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Politica Europa

EUtopia, EUrabia, EURexit

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È probabile che gli storici considereranno il 2016 come l’anno in cui iniziò la fine dell’unione politica europea e la sua trasformazione in qualcosa di diverso. L’Unione Europea ha dovuto subire nel corso dell’anno l’evento epocale della Brexit che ha segnato un momento topico nella storia di questa istituzione in quanto per la prima volta si è assistito alla riduzione e non all’aumento del numero dei membri, dell’estensione geografica, della popolazione, della capacità economica e militare. La Brexit pare avere assunto il ruolo di catalizzatore di tutte le insoddisfazioni e tensioni interne provocando un’accelerazione dei processi antichi ma che andavano lentamente avanti: dal 23 giugno scorso echeggia la sensazione che niente sia più impossibile  e che nessun processo sia invece più irreversibile. Un altro evento di fondamentale importanza è stata la fine, di fatto, del regime di Schengen con controlli e limiti alla circolazione delle persone che ormai interessano la quasi totalità dei paesi appartenenti con la sola esclusione forse di Italia e Grecia. Più ancora della Brexit, la ripresa da parte degli stati del controllo dei confini e, quindi, del territorio assesta un colpo decisivo alla volontà della UE di diventare un superstato con poteri di supervisione, guida e correzione delle realtà statuali ufficiali.

In generale l’UE accusa nel 2016 una fortissima perdita di prestigio ed autorevolezza ed al contempo di forza politica e autorità. Mentre la Germania pare iniziare a prendere le distanze da un’istituzione troppo “friendly” con i paesi del Mediterraneo, il resto dei paesi appartenenti non pare più individuare nell’Unione la sede delle soluzioni ma casomai quella della nascita dei problemi, siano essi di natura economica, bancaria o migratoria. Mentre Francia, Spagna e Portogallo veleggiano ormai lontano dai diktat in materia di deficit e debito, il blocco di Visegrad, i paesi scandinavi e l’Austria hanno realizzato la loro “exit” in materia di gestione dei flussi di immigrazione, così come Germania ed ancora una volta Francia che con la scusa del terrorismo hanno ormai abbandonato il principio della libera circolazione e dell’accoglienza. Addirittura l’Italia che, per vocazione o necessità è sempre stata il paese più europeista, con il decreto salva MPS ha dato un colpo ferale alla politica bancaria europea stracciando regolamenti, direttive e leggi in materia di bail-in: se anche uno stato di fatto fallito può permettersi di impegnare 20 Miliardi (che non ha) per salvare le sue banche, la normativa sul bail in diventa carta straccia e si stabilisce un precedente che avrà effetto per chiunque altro nei prossimi anni salvo che si riapra addirittura un contenzioso ex post con la Spagna che ha dovuto sottomettersi alla trojka per salvare le sue banche via ESM. L’ordinamento europeo di stampo ordoliberista viene messo in discussione alla radice: la politica torna a dettare le regole smentendo che esistano regole esterne che si applicano alla politica per condizionarla. “Ce lo chiede l’Europa” non è più la formula magica che consente a qualsiasi “Quisling” di diventare uno statista ma un anatema in grado di distruggere la carriera di politici di lungo corso.

L’UE è nata come MEC e poi CEE con l’obiettivo limitato di porre le regole tecniche, giuridiche ed economiche per un allargamento del mercato europeo. Dagli anni ’50 in poi la sua opera di minuziosa codifica e regolamentazione è stata encomiabile avendo dato luogo ad un’omogeneizzazione delle norme e prassi che ha consentito la “globalizzazione europea” di cui tutti abbiamo beneficiato essendo pur vero che una parte dei meriti deve essere data alla contrapposizione Est/Ovest che ha consigliato di ampliare il più possibile l’ambito dei beneficiati per evitare che ci fossero troppi elettori ad aspettare che venisse Baffone. La mentalità burocratica e l’orientamento politico socialdemocratico si sono invece rivelati inefficaci e dannosi a partire dagli anni ’90 quando, vinto il confronto con l’Est comunista, l’Europa invece che accettare pragmaticamente la vittoria del capitalismo e mettersi a correre alla pari degli USA, del Giappone e della nascente area asiatica capeggiata dalla Cina, è collassata in un gorgo di ideologismi che l’hanno zavorrata: la tutela ambientale, la lotta alle disuguaglianze ed alla diversità, l’autocolpevolizzazione  per i disastri della II GM imputati non solo alla Germania ed all’Italia ma, per “simpatia”, a tutto il continente esclusa stranamente la Russia che pure aveva sulle spalle un bel fardello di crimini del periodo comunista, la crescente antipatia per le sue radici cristiane, il rimorso per il passato colonialista ed infine addirittura per la scelta capitalista in quanto tale. Tutte fisime che hanno indotto la classe politica europea, fatta per di più da individui sempre più grigi ed anonimi al solo fine di evitare che emergessero personalità energiche ma pericolose, a liquidare la propria identità storica e culturale e a dissipare un patrimonio tecnologico ed economico ceduto gratis al terzo mondo per riparazione danni.

