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Economia e società

Qualcosa è cambiato

 


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Dieci anni trascorsi  dal caso Welby, otto da quello Englaro, non sono evidentemente passati invano. La morte di DJ Fabo non è stata accompagnata dal rifiuto dei funerali religiosi opposto al primo né dalla drammatica spaccatura dell’opinione pubblica sull’eutanasia della seconda. Non c’è stato un intervento dei vertici della CEI né una presa di posizione (e quando mai) del governo. Se la decisione di suicidarsi ha scosso profondamente le coscienze, è anche vero che solo i siti cattolici tradizionalisti si sono espressi in senso critico riguardo alla decisione del giovane di porre fine ad una vita ritenuta non più sopportabile, riconducendola ad una presunta mancanza di conforto esterno e non all’oggettiva insopportabilità della condizione individuale. In generale media e cittadini si sono dimostrati partecipi e dispiaciuti per l’infausto destino, tutto sommato concordi nel giudicare giustificata la decisione estrema. Nessuno prelato ha parlato di inferno, qualcuno lo ha giustificato.

DJ Fabo, per quello che si è letto sui giornali, era un prodotto tipico della generazione cresciuta nei tardi ’80 e nei ‘90: un ragazzone dinamico ed eclettico, impaurito dalla noia e dalla ripetitività, arrischiato e probabilmente incosciente, sicuramente individualista ed egocentrico. Lontano dal cristianesimo, forse attratto dall’esotismo religioso, era sicuramente alieno anche da qualsiasi altra dimensione collettiva (la politica, il volontariato, la famiglia) che potesse temperarne anche solo in parte l’ego strabordante e solipsistico. Ciò detto, da quel che si sa, ha certamente tentato di reagire alla tragedia che l’aveva colpito anche se in una chiave di “guarigione” e non certo di accettazione: le staminali, moderna soluzione alchemica di tutte le malattie prive di soluzione, terra promessa di tutti coloro a cui questa terra le promesse non le ha mantenute, sono state il suo tentativo di uscire dall’incubo. Ed in questo percorso non sembra gli sia mancato il conforto di una famiglia coesa e vicina, di una madre amorevole e di una compagna fedele e leale. Evidentemente poco di fronte alla spaventosa prospettiva di una vita rovinata, ai dolori, all’angoscia ed alla disperazione.

Al netto della propaganda radicale e anche del suo comizio finale contro uno stato da cui pretendeva la morte senza probabilmente avergli dedicato neanche un minuto della sua vita, il suo suicidio ed il dispiaciuto consenso che lo ha accompagnato segnano la definitiva laicizzazione dell’opinione pubblica italiana. I gay, il gender, le nuove famiglie, la stepchild adoption e la sua squallida premessa, il parto su commissione, non saranno certo, anche per mera questione di incidenza percentuale, il futuro della società, la forza trainante della nostra evoluzione civile, sociale ed economica, ma non sono più nemmeno un tabù. Sarà stato il relativismo obamiano, che ci ha portato via il lavoro in cambio della libertà di pisciare nel bagno delle donne, sarà stato l’improvviso collasso della Chiesa che oggi dubita della propria fede, sarà l’effetto di una società che invecchia e che si trova, dopo 70 anni di vita media in aumento e crescente salute, di nuovo alle prese con i problemi ed il mistero della malattia e della morte. Sarà il declino occidentale che, come 2000 anni fa avvenne per i miei antenati etruschi, apre la strada ad una cupio dissolvi intrisa di pessimismo, incubi e pulsioni autodistruttive. Ma non siamo più quelli di prima. Non crediamo più che la vita sia un valore irrinunciabile. Non crediamo più che la collettività, sia essa lo stato, la famiglia, le relazioni umane, possano compensare le carenze dell’individualità. Non crediamo più che le promesse della scienza e della tecnologia si avvereranno. Se si vuole governare una società ormai complessa, occorre prendere atto che la dimensione individuale, soggettiva, solipsistica, ha preso il posto di quella comunitaria e collettiva e riconoscerle uno spazio. Sarà colpa del liberismo capitalista, della modernità, del venire meno delle minacce che imponevano di “stringersi a coorte” ma ciascuno di noi si ritiene ormai l’alfa e l’omega della politica, dell’economia, della società e, con Francesco, anche della religione. Non esiste una forza religiosa, politica, ideologica o ideale che sia abbastanza forte da farci accettare di esserne meri strumenti. Sarà pure sbagliato ma è così ed alla fine le grandi scelte devono tenere conto del prevalere dell’individualismo.

