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Immigrazione

Facite ‘a faccia feroce

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I dati 2016 sono definitivi. Sono 176.554 i migranti accolti nel nostro Paese al 31 dicembre 2016, un numero 8 volte superiore rispetto a solo tre anni fa, cioè al 2013. Erano 103.792 nel 2015, 66.066 nel 2014, appena 22.118 nel 2013. È la “fotografia” di una realtà drammatica che non “fissa” solo i flussi degli sbarchi, ma è il “fermo immagine” di quanti poi rimangono stanzialmente nel nostro Paese. A rendere noti i dati è stato il Ministero dell’Interno, secondo cui 137.218 migranti sono presenti nelle strutture temporanee, 14.694 nei Centri di prima accoglienza, 820 negli hotspot. Solo 23.822 occupano i cosiddetti posti Sprar, il Sistema protezione richiedenti asilo e rifugiati. Cioè persone cui è stato riconosciuto lo status di rifugiato, in fuga da guerre e da conflitti. La regione che ne ospita il maggior numero si conferma ancora la Lombardia, con il 13%, davanti a Piemonte (8%), Veneto (8%), Lazio (8%), Campania (8%), Sicilia (8), Emilia Romagna (7%), Toscana (7%) e Puglia (7%). Questi dati sono anche maggiormente impressionanti se paragonati ai dati dell’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr) secondo la quale nel 2016 gli arrivi dal mare in Europa sono stati 361.678 (181.405 in Italia più 173.447 in Grecia), contro oltre 1.015.078 del 2015. Non sono stati i 500.000 vaticinati lo scorso gennaio e nemmeno i 250.000 attesi d’estate ma il clima mite ha allontanato il generale inverno mentre sembra che il “tappo” sia solo rappresentato dalla disponibilità di navi militari per la tratta lunga con le ONG che perseguono fini propri a dispetto della legge e operano da navette per accorciare la traversata nelle fatidiche 12 miglia dalla costa libica.

Alla fine dei salmi, quello che emerge è che buona parte dei paesi europei ha risolto il problema dell’immigrazione e lo ha fatto nel modo che più era stato stigmatizzato nel 2015: innalzando muri e abbattendo ponti. Ovviamente non in termini reali ma virtuali: l’accordo con la Turchia ha abbattuto il ponte che portava alla Grecia e forse l’accordo è andato anche oltre il farraginoso meccanismo inizialmente previsto (rimpatrio degli irregolari “scambiati” con siriani regolari) traducendosi in un semplice, indiscriminato ed efficace blocco degli arrivi dalla Turchia. Poi tutti i paesi dell’Europa centro settentrionale hanno semplicemente, indiscriminatamente ed efficacemente chiuso le frontiere, di fatto mandando in archivio il capitolo di Schengen. Il fatto decisivo è stata la chiusura delle frontiere austriache della scorsa primavera che ha avuto il duplice effetto di salvare una Merkel ormai allo sbando (la Germania era la destinazione finale) e di contenere l’ascesa della FPO. Da lì tutti i paesi della filiera balcanica hanno fatto lo stesso sigillando i migranti sul confine greco-macedone dove la “battaglia di Idomeni”, in cui per la prima volta la polizia macedone fece fuoco sui migranti, ha mandato un messaggio chiarissimo sul cambiamento di clima politico che ha disincentivato le partenze.