L’UE è stata vista per decenni come un livello superiore di governance a livello strategico, politico e tecnico ma la sua debolezza la costringe adesso a continui compromessi su tutti i temi. Il suo è diventato un percorso ondivago con ricette “a la carte” che vengono continuamente adattate alle singole situazioni e mutano nel tempo e nello spazio. Questo mina alla radice la sua autorevolezza: se gli eurocrati pongono la loro sopravvivenza prima di ogni altra cosa e quindi sono disponibili a tutti i compromessi pur di tirare avanti, quale valore aggiunto porta l’affidarsi a loro? Non è forse meglio accettare la politica nazionale con tutti i suoi limiti ma anche con una maggiore conoscenza ed aderenza alle situazioni specifiche?

L’eurocrazia è stata, nell’ultimo quarto di secolo, uno dei pilastri dell’ideologia politicamente corretta insieme con l’ONU e, più recentemente, Obama e Papa Francesco. Adesso paga pegno per il terribile errore di sottovalutazione commesso nel 2015 quando consentì ed incentivò l’invasione islamica. Questo errore, francamente incomprensibile per la sua enormità, ha dissipato il patrimonio di forza politica ed autorità maturato con la gestione della crisi del debito e dell’Euro. Le popolazioni europee hanno in gran parte accettato anche gli aspetti più aspri di una dinamica interna che contrapponeva paesi debitori e creditori in un’ottica esclusivamente economica. Hanno invece rifiutato di mettere in discussione aspetti basilari ormai consolidati nei secoli, se non nei millenni, come lo stato  con la sua connotazione etnico-nazionale e con il suo corredo di confini e controlli, l’indipendenza, la sovranità, la laicità, la modernità, forse in ultima analisi anche la loro ancestrale connotazione cristiana. Se la UE voleva effettivamente configurarsi come uno stato doveva in prima battuta assicurare i servizi essenziali tipici dell’istituzione, cioè la difesa esterna ed interna, unici benefici che possono giustificare una limitazione della libertà individuale. L’invasione islamica ha evidenziato non solo l’incapacità dell’UE e dei suoi leader di assicurare la difesa delle frontiere (cosa ben diversa dal controllo che può postulare anche solo un atteggiamento passivo) ma addirittura la negazione dell’esistenza del problema stesso, tutti presi a magnificare un mondo liquido in cui le frontiere, i muri, i controlli, le culture, le tradizioni civili non esistono. Il tutto in una chiave asimmetrica che prevede obblighi e limiti unilaterali a carico dei paesi e popoli europei che non trovano alcuna contropartita o similitudine in quelli di provenienza dei migranti, ben ancorati ad un’identità assolutamente non liquida come quella pretesa per il nostro continente.

L’UE ha fatto sua ai massimi livelli la prima regola del politicamente corretto rappresentata dalla rivisitazione in chiave totalmente negativa e colpevolizzante dell’intero percorso storico dell’Europa bianca e cristiana. Tutta la storia viene letta come una successione ininterrotta di crimini, abusi, errori, non solo limitati alle guerre ed al colonialismo ma estesi alle fondamentali scelte cristiane e capitalistiche. Ignorando il dato oggettivo della superiorità, per interi ordini di grandezza, di questo modello rispetto a quelli del terzo mondo africano, sudamericano ed asiatico, testimoniato se non fosse altro dalla differenza quantitativa fra i flussi immigratori provenienti dal terzo mondo e quelli invece ivi diretti, la soluzione viene vista in una catarsi economica, civile e culturale imposta alle popolazioni native, costrette ad accogliere e mantenere masse crescenti di immigrati privi di reali possibilità di integrazione ed a rinuniciare alle proprie specificità che potrebbero essere urticanti per gli invasori. Il tutto ovviamente in un contesto asimmetrico in cui ci si guarda bene dall’imporre agli stessi comportamenti politicamente corretti.

