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Economia e società, Politica internazionale

Cappio e recinto

download-2 Le prime due settimane di Trump sono destinate a lasciare il segno. L’impatto è stato molto più brusco di quanto ipotizzato sotto vari profili: concetti espressi, terminologia usata, mezzi di comunicazione impiegati, velocità di esecuzione. The Donald ha continuato a comunicare via Twitter, con ciò accentuando l’acredine della categoria dei pennivenduti che, oltre a distare ideologicamente da lui le fatidiche mille miglia, si vedono spogliati della tradizionale funzione di intermediazione dell’informazione, giusta punizione per avere perso tutta la credibilità nell’ultima campagna elettorale. Twitter non favorisce lunghe dissertazioni e quindi anche l’eloquio ne ha risentito con una terminologia brusca che appare più irritante degli stessi concetti. Del resto erano ormai decenni che la comunicazione pubblica aveva assunto caratteristiche tali da essere praticamente priva di contenuto: se il proliferare di consessi come l’ONU (a proposito, se andasse a buon fine l’approccio Trump/Putin mi piacerà vedere come potrà barcamenarsi in un rapporto ostile con USA e Russia insieme), l’UE, la NATO, i vari G7-8-20, ecc. aveva imposto uno stile diplomatico, paludato, felpato, sostanzialmente ipocrita in cui si diceva di tutto per non dire niente di preciso e lasciare ad ognuno la possibilità di capire quello che voleva fino all’incontro successivo, il politicamente corretto nella sua smania di negare le differenze fra le varie categorie umane (uomini e donne, etero e gay, sani e handicappati, bianchi e neri, nativi e immigrati, onesti e criminali, cristiani e mussulmani) aveva imposto un lessico talmente complesso, involuto, omogeneizzante, aconflittuale, da essere praticamente privo di significato. Come in una nota pubblicità, l’emozione di sentire chiamare “terroristi islamici” coloro che uccidono invocando Allah non ha prezzo. In generale, sentire dire che il re è nudo in molti campi della vita planetaria (la globalizzazione, l’Euro, l’immigrazione, il terrorismo) è stata una novità rigenerante. Anche a livello decisionale Trump ha trovato lo strumento che cercava, il Decreto Presidenziale, che assomiglia apparentemente ad un nostrano decreto legge e che sembra avere il gran vantaggio di bypassare il parlamento dove, probabilmente, le trappole sono già poste anche dai REP.

Il casino montato per un decreto che bloccava gli arrivi da 7 paesi falliti (Yemen, Iraq, Iran, Siria, Somalia, Sudan, Libia), già posti sotto osservazione da Sant’Obama, per soli 90 giorni, ha del ridicolo. Proteste di Goldman Sachs (che importerà banchieri sudanesi?), della Silicon Valley (che assumeranno informatici somali?), della Starbucks (che assumerà effettivamente dei profughi, a dispetto e danno dei nativi, così dando ragione ai deplorables che si sentono paria in casa loro ed attentando all’igiene nei luoghi di servizio) spropositate rispetto alla portata dell’evento (109 persone fermate per poche ore non in un lager ma nel lounge di un aeroporto americano) che sembrano voler reagire istericamente alla dichiarazione secondo cui “nessun cittadino straniero, residente in terra straniera, ha diritto di entrare senza controlli e limiti nel territorio americano”. Una frase che 10 anni fa sarebbe stata insignificante nella sua banalità ma che oggi scuote il mondo ed impegna l’ONU. Segno che l’obiettivo era proprio quello, abbattere le frontiere ed il controllo statale del territorio per trasformare lo strumento della civiltà bianca in un mero territorio oggetto di facile conquista da parte delle orde terzomondiste.

Incurante delle sceneggiate delle fiche fredde e dei diversamente turisti che passano sabati pomeriggi e domeniche agli aeroporti invocando l’arrivo delle suddette risorse, Donald sembra avere avviato la sua presidenza in continuità alla sua campagna elettorale. Sarà che il tipo è spiccio, che non siamo più abituati ad una politica decisionista che non si immola in un immobilismo opportunista, che non abbiamo mai ipotizzato che le promesse elettorali siano degne di memoria e di fiducia, ma Trump fa bene. La sua vittoria, per quanto fortunosa, non è casuale ma si basa su un’analisi molto chiara della realtà: le nostre società sono spaccate in due ed esiste un vasto ceto che manifesta concretissimi bisogni di lavoro, sicurezza e identità che sono lontanissimi dalle ubbie ideologiche e astratte dell’altra metà. I primi tre gradini di Maslow (sopravvivenza a breve e a medio lungo termine, appartenenza) sono in discussione per tutti quelli che lo hanno votato. Bannon, l’anima nera di Donald, lo ha detto chiaramente: creiamo posti di lavoro e comanderemo per 50 anni.  Queste due metà sono inconciliabili: nessuno passerà da un fronte all’altro e Trump fa bene a non abbassare i toni perché tanto mai stampa, cultura, magistratura, cantanti liberal lo apprezzeranno e mai Madonna troverà un motivo per beneficarlo di un blow job mentre invece Joe the Plumber passerebbe velocemente fra gli astensionisti delusi se percepisse voglia di tenerezza in quelle rudi parole. L’era di Trump sarà quel che sarà, l’opposizione sarà durissima, ma non passerà lasciando le cose come erano, soprattutto perché in 10 giorni l’ideologia politicamente corretta ha cessato di essere una religione ed è tornata ad essere un’opzione politica, percepita anche come un po’ cretina. Le comparsate di fiche fredde e diversamente turisti sono cessate quando sono usciti i sondaggi: 49% a favore di Donald, 57% per il Rasmussen Institute l’unica poll farm che non lo ha mai dato sconfitto a priori nel 2016 e quindi magari più attendibile.

