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Politicamente scorretto

Bombe e pompini

1480413145-madonna-reutersMichael Moore è stato, nel caravanserraglio dei supporters di Hillary, il più lucido ed intellettualmente onesto. Aveva ben previsto, in anticipo, che il vincitore sarebbe stato The Donald e che la motivazione sarebbe stata un misto di speranza e di rabbia. Speranza di un ritorno al passato di fabbriche e chiara identità, rabbia per un presente fatto di tutto meno che di quello di cui i deplorables avevano bisogno: lavoro, sicurezza, identità, attenzione, riconoscimento, in definitiva i primi 4 livelli della piramide dei bisogni di Maslow che spiega molto della dinamica umana e che sono stati sistematicamente misconosciuti, quando non ridicolizzati, nell’ultimo decennio. Adesso che, dal suo punto di vista, la frittata è stata fatta, cosa fa il buon Michael? Organizza una manifestazione di protesta davanti alla Casa Bianca capeggiata un plotone di fiche (più o meno) appena catapultate da Hollywood. Quindi la risposta all’errore politico dello schieramento pro-Hillary è quella di perseverare nell’errore: hanno perso perché ignoravano l’esistenza dei deplorables e quindi, invece di porsi il problema di capire chi cazzo sono questi tizi apparsi all’improvviso e che magari non rientrano manco tutti nello stereotipo dell’analfabeta con 15 fucili d’assalto che va al poligono mentre beve 3 pinte di birra, li aggrediscono nuovamente. La sinistra globalizzata, cospomolita, politicamente corretta insiste nell’errore di ritenersi depositaria della verità e della moralità, indulge in un atteggiamento che ormai richiama quello di Maria Antonietta. Ormai non è più neanche una questione politica, è diventata una differenza antropologica che impedisce di riconoscersi reciprocamente.

La marcia delle donne di ieri conferma una serie di punti che sono emersi drammaticamente nello scenario politico occidentale negli ultimi sei mesi. Le nostre società sono spaccate in due, le differenze socio economiche si sono ormai tradotte non solo in conseguenze politiche, con la frattura consolidata fra populisti e politicamente corretti, ma addirittura in una diversa visione di sé, dello stile di vita, delle relazioni di vicinanza/lontananza, con i secondi che ormai si sentono più vicini a chiunque altro (i migranti, i terroristi, le potenze straniere, gli animali, le foreste) rispetto ai loro connazionali dell’altra sponda. Questa situazione, esplosa con la crisi economica ed i movimenti migratori ed a lungo negata, è ormai stata sdoganata nel dibattito con alcune aperture da parte della frangia più moderata dell’informazione e della politica. I temi basilari del nuovo populismo, sicurezza ed identità anche in relazione al controllo delle frontiere e ritorno alla situazione economica ed occupazionale pre-crisi, sono stati posti sul piatto dal referendum britannico e dalle elezioni USA e dichiarati formalmente come obiettivi nei due discorsi di May e Trump della scorsa settimana. Non si può (o forse non si potrebbe) quindi più ignorarli o trattarli come se fossero grida dell’uomo di Neanderthal ma si deve (o forse si dovrebbe) inserirli in un dibattito politico maturo che cerchi di realizzare quel reciproco riconoscimento di cui sopra e trovare una strategia politica che sintetizzi le diverse esigenze e riconduca ad unità società divise.

La manifestazione di ieri va ovviamente nella direzione opposta di approfondire il solco fra le due Americhe (e per estensione le due France, Italie, GB, ecc.). Magari essa è soltanto l’atto finale del processo di elaborazione del lutto di e per Hillary e, una volta seppellita metaforicamente la matriarca, si potrà forse iniziare quel percorso. Magari è solo la reazione isterica e supponente di una serie di “artiste” deluse, frustrate, umiliate e ridicolizzate dal risultato elettorale, buona per prendere congedo dalla vicenda per tornare alla loro vita precedente: del resto se Madonna non ha avuto successo con la profferta di blow job, difficilmente troverà adepti per la sua proposta di far saltare la Casa Bianca. Le cape della manifestazione si sono trovate sole perché, a parte Moore, nessun maschio ricco e famoso si è aggregato, neanche il De Niro che voleva picchiare Trump, e nessuna sponda politica è stata ufficialmente offerta né dal partito democratico né da Obama impegnato con i rituali di fine mandato. Lascio perdere Hillary che ormai è una salma che cammina. E sarebbe da capire quanto esse stesse rappresentino le donne che hanno partecipato visto che il loro appello a votare la Clinton, a novembre 2016 non anni fa, si è tradotto in un’affluenza femminile del 25% ed in un voto al 46% per The Donald. Le star sono i testimonial perfetti per chiamare l’attenzione di stampa e mezzi di comunicazione su quella che si prospetta essere una guerriglia che durerà i prossimi 4 anni ma alla fine si tratta, come sempre accade, di vedere quanto consenso attirano e forse da questo punto di vista la situazione è diversa da quella che si rappresenta nella stampa mainstream.