Purtroppo l’Italia non è più parte dell’Europa. Come ampiamente previsto la politica dell’accoglienza indiscriminata ha creato un problema immigratorio che non avrà alcuna soluzione in sede europea. Il giochetto di Letta e Renzi (fare il culattone con il culo degli altri andando a raccogliere africani per poi farli defluire nell’area Schengen) è stato sgamato e non è più possibile. Dopo la Brexit e la vittoria di Trump le forze politiche “corrette” europee vivono nel terrore di una sconfitta nelle prossime elezioni francesi, olandesi e forse tedesche che segnerebbe il de profundis di UE, Euro e NATO. I “populisti” si portano dietro posizioni ambigue in campo economico (molti sono per l’uscita dall’Euro) e geopolitico (con una eccessiva vicinanza a Putin). In questo senso l’immigrazione produce elettoralmente un effetto leva enorme e devastante: poche migliaia di immigrati possono spostare milioni di voti verso il populismo con conseguenze enormi sugli assetti del pianeta, un rischio che ovviamente nessuno vuole più correre. Premesso che ormai il vaso di Pandora è stato aperto e che forze che abiurano il politicamente corretto si sono ormai formate e consolidate quasi ovunque, le elezioni presidenziali austriache hanno forse fornito la chiave di lettura per la “soluzione” del problema: i partiti politicamente corretti devono adottare, in materia di immigrazione, le politiche dei loro avversari ovviamente negandolo a livello di propaganda. Mollare qualcosa a livello di multiculturalismo ed accoglienza permette forse di salvare il resto. Da maggio a dicembre la cessazione degli arrivi e la pausa terroristica ha consentito di svelenire il clima a tutto vantaggio di Van der Belle contro Hofer. Questo schema sarà probabilmente replicato in Francia con Fillon che può prevalere adottando politiche anti immigratorie simili a quelle del FN ma differenziandosi in materia economica e strategica. Ed ovviamente questa è la strategia della Merkel che, volente o nolente, sta facendo passi indietro rispetto alle scelte scellerate del 2015.

Il governo Renzi, nella sua pochezza, ha perso tempo e risorse chiedendo una ricollocazione in Europa di 140.000 migranti che non aveva nessuna possibilità di essere accolta, al di là della forma, per i motivi di cui sopra: fai entrare qualche migliaio di negri e ti ritrovi con il franco e alleato della Russia. Figuriamoci se era possibile, solo Matteino non lo capiva. Renzi ha rincorso Bergoglio e Galantino per motivi non ben chiari, visto che la maggioranza dei cattolici è contraria alle posizioni innovative del Papa. La retorica buonista non può coprire la realtà di una differenza antropologica enorme fra nativi e immigrati. La crisi occupazionale e, detto fuori dai denti, la scarsa vocazione lavorativa dei migranti impediscono di beneficiare del naturale mezzo di integrazione economica e sociale rappresentato proprio dalla convivenza sui luoghi di lavoro che impone una reciproca conoscenza ed un mutuo adattamento.

L’immigrazione ha raggiunto i limiti di sostenibilità per i nativi ma anche per i migranti: mancano strutture sul territorio e consenso politico per consentire qualcosa di più del mero sostentamento con comunità che non si parlano e si guardano con reciproco rancore, senza considerare gli intrecci con il terrorismo. La novità è che la massiccia immigrazione comincia a produrre effetti pesanti in campo civile, sociale ed economico ed anche in Italia sta diventando un driver delle decisioni di voto che trova poco argine nelle concioni politicamente corrette. Del resto anche Bergoglio sta diventando molto più prudente: interviene poco sull’argomento, comincia a mettere dei limiti (vedi viaggio in Svezia), a Natale ha addirittura parlato di religione e poi ha sviato su problemi di giovani e bambini che, insieme a cagnolini e gattini, sono degli evergreen che vanno bene per tutto. È la prima volta dalla sua elezione che parla di testi sacri e non di poveri e immigrati, anche questo un segno dei tempi.

Il PD sta tentando di riposizionarsi: il “La” lo ha dato Mattarella nel discorso di fine anno in cui per la prima volta si sono riconosciute le ragioni dei cittadini senza criminalizzarli per la loro riottosità a “stringersi” per far posto a degli sconosciuti. Poi sono arrivati Minniti (CIE, velocizzazione ed aumento delle espulsioni, rivalutazione dell’importanza della sicurezza) e Pinotti (addirittura intervento nelle acque libiche per contrastare i viaggi). Questo riposizionamento ha l’indubbio pregio di smarcare il tema dai suoi aspetti più ideologici e ricondurlo verso il pragmatismo che richiede. Al contempo riabilita le posizioni di quanti, da due anni, me compreso, dicono che questa situazione è intollerabile ed insostenibile e che finora erano stati semplicemente tacciati di razzismo e insensatezza. Tuttavia è poco probabile che quanto proposto possa essere efficace.

