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Terrorismo

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download (1)Ad un anno esatto dalla strage dell’aeroporto di Bruxelles, l’Islam festeggia la ricorrenza con una strage a Londra. D’altro canto la frequenza degli attentati è così alta che ormai quasi tutti i giorni queste bestie potrebbero avere qualcosa da festeggiare. La simbologia è evidente così come il significato di un attacco a Westminster, sede ad un tempo del potere e della sovranità democratica che l’Islam considera una bestemmia. Ed è altresì uno sfregio alla Londra amministrata da un sindaco musulmano, tanto per chiarire ai “sottomessi” che nessuno appeasement è possibile con gli infedeli, nemmeno con quelli che stoltamente si dichiarano multiculturalisti ed eleggono sindaci di un’altra razza.

Niente di nuovo. E nessuno dica che che si tratta di un fulmine a ciel sereno: la strage poteva essere già avvenuta pochi giorni fa a Heidelberg, dove un tentativo di attentato è stato compiuto con le stesse modalità da un soggetto  rimasto ignoto alla pubblica opinione, salvo per il fatto “che non aveva background di immigrazione”, valendosi anche del fortuito caso per cui i feriti sono stati “solo” 3; o a Dusseldorf dove un attacco col machete con sette feriti di cui tre gravi era stato compiuto da un soggetto nato nella “ex Jugoslavia” (probabilmente un kosovaro mussulmano) e poi replicato la sera con un altro ferito; od in Francia dove in tre giorni si sono avuti la sparatoria nella scuola di Grasse, lo sgozzamento al grido di “Allahu Akbar” di due persone in strada ed infine l’incursione all’aeroporto di Orly.

La differenza fra Londra ed il continente è duplice: il coraggio della politica e delle forze dell’ordine di parlare chiaramente, dicendo che si tratta di terrorismo e non di psicopatici o depressi, e la libertà di stampa che ancora ammette la trasmissione di informazioni corrette ancorchè sgradevoli ai cittadini, a differenza della Germania e della Francia dove mistificazione e disinformazione ne hanno ormai preso il posto.

Del resto che degli psicopatici fossero sensibili ai gesti simbolici era altamente improbabile. La stagione terrorista 2016 si fermò dopo il gran gesto degli imam di pregare insieme ai cristiani nel luglio dello scorso anno, segnale chiaro evidentemente anche per i pazzi, o più facilmente per chi li gestiva, che il limite era stato passato. Anche il Papa si era inopinatamente espresso a favore di un correligionario e quindi il rischio era ormai troppo alto. Ora la tregua non regge più: l’Islam si sente forte numericamente ed ideologicamente, ha rotto anche l’apparenza della lealtà alle istituzioni dei paesi che lo ospitano come la recente indagine in Francia dimostra, non vede significative reazioni a livello politico, mediatico e di polizia, trova il supporto di potenze straniere come la sconcertante campagna elettorale turca condotta in Germania, Olanda Francia dimostra, e quindi tende ad allargarsi. L’invasione del 2015, con un milione di musulmani che ha attraversato liberamente l’Europa per arrivare a Berlino, ha probabilmente avuto l’effetto di esaltare e liberare mentalmente i musulmani inducendoli a pensare che l’Europa non è in grado di difendersi dalla loro invasione o addirittura brama di essere dominata.

Ancora non si è capito bene il ruolo dei foreign fighters di ritorno che non sembrano mai essere gli autori materiali degli attentati. Di certo una comunità di 20 milioni di mussulmani, sempre più ideologizzati, dove la vicinanza al terrorismo (attiva come per kamikaze e attentatori, passiva come per ideologi e logistici) è ampia, può produrre molti eventi, siano essi dovuti a organizzazioni o individui, ideologia o anche solo malessere individuale che si esprime in termini islamicamente corretti in vista del fatidico appuntamento con le 72 vergini troie che si riverginizzano. Tuttavia anche la retorica dei lupi solitari svanisce non appena si approfondiscono le indagini, purtroppo mai adeguatamente pubblicizzate dalla stampa, che a Nizza come a Berlino e stamani a Londra evidenziano come il terrorista non fosse una semplice scheggia impazzita ma parte di una organizzazione più strutturata. Che poi questa organizzazione risponda ad un’unica centrale, al “grande vecchio” mitologico della nostra esperienza brigatista, oppure si configuri più facilmente come una “community”, una comunità che condivide valori ed idee anche senza avere forme organizzative strutturate ed al limite senza conoscersi se non via web, non è un fatto di vitale importanza. Anzi la mancanza di forme organizzative tradizionali rende questo fenomeno ancora più difficile da individuare e contrastare. Ciò non toglie che sia sempre e solo l’Islam il brodo di coltura di questa violenza.

L’Islam è sempre stato nemico dell’Europa e del cristianesimo sin dalla sua nascita nel 632. La differenza è che adesso ce lo abbiamo in casa. L’Isis verrà fatto secco dall’azione congiunta ancorchè mediaticamente nascosta di Trump e Putin ma si rigenererà in nuove sigle come ha sempre fatto da quando sono nato: è inutile tenere il conto della serva e dire che “non è l’Isis”. Il problema è l’Islam in sé che è ad un tempo una religione violenta, un ordinamento giuridico e un progetto politico di conquista. Come tale non è assimilabile all’Europa e spero (ma ne dubito) che a nessuno venga in mente che dobbiamo integrarci noi con lui rinunciando al nostro stile di vita ed alla nostra superiore civiltà.

Le soluzioni le ho dette più volte e sono tutte chiare: spazzare via l’Isis, deislamizzare le nostre società con una politica apertamente discriminatoria nei confronti degli islamici che ne disincentivi l’arrivo e la permanenza, tornare ad un rigido ius sanguinis, agire sulle doppie nazionalità, ripristinare le leggi speciali che aiutarono a sconfiggere i terroristi rossi e neri degli anni 70 ed estendere all’islamismo alcune fattispecie della lotta alla mafia come il 41 bis ed il concorso esterno,  mettere fuori legge la predicazione estremista, contrastare ferocemente l’immigrazione clandestina, contrastare ferocemente l’illegalità ordinaria alimentata soprattutto dai mussulmani che, non potendo integrarsi in una società lontana dalla loro cultura, delinquono per mantenersi. La violenza politica è sopraffatta da una prevalente componente etnico razziale: pragmaticamente le azioni di intelligence e polizia dovrebbero essere dirette verso la comunità araba e africana rinunciando alle ubbie del politicamente corretto che impediscono anche solo l’uso di  tecniche di facing (i terroristi sono diversi da noi, con buona pace delle anime belle,  e non è difficile selezionarli) così come sarebbe bene aumentare le capacità di autodifesa dei nativi liberalizzando  il porto d’armi e reinserendo forme di servizio militare. In una parola, essere apertamente islamofobi, come razionalmente siamo sempre stati nella nostra storia e come il comportamento degli islamici induce razionalmente ad essere oggi. E ciò significa anche smettere di autocolpevolizzarci: nessuna civiltà islamica, né oggi né  in passato, si è dimostrata migliore della nostra. Non abbiamo niente da guadagnare nel rifiutare la nostra storia e cultura, pur riconoscendo eccessi ed errori. La storia umana è lotta di gruppi, dove hanno vinto i mussulmani le conseguenze sono state tragiche.  La lotta sarà lunga, perché ormai li abbiamo in casa, ma possiamo ancora vincerla. Né dobbiamo temere ripercussioni sul petrolio perché ormai abbiamo scoperto che ce l’hanno tutti, probabilmente anche noi se fossimo un po’ meno innamorati dell’ambiente e un po’ più pragmatici: il secolo arabo sta per finire sotterrato dal petrolio sotto i 50$.

Quando questo blog nacque nel 2015 parlare in modo politicamente scorretto di terrorismo e immigrazione era quasi impossibile: l’ideologia dominante rendeva inaccettabili ragionamenti semplici e pragmatici e impediva anche solo di usare la terminologia adatta. Adesso questi argomenti sono stati sdoganati:  le carte sono tutte sul tavolo, basta solo volerle leggere. E capire.

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