L’individualismo ingordo determina il grande fallimento della scienza e della tecnica, troppo al di sotto delle aspettative: dovevano dare guarigioni e danno solo cure, dovevano darci più vita ma ci danno solo più sopravvivenza accompagnandoci in un calvario di problemi, difficoltà e scelte penose che assomiglia ad una lunga tortura. Ma segna anche il contemporaneo fallimento della religione, da sempre conforto di una vita naturalmente breve resa sensata dalla presenza fatale ed incombente della morte ma oggi spiazzata dal prolungarsi di una sopravvivenza aridamente tecnologica e priva di significato umano e di speranza. Ai tempi di Gesù le carenze mediche, economiche ed organizzative rendevano gli invalidi dei reietti condannandoli a breve vita. Ancora 20 anni fa Fabiano sarebbe sopravvissuto poco o punto al suo incidente liberando se stesso dalla disgrazia e la religione dalla necessità di arrampicarsi sugli specchi per trovare un senso in una tragedia che si prolunga quietamente: 20, 30, 40 anni di una vita assurda, fatta di immobilità, buio, ventilazione forzata non sono spiegabili in alcun modo a chi li deve subire, specie da parte di coloro che pontificando non li subiscono. Le parabole di Gesù che risana appestati e paralitici si trasformano oggi nei sermoni dei suoi discepoli sani che esaltano la disabilità degli altri. La pietà, pretesa verso coloro che arrivano da lontano, viene negata ai disgraziati che ci sono vicino. Un’etica che ferreamente rifiuta di accogliere la buona morte si accompagna all’ipocrisia di una prassi in cui l’eutanasia è normalmente praticata negli ospedali lasciando malati e parenti moralmente soli e clandestini di fronte alla grande scelta. Se è vero che la Chiesa ha accompagnato l’evoluzione della nostra civiltà, filtrando le novità, facendo da volano rispetto ai cambiamenti; se è vero che il magistero francescano ha aperto strade incognite nel campo delle relazioni familiari e sessuali, al contempo riducendo ai minimi termini l’annuncio della parola di Dio, tacendo sempre più il messaggio di senso e di speranza che essa porta e sostituendolo con quello dell’accoglienza in terra, allora forse è giunto anche il momento di aprire una riflessione sul rapporto fra la fede e l’individualità e valutare la possibilità di concedere pacificamente pace a dei poveri cristi che la loro croce l’hanno portata non per tre ore ma magari per anni o decenni.

La stagione delle riforme civili non può prescindere da una norma sul fine vita. I DAT appaiono sin da ora insufficienti: se Fabiano avesse lasciato scritto esattamente di preferire la morte al rimanere tetraplegico e cieco, al pronto soccorso non avrebbero rispettato le sue volontà. Il giuramento di Ippocrate avrebbe prevalso su di esse e d’altro canto nessun medico che opera in emergenza può essere sicuro, in anticipo, del risultato delle sue cure. Ma così facendo si mette la vita di una persona in mano ad un’altra, sia essa un medico od un prete, condannandola allo strazio ed all’impotenza. Un ordinamento che regolamenta fino all’ossessione le minuzie che si fanno da vivi, non regolamenta la scelta più importante della vita. Uno stato sedicente laico ritiene di imporre scelte etiche totalitarie ai suoi cittadini e, mentre fatica ad opporsi agli assassini che vogliono uccidere gli altri per andare in un paradiso osceno, si schiera come un sol uomo di fronte alle vittime che con la morte vogliono sfuggire all’inferno in terra. È probabile che l’opinione pubblica sia più avanti della politica. La prossima legislatura dovrà affrontare anche questo punto.

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