//
stai leggendo...
Politica internazionale, Politicamente scorretto

Incazzato nero

download-1

Questa lunga e lenta exit di Obama, squallida e ridicola per quanto è intrisa di astio, livore e avventurismo, getta una luce sconcertante sulla persona e sul suo progetto politico ma si rivela anche pericolosa a livello istituzionale.

La Costituzione americana, creata da coloni britannici del XVIII secolo sulla base di quel poco diritto che conoscevano, individua nel presidente una sorta di monarca con ampi poteri e con le uniche differenze, rispetto al modello originario, date dalla limitazione temporale insita nel vincolo del doppio mandato e ovviamente dalla natura elettiva della carica. Se durante la sua vigenza il presidente americano è qualcosa di simile a un monarca, nel momento del passaggio di consegne la sua figura è sempre stata più simile a quella del Papa. La cessazione dall’incarico corrispondeva solitamente alla morte politica per cui il presidente uscente rinunciava ad incarichi politici pubblici continuando sovente ad operare dietro le quinte e non mancando, in epoca recente, di attendere alla gestione delle cose private soprattutto attraverso le ormai famose conferenze pagate decine di migliaia di dollari al minuto: era un modo come un altro per rimanere sulla scena monetizzando i tanti crediti maturati nel corso del mandato.

Obama presenta caratteristiche molto diverse. Ancora molto giovane (55 anni), energico e carismatico, Barack presenta anche la caratteristica di essere, alla meglio e lasciando da parte i dubbi sulla sua nascita all’estero e sulla sua fede mussulmana, un americano di seconda generazione in quanto figlio di secondo letto di un immigrato keniota. È poco probabile che abbia fatto in tempo ad assimilare in pieno lo spirito istituzionale partorito dai focosi patrioti americani del 1787 e quindi appare molto indispettito dalla necessità di mollare il posto, soprattutto ad un personaggio che per tanti versi ne rappresenta l’antitesi, tanto è vero che si sta dimostrando molto più decisionista in questo scorcio di Presidenza che non nel corso dei suoi 8 anni precedenti.

È del tutto inusitato, almeno a mia memoria, che il presidente uscente lasci in carico a quello entrante due crisi diplomatiche importanti create proprio nel periodo di transizione. Quella con la Russia, generata dalle ritorsioni alle presunte intromissioni che avrebbero misteriosamente alterato l’esito delle elezioni presidenziali 2016, scade nel patetico dato che la parola d’ordine “hackeraggio” non è stata mai seguita da spiegazioni precise di come tali interventi sarebbero avvenuti e di quali effetti avrebbero avuto sul voto degli elettori. Ovviamente se le accuse fossero vere la prima naturale conseguenza sarebbe l’invalidità delle elezioni stesse, cosa che nessuno si spinge a chiedere con ciò destituendo di credibilità le accuse stesse. Del resto che gli USA, che hanno inventato e dominano il mondo web, siano del tutto indifesi di fronte a intromissioni esterne è un qualcosa che, prima ancora che mortificante per le istituzioni americane preposte alla difesa ed al controspionaggio, è letteralmente inverosimile. Forse ancora più importante è quella determinata dal mancato veto alla risoluzione ONU che condanna Israele per gli ormai pluridecennali insediamenti in Cisgiordania. Si tratta di circostanze che non possono essere considerate decisive per il mandato trumpiano che si va ed è inaugurare fra 20 giorni, atteso che ormai i tempi sono complessi e frenetici e chissà mai cosa dovrà affrontare nei prossimi 4 anni, ma che comunque rappresentano un ostacolo lanciato sul percorso del neopresidente nei fatidici 100 giorni iniziali e più che altro sono indicative del malanimo con cui il primo e probabilmente ultimo presidente nero abbandona il suo scranno.