L’immigrazione massiva e non filtrata dal lavoro non solo pone problemi economici e sociali enormi ma addirittura è del tutto priva di senso. La cultura, lo stile di vita, i costumi, il sistema relazionale sono semplicemente primitivi se confrontati con quelli europei. Non c’è alcun senso nel pretendere che popolazioni che si pongono ai vertici dell’evoluzione sociale della storia umana possano fare passi indietro enormi nel campo dell’organizzazione sociale, dei diritti, delle relazioni individuali e fra gruppi quali sarebbero quelli imposti dalla convivenza forzata con popolazioni arretrate di secoli se non di millenni. La pretesa che questo avvenga per riparare ai torti ed errori commessi dagli europei nei secoli passati è incomprensibile ed insensata, si basa su una visione della storia europea che è unidirezionale nel suo intento colpevolizzante, che nega il contributo dato dai bianchi allo sviluppo, non solo economico e sociale ma anche culturale e civile, di popolazioni che al tempo del “contatto” erano allo stadio dell’età della pietra o al massimo di quella del bronzo. È una visione che nega la complessità e contraddittorietà delle relazioni fra popoli che hanno visto nei millenni anche l’Europa configurarsi come terra di conquista. È assurdo pretendere che delle popolazioni, volontariamente, si annientino culturalmente e si votino al declino economico per rispondere ad un senso di colpa astratto, pregiudiziale ed autoimposto: niente di simile è stato mai chiesto a nessuno, nemmeno alla Germania post nazista, alla Russia post comunista o al Sudafrica uscito dall’apartheid. L’esperienza di secoli dimostra che, nei momenti di difficoltà, il controllo delle popolazioni è stato mantenuto tramite la minaccia di un nemico esterno: in questo caso si inverte la logica agevolando il nemico contro la propria popolazione. Basterebbe questo per dimostrare l’insensatezza che sta dietro la politica europea.

L’invasione ha portato con sé il terrorismo, non solo perché fisicamente molti dei terroristi erano migranti ma soprattutto perché la percezione di un fenomeno così enorme associato alla mancanza di regole o di resistenze ed all’esistenza dello stato islamico ha dato l’illusione che il secolo d’oro dell’Islam fosse vicino e  indotto molti immigrati mussulmani che avevano passivamente subito il modello europeo a manifestarsi per quello che sono realmente, nemici giurati di quella civiltà.

La reazione politica, finora del tutto democratica, chiamata “populismo” è semplicemente il logico rifiuto della popolazione nativa, prevalentemente bianca e cristiana, di accettare un simile destino. Essa sta spazzando via il delicato equilibrio politico basato su un’alternanza di partiti moderati di destra e di sinistra in un alveo di regole comuni e condivise. Se ciò avvenisse su larga scala, le conseguenze potrebbero essere enormi in ambito finanziario (molti di questi partiti sono contrari all’Euro) e geopolitici (molti sono favorevoli a rapporti costruttivi con la Russia). Ma è strano che politici e commentatori continuino a invertire cause ed effetti, biasimando il terrorismo non in quanto tale ma in quanto foriero di possibili sconvolgimenti politici nazionali, rinunciando a combatterlo per ridurlo ad un fenomeno fisiologico con cui convivere, banalizzando e mistificando le operazioni terroristiche, rifiutando di riconoscere le ragioni ed i timori dei nativi e colpevolizzando invece i “cittadini che sbagliano” a votare i partiti “xenofobi” invece che gli stranieri che danno luogo ad attentati. Le autorità politiche europee confidano ancora che la propaganda prodotta dall’imponente apparato mediatico culturale asservito ai progetti immigrazionisti possa continuare a produrre effetti di accettazione e sopportazione ma le esperienze di Brexit e Trump, oltre a quella di Hofer che ha perso solo quando i flussi migratori in Austria sono cessati e gli atti terroristici sono diminuiti, sembrano andare in un’altra direzione.

La schiavitù del politicamente corretto ha avuto, fra l’altro, la conseguenza di distruggere il tessuto economico dell’area con l’esportazione all’estero delle imprese e delle tecnologie in cambio di profitti enormi per le multinazionali ed impoverimento delle risorse locali. La rinuncia all’industria, trasferita all’estero, è parsa risolvere insieme il problema ambientale e quello sociale su scala planetaria con il postulato di un progressivo regresso delle condizioni di vita degli europei e di un avvicinamento a quelle del terzo mondo reso accettabile dal sostegno mediatico culturale impregnato ad una continua colpevolizzazione. Al contempo si è mancato l’aggancio alla new economy del web e si è volontariamente rinunciato alla finanza che avrebbe potuto creare milioni di posti di lavoro qualificati ed un indotto enorme. La rinuncia all’industria ha comportato la rinuncia ad un meccanismo potentissimo di redistribuzione e di integrazione di fasce di popolazione, non solo immigrata, non in possesso delle capacità intellettuali necessarie per emendarsi da un mestiere solo manuale. Molti problemi oggi sarebbero di facile soluzione se l’impianto industriale europeo non fosse stato dissolto e se la globalizzazione mondiale fosse avvenuta con le regole simmetriche ed omogenee di quella europea degli anni ’50 invece che con il “laisson faire” che ha accomunato sinistra terzomondista e grande capitale concedendo ai paesi emergenti di praticare quel dumping sociale e ambientale che ha distrutto le imprese europee. Alla fine tutto quello che rimane è fragilità economica accompagnata da una predica incessante di pauperismo e rassegnazione che pare essere sempre meno convincente ed accettata ed anche in questo caso sembra ormai esserci un precedente nell’elezione di Trump che pare porsi il tema del ritorno a casa delle industrie emigrate all’estero.

