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Politica Italia

Il partito della fazione

downloadRenzi is back e non ce n’è per nessuno, almeno nel PD. Figlio di una modernità fatta soprattutto di Playstation®, gioco favoloso che ti permette di archiviare immediatamente una sconfitta tramite una nuova sfida, ha sostituito la lunga traversata del deserto imposta a modesti politicanti come De Gaulle e Nixon con delle brevi vacanze in Val Gardena e, bello carico e pure grasso, si è riproposto per un nuovo match. Rinviato a breve quello elettorale, si allenerà con quello congressuale anticipato, dimentico della promessa fatta pochi mesi fa di ritirarsi dalla vita politica se avesse perso il referendum. Per inciso, mi piacerebbe che con questo si finisse la retorica del “in un altro paese….” perché se uno prende una tronata come quella del 4 dicembre e poi due mesi dopo, bello bello, si ripresenta come se nulla fosse successo, non riflette, non fa autocritica, la cita appena mentre beatifica una vittoria di 3 anni fa e la direzione del suo partito, invece di metterlo alla porta in un crescendo di risa, vota compattamente a suo favore, allora vuol dire che l’Italia “è un altro paese” ed è inutile chiedere coerenza se questa non viene valutata niente. Lo stesso Renzi, che non aveva mai realmente pensato di ritirarsi, si è accorto rapidamente della cagata fatta per dimostrarsi parzialmente coerente e di quanto sia vero il motto andreottiano sul potere che logora chi non ce l’ha.

Chiuso nel suo Aventino della Val di Sieve, aveva perso qualsiasi influenza sul partito, sul governo, sul parlamento e tutti aspettavano serenamente il decorso del mandato per archiviare una parentesi sfortunata. Accortosi che il controllo del partito era solo teorico in mancanza di solidi agganci con i maggiorenti (e qui occorrerebbe capire quale meccanismo perverso possa aver trasformato 2 milioni di voti presi alle primarie 2013 in una maggioranza di franceschiniani in una direzione atomizzata) e che per i parlamentari l’ipotesi di andare ad una sfida elettorale immediata sull’onda del trumpismo montante (e della sconfitta referendaria) e con lui che “dava le carte” era attraente come una seduta odontoiatrica senza anestesia con l’aggiunta della rinuncia alla pensione, ha allungato un po’ la prospettiva riprendendosi però il proscenio. E il PD ha accettato per motivi speculari: teniamo insieme le cose, prendiamo le indennità, maturiamo il vitalizio, facciamo correre il tempo, qualcosa succederà.

Benchè il PD sia erede di PCI e DC, Renzi assomiglia di più a Craxi. Nessuno dei due partiti-chiesa avrebbe mai accettato non dico un segretario ma un esponente di rilievo con il profilo personale di Matteo. Il PCI apparentemente monolitico in cui nel silenzio si contrapponevano esponenti diversissimi come Ingrao e Amendola, Napolitano e Cossutta, e la DC delle mille correnti politiche, territoriali, personali, viceversa sempre apparentemente in lotta ma poi cementate dall’ipocrisia nella gestione del potere, non avrebbero sopportato l’impatto di una personalità come quella renziana che è divisiva e disgregante. Se il PD lo fa un motivo ci deve essere.

Il motivo è che il PD è alla frutta. Erede per l’appunto di due tradizioni politiche sconfitte dalla storia, è un partito ircocervico che copre un arco politico che nella prima repubblica sarebbe andato da DP alla sinistra democristiana e ciononostante (o, forse, proprio per questo motivo), salvo il 2014 che però non contava, non ha mai vinto le elezioni (le ha perse nel 2008 e “non vinte” nel 2013). Questa vocazione alla sconfitta è stata paradossalmente il suo bene perché il PD è stato schiacciato e compattato dal berlusconismo privando di significato le differenze interne che sono politiche, generazionali e personali. Quando in qualche modo ha trovato il verso di andare al governo, tutte le contraddizioni si sono manifestate. L’arrivo di Renzi è stato visto come un modo di superarle facendosi schiacciare ancora una volta, non dall’esterno ma dall’interno. Senza Renzi le europee 2014, con il PD costretto a sostenere Letta e con Grillo arrembante, non sarebbero state una partita: Grillo avrebbe travolto il PD e questo probabilmente sarebbe sparito. Renzi gli ha prolungato la vita ma il suo indebolimento riporta alla luce tutte le debolezze e contraddizioni del PD.

