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Immigrazione

Fumo negli occhi

fumo-negli-occhi Giorno dopo giorno il piano Minniti per il riposizionamento del PD in materia di immigrazione si arricchisce di nuovi dettagli. È di pochi giorni fa la proposta di istituire piccoli CIE in ogni regione per agevolare i rimpatri e di rendere obbligatorio, per i richiedenti asilo, lo svolgimento di lavori socialmente utili o di stage. Questa attività “darebbe punti” per il riconoscimento del diritto di asilo ed ovviamente su questa novità, che ha avuto consensi anche da centro e destra moderata, si scaricano tutte le ambiguità della politica piddina che difficilmente porteranno a qualcosa di diverso dall’istituzionalizzazione dell’immigrazione clandestina.

Da destra i consensi paiono basarsi su una rappresentazione eminentemente punitiva della misura: come in “Fuga per la libertà” ci si immaginano file di immigrati, di robusta costituzione, in divisa a strisce, con la palla al piede, che con badili, vanghe, picconi e cesoie provvedono a ripristinare strade, edifici ed aree verdi. Direi che questa rappresentazione è del tutto lontana dalla realtà non solo perché difficilmente la sinistra permetterà una simile situazione ma soprattutto perché questa è del tutto incoerente rispetto alla realtà dei fatti. Il livello di organizzazione e sicurezza richiesto alle attività svolte nell’emisfero nord è molto superiore a quello tipico dei paesi di provenienza dei migranti o di quanto avveniva anche da noi decenni addietro: basta fare mente locale, per dire,  al modo in cui vengono potati gli alberi sui viali di Firenze, con profluvio di transenne, carri ponte, automezzi, personale,  per capire che lavori socialmente ed economicamente accettabili richiedono non solo forza bruta ma competenze, organizzazione e tecnologia, cose di cui i migranti sono ovviamente del tutto carenti. Su questi punti mi sono dilungato in molti altri post: il modo in cui le cose vengono fatte in occidente, a livello di sicurezza, igiene, qualità ecc., non è nemmeno paragonabile al know how che può essere acquisito in Africa o MO. Gli stessi mestieri sono in realtà attività profondamente diverse e questo è uno dei motivi che rendono difficile l’integrazione lavorativa degli immigrati (in Germania, solo 34.000 su oltre un milione): le competenze, hard e soft, richieste per compiti modesti (il commesso, il magazziniere) sono fuori dalla portata dei nuovi arrivati, molti dei quali sono “minori” (che secondo le leggi italiane non possono manco lavorare) e donne gravide o con bambini piccoli.

La proposta tende a rendere obbligatorie esperienze basate su adesioni volontarie che si sono avute qua e là in Italia, ovviamente nelle città governate dal PD. Le adesioni volontarie sono state, a detta anche degli amministratori ed operatori coinvolti, molto limitate il che getta un dubbio sulle reali intenzioni lavorative dei migranti e d’altro canto, se davvero avessero voglia di lavorare, potrebbero rimanere al loro paese dove crescite comprese fra il 3 ed il 5% del PIL aprono prospettive molto migliori di quelle che possono trovare in Europa. Che non abbiano molta voglia di sbattersi lo dimostra anche il modo in cui tengono gli ostelli in cui sono ospitati dove non si rifanno manco il letto. La sensazione è che, il più delle volte, si sia trattato di rappresentazioni ad uso della stampa come quando un anno fa eroici negri in pettorina arancio con il badile in mano si fecero fotografare a Firenze dove però non c’era stata un’alluvione ma una tempesta di vento che aveva sradicato gli alberi per cui i badili erano abbastanza inutili. La proposta può forse andare incontro alle difficoltà degli enti pubblici che hanno ormai lasciato perdere manutenzioni dei famosi beni comuni come strade e giardini ma difficilmente potranno provvedere in proprio all’organizzazione dei lavoratori coatti dato che la riorganizzazione degli ultimi 30 anni ha portato a delegare all’esterno, tramite appalti, pressochè tutte le funzioni a cui gli enti locali sono adibiti. Sarà giocoforza ricorrere a operatori esterni e quindi probabilmente alle cooperative che hanno già in gestione gli immigrati che potranno sviluppare un ulteriore ramo di attività al di fuori di solenne quella scocciatura che è il libero mercato. Aperto il mercato del lavoro alle quote nere e risolti i problemi delle coop e dei comuni, la croce verrà buttata addosso ad imprese private e lavoratori regolari (fra i quali, vale la pena ricordarlo, anche molti stranieri ormai realmente integrati) che vedranno ridursi, come nel film succitato, margini e opportunità occupazionali retribuite.

In questa fase l’aspetto più pericoloso è tuttavia di carattere politico-giuridico ed è connessa alla scadenza dei termini per i richiedenti asilo. Prima delle feste, parlando con una coop di formazione rigorosamente schierata dalla “parte giusta”, a parte ascoltare inaspettatamente, ovviamente off record, dei giudizi “politicamente scorretti” sulla sostenibilità generale del fenomeno migratorio e sulla reale attitudine lavorativa dei migranti che rifiutavano in massa i percorsi formativi loro dedicati, mi evidenziavano il vero problema che scoppierà nei prossimi 18-24 mesi allorchè arriveranno a conclusione i procedimenti giudiziari per il riconoscimento del diritto di asilo con una stragrande maggioranza di rigetti. A quel punto ci troveremo di fronte a numeri enormi di soggetti che entreranno semplicemente nell’irregolarità. Su tale presupposto si muovono le mosse del governo con il doppio binario della faccia feroce (riduzione dei tempi di decisione, efficientamento delle espulsioni) e della carota con una patente di regolarità concessa a soggetti privi di requisiti per la permanenza ma impegnatisi in percorsi di integrazione probabilmente più apparenti che reali. Di fatto la premessa per una regolarizzazione di massa, ovviamente chiamata con un altro nome, basata su un’interpretazione distorta del diritto di asilo per il quale si prescinde dai presupposti oggettivi e soggettivi trasformandolo in premio per una semplice manifestazione di buona volontà.

Il piano di contenimento degli arrivi basato sulla cooperazione con la Libia è già caduto nel ridicolo. Il riavvicinamento con Al Sarraji è stato salutato da un golpe a Tripoli e dalla fuga del capo dei servizi segreti oltre che dalle minacce dirette di Haftar. Nessun aiuto può venire da un governo privo di controllo del territorio che riceve dalla gestione dei migranti quel poco consenso di cui gode. D’altro canto saltare sul carro del presunto vincitore appare difficile visto che ormai tutti i posti sono occupati (russi, inglesi, francesi, egiziani, ecc.) mentre, in uno scenario di guerra, il sostegno ai tripolini non poteva prescindere da un intervento diretto per il quale le condizioni (appoggio USA, lotta all’ISIS) esistevano la scorsa primavera ma non più adesso visto il cambio della guardia a Washingtoncambio della guardia a Washington e la debacle dello stato islamico in Siria. Un altro effetto della delirante gestione politica renziana.

Dati i numeri in gioco e la situazione fattuale, l’unica chance è il blocco navale e norme restrittive sull’asilo. Il resto è solo fumo negli occhi e mistificazione. Come sempre.

 

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