Nel 2016 le espulsioni sono state circa 2.500, Minniti parla di portarle a 10.000, forse 20.000. Ammesso che sia possibile visto la complessità delle procedure, si parla comunque solo di un decimo degli ingressi illegali di un anno: è come voler svuotare il mare con un secchiello. Il problema non può essere risolto rimandandoli via dopo che sono arrivati ma non facendoli arrivare. La missione navale ex Mare Nostrum deve cambiare obiettivo: non soccorrere i migranti ma bloccare le partenze, in acque internazionali, riportandoli indietro. Occorrono ovviamente accordi con la Libia poco probabili ma, in mancanza, sarebbe opportuno usare anche la forza militare, lasciando perdere le fisime dell’ONU che ormai non conta più niente. Del resto non si vede perché la Libia abbia diritto all’intangibilità delle sue acque e noi no. In aggiunta, fermo restando la sospensione dei soccorsi in mare, si potrebbe pensare ad una norma che escluda automaticamente il diritto di asilo per coloro che arrivano in Italia tramite canali irregolari, privi di documenti o con documenti falsi, con in più l’obbligo di detenzione in strutture di sicurezza come potrebbero essere le isole carcerarie opportunamente riattate (Pianosa, Asinara, ecc.). Come pure si potrebbe predisporre una black list di paesi per i quali è automaticamente escluso il diritto di asilo (esempio, la Nigeria). Si tratta di iniziative che opportunamente pubblicizzate, potrebbero rappresentare il più forte disincentivo alle partenze.

Il 2016 ha dimostrato che le migrazioni non sono un destino ineluttabile ma possono essere gestite e controllate. Le previsioni di popoli in cammino, migrazioni epocali, irreversibilità del processo sembrano ricalcare le teorie drammatizzanti sulla diffusione dell’AIDS negli anni ’80: allora sembrava che la malattia avrebbe colpito tutti ed invece è stata limitata sin dagli anni ‘90. Come allora non si teneva conto della potenza della politica, della tecnologia e dell’organizzazione, adesso i teorici dell’ineluttabilità non tengono conto che non si sta parlando di territori ma di stati, popolati ed organizzati, in cui scelte politiche adeguate possono fare molto per limitare gli afflussi anche perché i migranti non hanno un’organizzazione e si muovono, alla fine, ancora a titolo individuale per cui opportuni disincentivi possono influire sulle scelte dei singoli: se il rischio di morire o di buttare via i miei soldi è alto, allora rimango a casa mia. Una decisa sterzata in questo senso potrebbe di molto ridurre il fenomeno.

Il PD è succube del politicamente corretto e dell’estrema sinistra e incontrerà enormi difficoltà nel portare avanti le sue pur modeste intenzioni. Inoltre il governo Gentiloni ha una vita tutto sommato molto limitata (un anno circa al massimo) e quindi non ha molto tempo per approvare ed implementare le nuove norme. È quindi probabile che faccia la faccia feroce solo per creare cortine di fumo per poter andare a votare senza avere addosso il peso ideologico del problema. L’impressione, tuttavia, è che ormai gli aspetti ideologici siano superati: molti elettori PD semplicemente non tollerano più questo degrado dell’ambiente urbano e dello stile di vita indipendentemente dagli anatemi che vengono spesso scagliati sui diversamente accoglienti. Oramai i problemi sono pratici e non più riconducibili a diverse visioni politiche. Oggi abbiamo circa 180.000 assistiti, una città come Parma, il prossimo anno ne avremo 350.000, l’equivalente di una Bologna o Firenze negre, fuori da qualsiasi controllo e logica, con costi di 6-8 miliardi, il doppio/triplo dell’IMU per fare un confronto. Il PD, anche nella sua versione più concreta, non è la soluzione ma l’uscita da una logica ricattatoria di ”umani contro animali” può forse aprire la strada ad un approccio più efficace e condiviso. Il tempo stringe.

 

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