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Politica internazionale

20/01/2017

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Finalmente è finita. È finita la presidenza Obama, è finito questo lungo periodo di transizione, è finita la dittatura del politicamente corretto.

Gli otto anni di Obama, soprattutto gli ultimi due, soprattutto gli ultimi 60 giorni, sono stati un lungo percorso di riflessione ed autocoscienza su quello che significherebbe una dittatura completa dell’ideologia che ha dominato l’ultimo ventennio: una società liquida fatta di individui senza identità, cultura, tradizioni, religioni, opinioni diverse; un mondo ridotto a mero territorio, senza stati, confini, sovranità; una mobilità totale di imprese, capitali, merci e uomini;  un’informazione oppressiva e falsa, che nasconde la verità e veicola la propaganda, che lancia slogan, minacce e parole d’ordine ossessive ed unilaterali; il superamento della democrazia con scelte “locali” orientate ad obiettivi “superiori” non discutibili, non sottoposte al vaglio elettorale, supportate da rivoluzioni arancioni e primavere nei posti dove la popolazione si ribella.

Come tutte le scelte ideologiche, qualcuno viene premiato e qualcuno punito. Ad essere punita è la civiltà bianca, cristiana, eterosessuale, maschile che di sé ed a sé ha improntato il mondo, la politica, la morale, l’economia, la tecnologia, a partire dal XVI secolo. Una civiltà che è assurta ai livelli più alti della storia dell’umanità, che ha assicurato a chi l’ha accettata benessere, sicurezza, dignità, uguaglianza, democrazia, diritti in misura tale e per un tale tempo che non ha paragone nell’esperienza umana. Un modello attaccato da tutti i lati durante la presidenza Obama che ha cercato di imporre, negli USA ed in Europa, un sistema politico in cui il governo non spettava alla maggioranza ma ad un coacervo di minoranze unite dalla sola volontà non dico di espropriare ma addirittura di schiavizzare questi popoli per riparare colpe presunte, indennizzare supposti torti, emendarsi dalla propria identità e cultura: donne che in 60 anni hanno solo  parassitato (però democraticamente, si intende) il sistema economico; LGBT sessuomani e mentalmente confusi, assurti a new normal; minoranze razziali che dopo due secoli non sono riuscite a fare un passo avanti nel loro status sociale; stranieri incivili che pretendono mantenimento a sbafo; idolatri di religioni inumane che cercano vittime per il loro feticcio antropofago.  Un modello politico che pretende che la maggioranza dei cittadini approvi un programma che fa gli interessi delle minoranze e degli stranieri a pena di essere tacciata delle moderne accuse di eresia, una per ogni categoria premiata: omofobo, xenofobo, razzista, sessista, nazionalista. Un modello politico che affida masse enormi di esseri umani alla guida di élite cooptate per fedeltà e conformismo ideologico. Un modello politico che santifica il pauperismo ed il regresso economico, civile, sociale. Un modello politico che vieta ai nativi tutto quello (benessere, sicurezza, libertà) che viene invece considerato diritto incomprimibile degli invasori. Un modello politico che chiama “populista” chi semplicemente si accorge che, sotto la coltre di parole che inonda l’etere, si nasconde un’ideologia nemica del popolo e vi si oppone.

Il politicamente corretto è uscito dalla politica e si è fatto religione con i suoi riti, i suoi idoli, le sue giaculatorie. Ha corrotto la cultura, la scuola, l’università, l’informazione, l’amministrazione, tutte costrette a ripetere all’infinito il mantra della colpevolizzazione e dell’omologazione ed a reprimere le manifestazioni di dissenso e le opinioni contrarie.  Ha corrotto la politica con i sondaggi di opinione falsi e tendenziosi, con gli omicidi politici, con i brogli elettorali, con la democrazia limitata e negata.  Ha ridicolizzato lo sport, non più alla ricerca del “fortius, altius, citius” ma ridotto a mero strumento di integrazione al livello del più basso. Ha sconvolto lo stile di vita di intere popolazioni. Ha negato ai nativi  quei diritti alla difesa, all’autodeterminazione, alla crescita, allo sviluppo, alla fede che invece sono considerati sacri ed irrinunciabili per gli stranieri. Ha privato di senso la comunicazione fra individui, ormai talmente priva di conflittualità da risultare anche priva di contenuto.