Tuttavia forse ancora più significativa è la dichiarazione di qualche giorno fa con cui Obama ha affermato che se avesse potuto candidarsi avrebbe nuovamente vinto. Tale dichiarazione, che evidentemente contrasta con il fatto che quella che si presentava come suo clone è stata sonoramente sconfitta, lascia trapelare le dimensioni enormi dell’ego dell’uomo ed al contempo la disistima che prova nei confronti di colei che ha tentato di succedergli e che lui in ogni caso ha appoggiato in un modo così scoperto che non si era mai visto, impegnando addirittura la moglie, pagando oltretutto il debito contratto con i Clinton nel 2008. Un’affermazione che tutto sommato evidenzia l’alterità di Obama rispetto al sistema politico americano, anche solo quello di area democratica.

La dichiarazione lascia forse trapelare anche la volontà di non ritirarsi completamente dalla scena politica, approfittando del caos in cui versa il Partito Democratico e dell’assenza di leader credibili che fanno alludere persino ad una candidatura di Chelsea Clinton, e magari diventare in un prossimo futuro un clamoroso ritorno in qualche altro ruolo. Del resto una con le caratteristiche di Barack Obama difficilmente troverà soddisfazione nel monotono mestiere del conferenziere e del lobbista, al netto del fatto che tutto sommato negli ultimi mesi la figura sembra essersi estraniata da quei circoli di potere tradizionali che dominano la politica americana sia sul lato Democratico che su quello repubblicano.

Obama ha mancato molte delle promesse del 2008: doveva sostenere “mainstreet” contro Wall Street e invece ha foraggiato ampiamente banche e multinazionali nella fase iniziale della grande crisi e sostenendo globalizzazione rifiutata dai blue collars che hanno votato The Donald. Doveva adempiere agli obblighi connessi al Nobel per la Pace e invece ha sostenuto focolai di guerra in Africa, MO ed Europa Orientale. In generale è stato l’alfiere della globalizzazione e del politically correct in tutte le loro manifestazioni e ha interpretato il ruolo degli USA  secondo il principio della dissoluzione del potere americano sul pianeta, anch’esso coerente con la visione politicamente corretta che dalla prevalenza demografica dei paesi del terzo mondo trae la conclusione apodittica ed unilaterale della necessità per la popolazione bianca di arrendersi senza resistenza e condizioni, rimettendosi al solo buon cuore dei vincitori. Probabilmente Obama ha ecceduto in questa visione ignorando invece le enormi difficoltà in cui si dibattono i poteri antagonisti siano essi la Russia a metà strada tra sviluppo e sottosviluppo, la Cina alla vigilia della crisi demografica, l’Europa annichilita dall’euro, il mondo arabo preda delle sue violenze interne e indebolito dalla sovrabbondanza della produzione petrolifera a livello mondiale che ha comportato una ovvio ribasso dei prezzi.

Tuttavia gli ultimi due anni di Obama sono stati abbastanza strani. Un presidente in scadenza del secondo mandato con una maggioranza avversa alle camere solitamente si astiene da proposte politiche che non hanno alcuna possibilità di passare. Invece nell’ultimo biennio Barack, libero da obblighi di mediazioni connessi alla rielezione, ha rotto gli indugi e ha manifestato un tratto ben diverso da quello che gli ha consentito di vincere due volte. In politica estera ha reso chiaro l’appoggio alla galassia terrorista che gira attorno all’Isis e ha posto un veto (superato a grande maggioranza dalle camere) sulla chiamata in causa dell’Arabia per il risarcimento delle vittime delle Torri Gemelle. All’interno ha spinto al massimo sulle istanze tipiche del “politicamente corretto” in campo sessuale e razziale, ha mantenuto un atteggiamento ambiguo sul terrorismo che ha insanguinato gli USA negando che avesse connotazioni islamiste e ha mancato di solidarietà con gli apparati che assicurano il mantenimento dell’ordine pubblico, dalla polizia a FBI e CIA. Tutti comportamenti che hanno rotto il patto politico elettorale con l’elettorato “normale” e creato molti dubbi su una futura presidenza Clinton, così tanti da far eleggere Trump. Tuttavia ha probabilmente inteso lasciare dei messaggi a futura memoria, elementi di una piattaforma ideologica che, oltre a condizionare i successori, possono rappresentare la base per un suo futuro come alfiere di un “politicamente corretto” duro e puro che può avere valenze nazionali, nei DEM o fuori, ed internazionali a valere sui partiti socialisti e democratici mondiali.