Il cuore di tutto è il lavoro. Gli USA come l’Europa hanno regalato posti all’estremo oriente ma adesso li rivogliono. A differenza dell’Europa, che punta tutto su tasse e redistribuzione, gli USA vogliono rimettere in moto la macchina della distribuzione primaria: più lavoratori, più buste paga, salari più alti. L’unico meccanismo giusto perché è l’unico che assicura la libertà (nei limiti del possibile) dell’individuo a meno che non si pensi che il reddito di cittadinanza ti metta in grado di soddisfare i tuoi sogni reconditi, tutti tanto scorretti da essere ormai banditi dall’orizzonte umano. Solo un maledetto salario pagato il 27 del mese ti mette in condizione di farti (nei limiti) i cazzi tuoi senza avere l’ispettore del ministero del welfare che ti vuole rieducare in “zone rurali remote”.

Siccome gli USA non possono essere ignorati dal genere umano, nel bene e nel male, qualcosa succederà. Per avere jobs, Trump agevolerà l’industria a scapito di finanza, tecnologia e servizi, le PMI al posto delle multinazionali, i cittadini al posto degli stranieri. Le leve sono le solite di sempre: norme (revoca TTIP e TTP, modifica NAFTA), dazi, manovre valutarie e fiscali. Il presupposto è che le merci circolino meno ed il mercato internazionale ne risentirà: è questione di “quantum”, non di ”an”. Invece di un unico mercato globale avremo piattaforme commerciali continentali tenute insieme dalla Cina che il suo ruolo continuerà a svolgerlo. E qui vengono i dolori per l’Europa.

Se l’UE fosse gli USE il problema sarebbe facilmente risolto: una manovra fiscale espansiva per compensare all’interno i mancati sbocchi internazionali. Ma l’UE è un’accozzaglia di stati diversi all’insegna del “beggar-thy-neighbour” e qui sorgono i problemi. Dicono le anime belle: Germania e Olanda, che hanno un attivo commerciale enorme, lo reinvestiranno per sostenere la domanda interna. E perché mai? A parte che se lo avessero voluto fare lo avrebbero fatto nel 2011 per alleviare le difficoltà del club Med, ma gran parte del loro avanzo deriva dal commercio intra area Euro che, avendo la stessa moneta, non ha neanche le caratteristiche di quello internazionale e non è modificabile per via monetaria. Inoltre è probabile che l’impostazione mercantilista venga proprio accentuata per compensare le perdite derivanti dalla chiusura USA. Del resto la politica UE degli ultimi 5 anni è stata finalizzata a salvaguardare le ragioni creditizie nord europee tramite deflazione (per salvaguardare il valore nominale) e penalizzazione della bilancia commerciale degli importatori per tutelare la solvibilità. Non c’è da pensare che tutto questo cambi repentinamente.

L’Italia ha circa 22 miliari di eccedenza dell’export verso gli USA rispetto all’import pari, ceteribus paribus, all’1,5% del PIL e a due volte la crescita media degli ultimi due anni. In compenso ha circa 7 miliardi di eccedenza dell’import dalla Germania rispetto all’export, pari allo 0,4% del PIL ed al 100% dell’incremento medio degli ultimi due anni. Se è ragionevole pensare che il primo valore cali per i limiti USA all’import ed il secondo aumenti per l’aumento della concorrenza interna all’area Euro, praticamente privi nella migliore delle ipotesi, perchè nella peggiore dovremo fare una manovra monstre, di flessibilità fiscale interna, il nostro destino è la recessione e questo porta di nuovo alla luce tutte le difficoltà di stare in una moneta che, Donald dixit, è solo un marco mascherato che gonfia la competitività tedesca infliggendo sofferenze agli altri.

In questi tempi di cambiamento, l’Italia rischia di trovarsi legata ad un guinzaglio e chiusa in un recinto per il bene della Signora Merkel. Prima di schiattare, fossi Gentiloni, magari due chiacchiere con Donald proverei a farle.

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