Negli ultimi 5 anni, il PD ha assunto una piattaforma politica che univa i principi propri del cattocomunismo (europeismo, statalismo, spesa pubblica, normazione oppressiva, alti livelli di tassazione) con quelli del politicamente corretto (gay, immigrazione, ambientalismo) in una mistura talmente maldosata e acritica da renderlo di fatto estraneo alle correnti economiche, politiche e sociali che si stavano formando. Il PD si preoccupa oggi della conversione al populismo del ceto medio ma la realtà è che il ceto medio produttivo, quello fatto di dirigenti, quadri, piccoli imprenditori, artigiani e commercianti, proprietari di immobili, non solo non è mai stato il suo target elettorale ma è stato la vittima elettiva delle sue politiche. Identificato con un ceto di evasori e consumisti che votava Berlusconi ed al contempo come un comodo bancomat per una spesa pubblica impazzita, è stato punito prima in nome dell’Europa (l’Italia è stata l’unico paese che ha aggiustato i conti pubblici solo con aumenti di tasse e non con tagli di spesa come in Spagna che non a caso viaggia a velocità tripla o quadrupla della nostra) e poi in nome del politicamente corretto che obbliga a soccorrere a sue spese chiunque, in qualunque posto del mondo, asserisca di avere un bisogno. Un ceto di persone tranquille che, pur nel quadro di decenni di politica fiscale lassista, ha lavorato, prodotto, risparmiato, investito, è stato macellato per perseguire obiettivi ideologici che venivano dal passato o dall’alto. Il tutto senza nemmeno riuscire ad intervenire a favore degli “sconfitti della globalizzazione” che non sono i migranti ma i giovani iperqualificati inoccupati, i disoccupati di lunga durata, i 50nni espulsi dai processi, perché le risorse non potevano essere sottratte dal sostegno ai ceti che realmente votano PD, dipendenti pubblici e pensionati e tutto il mondo della pseudo imprenditoria che vive di politica, dalle coop alle municipalizzate.

Di fronte ad una realtà economica che è profondamente mutata ed è ormai forse irreversibile, un “partito della nazione” si sarebbe posto il problema di rilanciare in modo marcato la crescita economica, come avvenne nella fase post ECU quando per qualche anno si ebbe una crescita del 3% che permise di rimettere a posto i parametri dei conti pubblici. Avere anche solo 5 anni di crescita al 2% permetterebbe di tenere tutto insieme, pubblico e privato, assistiti ed abbandonati, italiani e migranti. Invece il PD pare avere interiorizzato una logica pauperista che quasi propone la decrescita come obiettivo, continuando a parlare di redistribuzione di risorse che ormai non esistono quasi più, spostando continuamente il focus su chi ha meno anche se questi sono degli stranieri e, se potesse, continuerebbe sulla strada del “le tasse sono bellissime”.