Obama sembra interpretare se stesso come un “uomo del destino” e la sua presidenza non come una novità ma come una “singolarità”, un evento epocale che avrebbe dovuto costituire uno spartiacque e segnare il cambiamento non solo della politica ma della stessa identità americana e più in generale occidentale verso un approdo fatto di politicamente corretto portato all’estremo, di negazione dei valori cristiani che tutto sommato sono ancora quelli fondanti degli Stati Uniti d’America  e soprattutto di prevalenza di quella congerie eterogenea di minoranze etnico-razziali, sessuali e culturali contro la maggioranza che, se non è più propriamente WASP, è pur sempre bianca, di origine europea, cristiana ed eterosessuale. Obama sembra dimenticare il fatto che nel 2008 è stato eletto con il voto decisivo degli americani bianchi di ambo i sessi che hanno visto in lui semplicemente la figura di un giovane americano più idoneo del vecchio McCain ad affrontare le terre incognite della grande crisi che all’epoca aveva appena cominciato il suo percorso e che tante modifiche avrebbe portato allo stile di vita americano. Se al contrario si fosse presentato come un alfiere delle minoranze ben difficilmente avrebbe prevalso contro il canuto repubblicano. Obama in generale sembra  dimenticare che la maggioranza della popolazione ed ancor più dell’elettorato americano è fatta di bianchi di origine europea, cristiani sia pure di varie confessioni ed etero sessuali: senza il consenso di questo blocco non esiste possibilità di vittoria per qualsiasi candidato ed ovviamente un candidato intrinsecamente “diverso” non può pensare di vincere se non sintetizza in se se stesso e nella sua piattaforma politica valori ed obiettivi che siano accettabili anche per questo enorme elettorato. La sconfitta di Hillary è dovuta soprattutto all’aver acriticamente accettato questa impostazione puramente ideologica dimenticandosi delle sofferenze dell’ex ceto medio bianco. Tuttavia non erano probabilmente queste le sue preoccupazioni immediate. Impossibilitato a vincere personalmente le elezioni, non aveva probabilmente molta stima e fiducia in Hillary e tutto sommato una vittoria REP poteva lasciare aperta la nomination, nel 2020, alla moglie Michelle, probabilmente il miglior frutto della campagna democratica. O addirittura lasciare aperta la porta ad un grande ritorno “a grande richiesta” che renda possibile anche una “necessaria” riscrittura della carta costituzionale che vieta il terzo mandato.

La posizione di Obama, del tutto dimentica dell’aplomb che regola il passaggio di consegne ed estranea alla condivisione di valori comuni che tiene insieme da oltre due secoli un paese grande come un continente e due partiti che si sono alternati nel potere senza scosse significative, esacerba le divisioni politiche americane, intende delegittimare le istituzioni nate dal  voto di novembre, genera spaccature pericolose nell’amministrazione e soprattutto in quei corpi che per le loro funzioni hanno accesso a informazioni critiche e che potrebbero essere coinvolte in una guerra politica che minerebbe la stabilità del gendarme del mondo. In generale il 2016 ha evidenziato come esista ormai una questione etnico-razziale e religiosa che investe la politica dei paesi a prevalenza bianca: essere nero o mussulmano  non è indifferente rispetto al modo in cui si approcciano i problemi e tali identità possono prevalere su quelle politiche tradizionali dell’occidente con gravi danni per le popolazioni native. Per adesso la piattaforma estremistica che Obama ha incarnato è stata bloccata dagli esiti del referendum inglese e dalle elezioni americane. Tuttavia i prossimi anni di Trump non saranno per niente tranquilli sotto la morsa di un politicamente corretto che ha ormai inglobato i media tradizionali e va all’attacco della libertà del web. Per adesso auguriamoci un buon 2017.

Discussione

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: