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Economia e società, Politicamente scorretto

Finita è la festa

download“Sciopero? Figurati, mi trattengono 56 euro per la giornata e già non arrivo a fine mese”. Le parole della collega professoressa, calabrese trapiantata in Toscana causa Buona Scuola, marcano il fallimento dello sciopero, addirittura “internazionale”, indetto dall’immancabile Camusso contro la violenza di genere e segnano anche per il mondo femminile la scissione fra base populista ed élite globalizzata. Solo donne di alto ceto sconnesse dalla realtà possono credere che oggi, nel 2017 segnato dalla crisi perpetua e dall’arretramento sociale, le Average Ladies sopraffatte dalla crisi e dai cambiamenti possano pensare di immolare una giornata di stipendio alle loro ubbie mondialiste ed integrazioniste. Il fallimento dello sciopero di ieri rappresenta, in piccolo, una conferma del messaggio recapitato 5 mesi fa esatti, l’8 novembre, quando la matriarca, la grande vecchia del femminismo stile donna in carriera anni ’90 è stata lasciata a piedi proprio dal voltafaccia di quelle che erano date per scontate, le donne bianche medie che le hanno preferito il Donald del “grab them” lasciandola, sola e sconvolta, a recriminare sui suoi errori.
Quest’anno si è tentato il gran salto, quello di trasformare la giornata delle donne nella giornata del genere femminile, probabile primo passo verso un progressivo allargamento che ne faccia il D-Day delle minoranze contro il nemico comune, l’uomo bianco eterosessuale che, bene o male, è l’artefice di questa civiltà. Le donne sono già state strumentalizzate a questo scopo: negli anni ’60 l’universo muliebre aveva ormai raggiunto, 15 anni dopo il suffragio universale, l’adeguato livello di maturità economica, culturale e politica necessario per chiedere lo spazio che spettava a quello che in fondo era metà dell’elettorato. L’occasione è stata colta dalla sinistra europea per riposizionarsi e smarcarsi dalle sue origini marxiste impresentabili dopo il fallimento delle esperienze comuniste in giro per il mondo. Cosa di meglio che abbandonare materialismo storico, corsa agli armamenti, invasioni, repressioni, propaganda ormai ridicola e cominciare a farneticare di una nuova ideologia che avrebbe minato dall’interno la società capitalistica che, da un secolo a questa parte, rappresenta il nemico unico, irriducibile e sempre vincente di questa fazione? Se la società capitalista occidentale era maschile, l’arrivo delle donne opportunamente arruolate nelle file social-comuniste aveva il ruolo del 7° Cavalleggeri nei film western: forze fresche al momento giusto per supportare la causa del socialismo.
Come un secolo prima con il proletariato che, secondo Marx, avrebbe instaurato una società giusta solo perché non aveva nessuno sotto da opprimere, si è ipotizzato che la femminilizzazione della società avrebbe cambiato i paradigmi che la guidano spostandoli ovviamente a sinistra, in senso egualitario. Quasi 60 anni dopo, un tempo sufficiente, per dire, a vedere emergere potenze che all’epoca erano solo terzo mondo, assistiamo al peggiore degli scenari, l’emasculazione delle società occidentali unita alla maschilizzazione del femminismo. Abbandonati concetti “maschi” che oggi sarebbero essenziali per reagire alle sfide (patria, nazione, difesa, guerra, forza, legge, ordine, autorità, gerarchia) vediamo le donne replicare gli stereotipi del mondo maschile: persa per strada la sorellanza, la solidarietà fra donne di diversi ceti ed estrazioni, sono emerse “she-leaders” che si sono distaccate dalla base delle loro consorelle, ricondotte al ruolo di colf e cameriere che gioiosamente sostengono con il loro sacrificio l’ascesa delle elette, che sfruttano tuttavia il loro sesso (o genere? Boh) e la forza elettorale delle “inferiori” per cercare di entrare nella torre d’avorio del potere, sovvertire i ruoli maschili, realizzare obiettivi di carriera e status del tutto personali, riprodurre il paradigma del capo che si appoggia ai sottoposti per perseguire non l’obiettivo comune ma solo interessi personali.
Il femminismo originario sfidava le donne ad occupare ruoli maschili, a tutti i livelli, provandosi pari o migliori degli uomini. Mamma Primula, 36nne con sola licenza elementare, nei suoi limiti aveva accettato la sfida, superando le difficoltà quasi umilianti dell’inizio e diventando un’ottima agente di commercio, sicuramente migliore di tanti colleghi uomini, aprendo la strada alla figlia arrivata al ruolo di direttore vendite. Questa energia primigenia si è stemperata nella richiesta di quote rosa, pretesa di posizione, ruolo e status basata sul sesso (o genere? Boh) senza alcuna relazione con le capacità supposte o dimostrate. Ed ovviamente riservata solo all’élite che mai è passato per la testa alle she-leaders di chiedere quote rosa per le impiegate e le operaie e le braccianti per le quali valgono le regole comuni degli inferiori, tutti a lottare per un tozzo di pane in base alle regole del mercato globale. L’élite femminista ha parassitato la società maschile ottenendo la sua “libbra di carne” ma senza contribuire adeguatamente allo sviluppo sociale ed economico. Le she-leaders sono diventate politiche, burocrati, professioniste, ricercatrici, tutti ruoli forse onorevolmente ricoperti a livello individuale ma che potevano essere anche assegnati, senza differenze a livello di sistema, anche a dei maschi. Non ci sono, o si contano sulle dita di una mano, donne che abbiano partecipato al cambiamento degli ultimi 20 anni, fatto di finanza ed internet, che ha cambiato il mondo e spostato la ricchezza. Le quote rosa si sono tradotte in un recinto dorato che magari ha parzialmente protetto le donne dalla crisi ma le ha tenute fuori dal main stream dello sviluppo e della crescita e che, soprattutto, ha fortemente ridimensionato il loro ruolo a livello sistemico: perché dare potere alle donne se hanno dimostrato di non capire quello che stava succedendo? Se fino a novembre una donna era di per sé sempre migliore di un uomo, adesso il mito è sfatato ed anche le politicanti devono dimostrare di portare un valore aggiunto. Marine può vincere o perdere ma questo lo ha capito: non si presenta nuova solo perché è una donna ma perché propone un diverso ed inclusivo progetto politico che prescinde dal sesso.
Come in tutti i casi, i nuovi diritti si basano sull’esistenza di risorse che li pagano. Le donne hanno beneficiato dell’impetuosa crescita economica del post II GM che adesso, in occidente, si è esaurita. Difficilmente si può continuare a pensare di richiedere guarentigie per le quali non c’è più denaro. Ma le she-leaders si sono già portate avanti cercando di travasare il movimento femminista nel nuovo rassemblement che deve portare la sfida finale all’uomo bianco eterosessuale: tutti insieme – neri, latinos, islamici, gay, donne – per far naufragare la civiltà maschile bianco capitalista. E pazienza se, nell’ennesimo riposizionamento che i leader di sinistra cercano per salvare il loro “particulare”, come le recenti, infime e ridicole vicende nostrane del PD dimostrano, le donne medie bianche sono offerte come simpatico “bottino di guerra” agli invasori neri e mussulmani che le considerano (parola di she-reporter) solo “puttane bianche”: il bunga bunga islamico del capodanno 2015, parzialmente replicato un anno dopo, confermato giorno per giorno dalle negozianti del Mugello costrette nel silenzio generale ad accettare offerte “che non si possono rifiutare” da parte di ambulanti colored che impongono baratti del genere “un PC contro un pacchetto di fazzoletti di carta” fidando sulla loro politicamente scorretta preminenza fisica, sono solo un antipasto del destino che attende le nostre compagne di vita in una società globalizzata ed in cui i maschi bianchi sono stati ridotti, dalla cultura e dalla legge, ad eunuchi che assistono passivamente agli eventi. Le quote rosa faranno presto spazio alle quote negre ed arcobaleno riducendo ancora lo spazio delle donne bianche normali. E se è vero che la violenza maschile DEVE trovare un argine nell’ordinamento, magari anche con strumenti preventivi che evitino tragedie evitabili, è anche vero che il Nord bianco del pianeta è il paradiso delle donne rispetto al Sud negro-islamico che le considera solo schiave e fattrici.
Tuttavia la sensazione è che in qualche modo una parte di questa realtà sia stata intuita e di conseguenza rifiutata. La sconfitta di Hillary, la possibile vittoria di Marine, non possono non passare da un riposizionamento “a destra” del mondo femminile, forse alla ricerca di una tregua nella sempiterna lotta contro il maschio (bianco) e di un percorso che, esauriti ideali e risorse di 50 anni fa, porti ad un nuovo progetto sociale che integri e sintetizzi le diversità compatibili ed escluda quelle che non lo sono preservando la normalità delle nostre società. Forse si capisce che il problema non è più quello di lottare per obiettivi specifici come il reato di femminicidio o, ridicolmente, per modificare in senso femminile il vocabolario (ossessione di quelle che ce l’hanno fatta e vogliono autcelebrarsi ed invece priva di significato per quelle che non saranno mai presidenta o assessora o prefetta) ma quello di rimettere in moto un sistema complessivo che gira a vuoto al contempo salvando quello che si è ottenuto. Stando in mezzo alla gente spesso gli umori si captano: le poche mimose, i pochi “auguri” di ieri lasciano pensare che lo specifico femminile e femminista, magari solo per poco, sia rientrato in un alveo più generale in cui il principale nemico non è più il “normale” compagno di vita o di lavoro. Passata la festa, forse i semi della mimosa sfiorita germoglieranno in questo senso.

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