Il politicamente corretto si è tradotto, nella pratica, nella messa in discussione dell’assetto socio-politico-economico dell’occidente saldamente inchiavardato, alla fine degli anni ’60, su un architrave fatto di preminenza bianca-cristiana-maschile-eterosessuale. L’accelerazione degli ultimi 20 anni, e soprattutto dell’era Obamiama, si è concretizzata in uno schema del genere “tutti contro i maschi bianchi”. Di questa coalizione, le donne costituiscono la parte più importante per la numerica e per il fatto che i temi dell’emancipazione femminile, a differenza di quelli dell’integrazione delle minoranze razziali e sessuali, sono ormai stati sdoganati e metabolizzati. Lo sviluppo della componente femminile è passato attraverso la eliminazione di limiti e divieti (allo studio, al lavoro, all’affettività e sessualità) e attraverso affermative actions, azioni di discriminazione positiva volte a favorire le donne a scapito dei maschi. Questa evoluzione ha accompagnato specularmente l’evoluzione femminista dalla ricerca di opportunità alla ricerca di risultati. Se negli anni ’70 le donne volevano godere delle stesse chance degli uomini nei vari ambiti di vita, adesso vogliono semplicemente una fetta della torta corrispondente al loro peso demografico e politico. Le quote rosa sono l’esempio di questa evoluzione: si pretendono posti di qualità nelle professioni, dirigenze, pubblico impiego con l’ovvio rifiuto di condividere le posizioni più dequalificate. Questo modo di procedere era forse sostenibile nel passato mentre si traduce in un indebito privilegio nella difficile società attuale ma soprattutto ha prodotto tre effetti. In primo luogo la crescita dell’impegno pubblico volto a favorire l’emancipazione e la partecipazione femminile con costi crescenti per servizi e sussidi di cui sarebbe qualche volta opportuno calcolare anche i ritorni e la sostenibilità. In secondo luogo la spaccatura verticale fra le donne che ce la possono fare e quelle che, non potendo ambire ai posti di vertice, si ritrovano risucchiate nel gorgo della concorrenza sociale proveniente non solo dai maschi deplorabili ma anche dalle minoranze etniche e dagli immigrati. Terzo, forse più grave, la limitazione del contributo allo sviluppo globale. È come se le donne, beneficiate da un surplus di assistenzialismo, inserite in percorsi protetti, si siano sentite protette dai trend economici globali così da non essere chiamate a dare il meglio per sé ma, insieme, anche per il sistema.

Una mia allieva alle prese con la tesina mi ha detto che le donne cambieranno il mondo. Le ho risposto chiedendole perché non lo hanno cambiato mentre cambiava, con l’esplosione di internet e della finanza. Il primo, un settore inesistente che ha premiato outsider come Larry Page, Bill Gates e Steve Jobs, certo non provenienti dall’upper class. Il secondo, un campo che ha moltiplicato per interi ordini di grandezza le sue dimensioni. Entrambi sostanzialmente privi di grandi figure femminili. Assurdamente anche il campo della moda, tradizionalmente appannaggio muliebre, viene dominato da maschi omosessuali. In generale, i 50 anni del femminismo hanno dimostrato che le donne hanno saputo bene avocare a sé quote delle attività già esistenti mentre sono mancate totalmente nell’innovazione: non esiste un’impresa importante, dico una, che sia stata creata da una donna, in un periodo sufficientemente lungo da vedere il crollo del comunismo, il miracolo giapponese e poi cinese, l’ascesa araba, ecc. Può darsi che le donne sia meno valide dal punto di vista della gestione del potere e dell’organizzazione. Oppure che la relativa tranquillità derivante da un sistema che le privilegiava le abbia demotivate.

Per la prima volta le donne si trovano ad agire in un quadro complessivo in peggioramento in cui non solo le risorse ed il consenso per azioni positive stanno calando ma si affacciano altre categorie concorrenti meritevoli di affermative actions, in primis immigrati a gay. Il perdurare della crisi e, in America, le distorsioni generate dal suo superamento hanno dimostrato i limiti di un approccio settoriale basato sull’individuazione di specifici segmenti: finchè tutto andava bene, il sostegno alle donne si traduceva banalmente in migliori redditi familiari ma adesso non è detto che le azioni positive compensino il crollo subito dal lavoro maschile in termini numerici e retributivi e, alla fine, pur sempre dentro una famiglia vivono le donne. In più il politicamente corretto rischiava di generare passi indietro, in termini civili e sociali, sulle condizioni di vita femminili  determinate dall’incompatibilità delle culture degli immigrati rispetto a quelle moderne occidentali, come i bunga bunga tedeschi hanno ampiamente lasciato intendere. L’offerta politica clintoniana, molto tradizionale nella sua impostazione divisiva, basata sull’offerta di ulteriori benefici specifici di categoria, è apparsa improvvisamente non solo vecchia e poco efficace, perchè slegata da un contesto in rapida e negativa evoluzione da cui le donne non potevano più prescindere, ma anche poco credibile in quanto contraddittoria con le politiche favorevoli alle altre componenti della “Grosse Koalition” che doveva cambiare l’identità americana, mentre quella trumpiana, apparentemente molto più lontana dallo specifico femminile, è parsa realizzare una sintesi complessiva più adatta e coerente rispetto ai tempi che viviamo. In altri termini è venuto meno lo specifico femminile e molte donne si sono riconosciute nel messaggio “America First” del tycoon.

Raggiunto un certo livello di ricchezza, diritti e sicurezza è forse giunto per l’universo femminile il momento di superare l’atteggiamento conflittualmente corporativo e le promesse di recinti dorati per ricollegarsi al contesto complessivo in qui vivono le donne, condividendone l’evoluzione e contribuendo ovviamente alla stessa. Forse le donne che hanno rifiutato Hillary hanno più chiaro questo punto di quanto lo abbiano le suffragette pompinare che pretendono di guidarle.

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