elezioni, difficilmente si fa riferimento a quelle di giugno 2016 che erano già state opzionate da mesi visti i disastri di Marino e Mafia Capitale mentre è più probabile che l’aiuto servisse per le primarie interne. Il meccanismo dei click produce un effetto leva impressionante: con poco più di 1500 preferenze, la Raggi si è portata a casa 700.000 voti elettorali. La politica in Italia occupa spazi enormi, non è solo necessario selezionare i front people ma anche coloro che occuperanno i posti di sottogoverno (assessori, dirigenti, responsabili delle partecipate, ecc.). Il M5S dovrebbe uscire, specie se la prossima legge elettorale metterà correttivi proporzionali, dalla visione di brevissimo termine di una vittoria solitaria nel 2018 per entrare in una fase di strutturazione ed evoluzione che possa anche prevedere anche una fase di alleanze su una base programmatica finalmente definita.

L’ennesima crisi romana conferma questi limiti e fa strame della presunta diversità grillina, peraltro già messa in dubbio da varie situazioni. Non molto tempo fa ipotizzavo che i tempi fossero maturi per il primo arresto a 5 stelle ed infatti ciò è avvenuto. A questo punto l’unica diversità è rappresentata dalla restituzione di parte dei compensi (ormai limitata peraltro ai soli parlamentari) e dalla rinuncia al rimborso elettorale: troppo poco per giustificare il 30% dei voti. Sfumato il tentativo di arrivare al governo grazie alla dabbenaggine di Renzi, che votava leggi elettorali a capocchia, e puntando solo sulla diversità delle persone, Il M5S rischia di congelare il consenso in modo inutile se non si piegherà alle esigenze della politica con una elaborazione programmatica seria ed un programma di alleanze.

Le corrispondenti difficoltà milanesi del PD imporrebbero una riflessione sulla politica locale che ha perso i connotati di vicinanza alla popolazione, buongoverno e pragmatismo per aprire i cancelli ad una corruzione diffusa. Il caso di Sala sembra essere un po’ diverso in quanto legato ad irregolarità amministrative volte ad accelerare i tempi delle opere e non a trarne benefici privati. Non giova la legislazione post Mani Pulite che per garantire la massima regolarità in realtà promuove l’immobilismo per cui, laddove vi sono scadenze certe da rispettare, qualche forzatura è d’obbligo. Del resto il teorema della magistratura è fallito: un amministratore non è e non può essere un santo, soprattutto in Italia dove gli amministratori pubblici sono decine di migliaia.  Occorrerebbe pragmaticamente prenderne atto ed avviare una riforma profonda del sistema delle autonomie locali all’insegna dell’efficacia/efficienza che preveda accorpamenti di comuni e, per le grandi città, forme di governo “dittatoriali” con un sindaco che di fatto è un commissario, ha un mandato lungo (fino a 10 anni), non risponde al Consiglio (che potrebbe essere anche abrogato), ha poteri di vita e di morte sugli assessori e magari dispone per il periodo dell’incarico di una sorta di immunità paragonabile a quella dei parlamentari con il divieto di passare subito ad un’altra carica. Forse in questo modo potrebbe essere tutelata l’autonomia della politica rispetto ad una magistratura arcigna e garantita l’efficienza della politica locale. Potrebbe anche essere previsto un rating di legalità degli enti pubblici che, al di sopra di  certe soglie, potrebbe prevedere livelli di autonomia maggiori e sospensione delle norme più limitative. In questo senso, in una situazione meno caotica, un accordo fra forze politiche che non hanno più ambizioni di diversità morale potrebbe limitare una magistratura invasiva ma anch’essa isolata nell’opinione pubblica.

Il centro destra paga il lunghissimo addio di Berlusconi che, una volta sistemata anche Mediaset, potrà forse finalmente ritirarsi a vita privata. Nel frattempo si assisterà alle contorsioni dell’individuo che tutto desidera tranne un vuoto politico che possa aggravare la situazione aziendale e ad un continuo turbinio di mezze figure in attesa di qualcosa che possa definire il loro destino individuale. La destra ad oggi è solo un contenitore di voti da portare a qualcun altro, il PD nel caso di FI ed il M5S, forse, nel caso della destra. Solo una forte scossa politica, probabilmente proveniente dall’esterno, potrà rivitalizzarla.

Nel complesso il Paese sta attraversando una fase di collasso politico gravissima, molto peggiore di quella del 1992 quando le cause della crisi furono esogene e trovarono soluzione nella resilienza del PDS e nella nascita di Forza Italia. Niente del genere appare all’orizzonte, solo forze politiche deboli che si confrontano in un agone politico autoreferenziale senza avere idee chiare per affrontare le criticità fatte da scarsa crescita, conti pubblici allo sbando, invasione di migranti irregolari, sistema bancario in fase terminale e terremoto quasi dimenticato. Questa debolezza apre la strada alle scorrerie straniere, siano esse quelle della UE o del Papa. Non è un bel panorama.

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