Alla fine è quasi solo l’Euro che tiene insieme l’Europa in attesa della prossima recessione e della concomitante fuoriuscita di Draghi che determineranno stress economici e politici probabilmente ingestibili visto che 10 anni di crisi hanno ridotto di molto la capacità di resistenza degli stati a stress avversi e che il clima attuale impedisce anche solo di pensare a forme di mutualizzazione e solidarietà da parte degli stati più forti.

In definitiva è probabile che la costruzione europea vada a declinare in senso politico ritornando ad essere un qualcosa di molto simile alla CEE ed al MEC. In questo senso la gestione della Brexit potrebbe stabilire linee guida per future exit di altri paesi ormai stufi dell’insostenibilità delle regole comunitarie. Ma questo non risolve il problema che gli stati europei, da soli ed insieme, devono affrontare modificando profondamente la loro visione della realtà, recuperando il senso della loro identità e dei loro specifici interessi in un mondo sempre meno solidale e sempre più competitivo. L’Europa non può imporsi indefinitamente obiettivi umanitaristici e millenaristici su scala mondiale, contrari agli interessi dei propri cittadini, assolutamente incerti e costosissimi, con una visione di lunghissimo periodo, per perseguire i quali, ammesso che abbia le colpe, non ha le risorse sufficienti e su cui, soprattutto, con la presenza ormai consolidata dei “populismi”, non esiste più sufficiente consenso politico. Il mondo corre e l’Europa deve ricominciare a correre, slegando gli animal spirits, premiando il merito ed il profitto, rinunciando all’omologazione verso il basso in tutti i campi per esorcizzare le diversità che sono insite nel genere umano, abbandonando quella miriade di regole minuziosissime che ne fanno una nuova URSS. Ci vorrà tempo ma è l’unica strada realistica.

Il 2016 vedrà la plateale rappresentazione dello scontro fra politicamente corretto e populismo nelle due grandi elezioni, francese e tedesca. In Francia, annichilito il PSF distrutto dalle sue scelte multiculturaliste e dall’ambiguità in campo sindacale e sociale, il politicamente corretto sembra avere già subito una disfatta in quanto sia Fillon che Le Pen sembrano propensi ad una limitazione dell’accoglienza di migranti e del multiculturalismo. Le differenze più rilevanti riguardano l’atteggiamento verso la globalizzazione, l’Euro e la Russia. Sembra favorito Fillon per il soccorso rosso del PSF ma le cose sono cambiate dal 2002, le tematiche puramente sociali sono diventate importanti nel 2016 e paradossalmente la Le Pen è più a sinistra dei socialisti: non possiamo escludere sorprese. In Germania la candidatura di Merkel è debole per gli errori fatti nel 2015 che nel 2016 hanno presentato il conto sotto forma di stragi e attentati. I problemi sono forse più all’interno che all’esterno della sua coalizione con fronde CDU che si erano manifestate sin dall’agosto 2015 (Schauble) e con una CSU che sembrerebbe più vicina paradossalmente alla AfD che al suo partito gemello. L’aggravarsi della situazione terroristica potrebbe riaprire elezioni il cui esito, salvo ingresso nel Bundestag della AfD, sembravano scontate. In entrambi i paesi si prefigura un esito austriaco con il candidato politicamente corretto che per vincere deve abiurare il politicamente corretto: a Vienna Van Der Bellen alla fine ha vinto solo perchè il flusso di migranti era stato forzosamente interrotto. La Merkel sembra avere fatto autocritica per la sciocchezza del 2015 e minaccia di fare la faccia feroce su burka, permessi, rimpatri, ecc. Così facendo conferma che chi si opponeva nel 2015 aveva ragione. Gli elettori decideranno se è meglio la copia o l’originale: nel secondo caso saranno ovviamente “cittadini che sbagliano” come in UK e USA. Dovesse succedere, ce ne faremo una ragione.

 

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