Dal “nostro” punto di vista il  politicamente corretto si è tradotto in un’incessante lotta alla normalità, alla verità ed alla realtà. La normalità fatta di popolazioni native troppo bianche, troppo cristiane, troppo etero, troppo ricche, troppo affezionate a cultura, religione e stili di vita. La verità, mistificata dal sistema culturale e massmediatico schierato in massa per lo status quo e pronto adesso a mettere in discussione anche la libertà di stampa e di pensiero con le imminenti misure contro le fake news che si traducono in  lotta alle opinioni dissenzienti. La realtà che parte dall’individuo, dalle sue aspirazioni, dai suoi bisogni, tutti negati e ridicolizzati per arruolare tutti nella planetaria e millenaria guerra per i “beni comuni”, con obiettivi incertissimi, costosissimi ed aleatori, estranei agli interessi delle persone e collocati ben oltre la durata normale della vita umana: salvare il pianeta, tutelare l’ambiente, riparare torti millenari, rendere uguale il diverso sia esso dovuto a razza, sesso, sessualità, handicap, personalità. Feticci ideologici a cui sacrificare la libertà, l’individualità, la ricchezza personale. Alla fin fine nient’altro che la realizzazione con altri mezzi dell’ossessione comunista ed illiberale, che sembrava morta e defunta, coniugata insieme all’ossessione capitalista ed illiberale della massimizzazione del profitto e dell’ottimizzazione dell’allocazione dei fattori produttivi. Tutte e due ideologie che hanno in spregio ed in odio Average Joe.

Contro tutto questo si è mossa la Brexit, si sono mossi i deplorables trumpiani, si muoveranno Marine ed i populisti. Soprattutto si sono mossi i cittadini medi, gli Average Joe, che si sono uniti per ripristinare l’ordine delle cose e mandare un messaggio chiaro: non esiste governo senza consenso ed il consenso non spetta per diritto divino ma deve essere conquistato giorno per giorno, rispondendo ai bisogni reali e rinunciando all’ideologia, con la curiosa conseguenza che hanno consenso leader poco o punto democratici come Xi o Putin e non lo hanno leader apparentemente democratici come il Negro, la Culona ed i loro lacchè. Forze “populiste” sono ormai presenti in tutti i paesi più importanti: potranno vincere o perdere ma non spariranno e con la loro sola presenza condizioneranno anche i politicamente corretti che per rimanere al potere devono rinnegare le loro posizioni precedenti come è successo in Austria e succederà in Francia e Germania. Il 23 giugno, l’8 novembre si sono verificati eventi inattesi e strani ma questi mesi sono serviti per metabolizzarli e capirli ed i segni già si vedono con il progressivo riposizionamento di stampa e partiti “corretti”.

Obama, rabbioso e disperato, immigrato solo di seconda generazione, troppo giovane, troppo ambizioso, troppo diverso, figurina ideale del circo politicamente corretto, si è dimostrato lontanissimo dalla cultura istituzionale americana. Ha applicato il divide et impera, ha cercato di frammentare la società in una serie di segmenti ognuno dotato di una propria identità posticcia posta sopra a quella, unica ed unificante, di cittadino dando ad ognuno un premio diverso: le nozze gay, la libertà di immigrazione, le “azioni positive”, le quote rosa. Tutti premi pagati sempre da lui, da Average Joe, dal medio cittadino bianco e borghese, l’unico a cui erano riservate solo accuse, minacce e punizioni. Senza accorgersi che più frammentava la società e più questa diventava conflittuale al punto che le stesse “sue” minoranze non potevano neanche più stare insieme: le donne ed i gay con gli islamici, i disoccupati con gli immigrati, i cosmopoliti con i deplorables, i neri con i bianchi. E che, tutte insieme, non pensavano più di trovare la risposta ai loro problemi nella divisione e nella conflittualità ma nella sintesi e nella prospettiva comune: lavoro, sicurezza, fiducia negli altri e nel futuro. Come gli apprendisti stregoni ha scatenato forze che non poteva controllare ed è bastato un voto a Trump marginalmente migliore del previsto nell’elettorato nero, latinos e femminile perchè il castello di carte crollasse. Adesso, liquidata la Vecchia, rinviato sine die il ritiro a vita privata, si prepara a lanciare un’opposizione extraparlamentare a Trump che tenga viva la sua opzione politico ideologica a futura memoria, rischiando così di schiantare il sistema politico americano con i DEM chiamati a radicalizzarsi su posizioni simili a quelle della Boldrini ed i REP impauriti dall’emulo di Marine. Ma così facendo dimostra che ha già perso: il politicamente corretto è ormai solo una scelta politica, come tutte discutibile e discussa, non è più una religione. E non lo è più perché qualcuno – strano, buffo, improbabile – ha avuto il coraggio di dire che quel dio non esisteva e ha rilegittimato tutti quelli, ed erano la maggioranza, che già lo pensavano ma non avevano i soldi, il potere, la forza per dirlo. Non sarà per niente facile con tutto il mondo della “cultura” e della comunicazione schierato contro, pronto a mistificare qualsiasi incertezza o errore gridando all’inadeguatezza. Il percorso è ancora lungo e difficile. Ma domani è un altro giorno. Domani è il 20 gennaio 2017:  l’attesa è finita, zero all’alba.

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