Di fronte a questo sfacelo strategico, è chiaro che ci si appiglia a quello che c’è e quello che c’è è Renzi, egocentrico e contraddittorio. Partito come rottamatore, si è limitato ad occupare gli spazi che gli spettavano senza semplificare apparati e processi. Partito come un Blair italiano, non ha assolutamente spinto sulla modernizzazione del sistema Italia ma è stato il miglior interprete del connubio cattocomunismo + politicamente corretto. Non è riuscito a dare sostanza ad alcun intento di innovazione del sistema pubblico ridefinendone i confini, gli obiettivi e le modalità di funzionamento. Al netto del Job Act, non è intervenuto sul sistema fiscale ed amministrativo di impresa che, fra obblighi, divieti, adempimenti e tributi, spesso anacronistici, illogici o contraddittori, ha reso ormai del tutto impossibile gestire un’impresa in modo completamente regolare. Partito nel 2014 come salvatore dell’UE contro il populismo, ha avuto un rapporto con l’Europa quasi schizofrenico, passando dai tentativi di accreditarsi come il miglior seguace della Merkel (Grexit, Ventotene, Maranello) ad attacchi polemici continui e minacce a vuoto con obiettivi minimali: non quello di porre il problema del rapporto fra paesi nell’area euro che obblighi la Germania a reflazionare e rianimare le economie degli altri ma quello di essere autorizzati a fare più debito che, al massimo dopo la Draghexit del 2019, saremo quasi impossibilitati a ripagare. Partito come nemico del populismo moderno, per vincere il referendum si è acconciato a metodi del populismo antico, fatto di mance e promesse e di una visione frammentaria e divisiva della società interpretata solo come insieme di gruppi, e ha rinviato oltre misura, perché “impopolari”, interventi critici e necessari come quelli sul sistema bancario. Partito come fautore del merito (“fare strada perché conosci qualcosa e non perché conosci qualcuno”) ha sottovalutato drammaticamente la portata di decisioni come quelle del bail in delle 4 banchette dimostrando che non aveva le skills per stare in quel posto. Partito per rinnovare la sinistra, ha manifestato una subalternità culturale verso le frange estreme del suo partito e fuori fino manifestare un complesso di inferiorità rispetto agli stessi populisti che voleva combattere, adottandone argomenti e metodi. Ha avuto qualche buona intuizione ma è totalmente mancato nell’execution, dimostrandosi poco versato nella gestione e nella scelta dei collaboratori e portatore di una visione del governo intesa non come ideazione ed attuazione di politiche ma come mera comunicazione, mistificando la realtà  sulla base di  una strategia mediatica posta su una narrazione falsa ed astratta che negava pure i principi minimali della pubblicità che impone coerenza fra prodotto e messaggio e che univa un’occupazione scriteriata dei media ad un profluvio di atteggiamenti bulleschi. Ha dimostrato subalternità ideologica alla sinistra ed al tempo stesso doti politiche minimali rompendo il patto del Nazareno per far contenta la Bindi, mandare al Quirinale “uno dei loro” e aprire la strada ad un anno di campagna referendaria con i risultati che sappiamo. Soprattutto non sembra essere pienamente conscio che a dicembre non è stato fatto fuori da una manovra di palazzo ma da una consultazione con 28 milioni di votanti ed una maggioranza a sfavore schiacciante e che questo qualche influsso sulle prossime elezioni lo avrà. La proposta politica che Renzi fa al PD è Matteo Renzi: un capo che non sa farsi leader, che interpreta la politica  solo come vicenda personale, plebiscito quotidiano, lotta contro un nemico (volta per volta Grillo, la minoranza, la Germania) e gestione del potere ed il partito come comitato elettorale. La lontananza siderale di questa proposta rispetto alla tradizione DC e PCI, l’assoluta mancanza di credibilità di chi la propone ed al contempo il residuo successo che ancora riceve dimostra la crisi spaventosa in cui il PD annaspa.

Le fratture del refendum hanno lasciato il segno cambiando l’identità stessa del partito. Il PD è un partito che vive il paradosso di essere membro del PSE mentre ha ormai un’impronta politica neo democristiana, con la triade Mattarella-Gentiloni-Franceschini solidamente al comando. Come nelle migliori tradizioni, gli ex democristiani si sono divisi in una miriade (si dice 11) di correnti e hanno usato (probabilmente usano ancora) Renzi come testa di ariete per appropriarsi del PD con un appoggio talmente tattico che ben poche sono state le dichiarazioni esplicite in suo favore in questi giorni. La componente ex comunista si dibatte in un profluvio di nomi che si sovrappongono e si elidono a vicenda con il solo obiettivo di mantenere posizioni a livello personale. Al suo interno la componente di sinistra-sinistra sembra essere ormai un refuso e difficilmente potrà restare. Il gruppo tosco-emiliano si farà forte della forza locale per mantenere una presenza e attendere tempi migliori. Renzi rappresenta solo una delle fazioni che per ora ha l’appoggio dei neo DC: il congresso, con la presumibile vittoria di Matteo, sposterà ad aprile il radde rationem che è dato dal sostegno al governo e dalla legge elettorale. Se Renzi trionfante riproporrà il tema di legge maggioritaria ed elezioni rapide, potrebbe anche trovarsi di nuovo nella situazione attuale, quella di un segretario senza partito.

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