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Politica Europa

EU contro Europa

download2E dire che i padri fondatori avevano capito tutto! Il 25 marzo 1957 a Roma non nacque la European Union (EU, UE) ma la European Economic Community (EEC, CEE). Brutalmente pragmatici, resi tali dalla tragedia bellica, avevano ben chiaro che l’Europa non era gli USA, che Francia e Germania non erano paragonabili a Missouri e Wyoming e che quindi il massimo che si poteva ottenere era una “community”, un’organizzazione blanda con legami laschi fra i paesi, che promuovesse il dialogo ed il riconoscimento reciproco senza entrare molto nelle situazioni nazionali. E per di più concentrata solo sull’economia. Community ed economia sono due dei concetti chiave del XXI secolo, Adenauer, De Gasperi e soci lo avevano intuito 60 anni fa.

Poi il vento è cambiato. L’UE ha sostituito la CEE ma soprattutto ha ammazzato l’Europa. L’EU non è l’evoluzione organizzativa e politica dell’Europa, è l’organizzazione che intende negare ciò che l’Europa è stata ed oggi sembra in parte voler tornare ad essere. Lo spirito europeo di cui in questi giorni molto si parla è un mix di tante cose come non può non essere in un continente che è stato il faro della civiltà umana ed in cui molte cose sono state quindi dette e pensate. È soprattutto un mix, in proporzioni variabili e costantemente in equilibrio dinamico fra loro, di cristianesimo, liberalismo, socialismo e nazionalismo. È incredibile come l’EU negli ultimi 20 anni abbia inteso eliminarli tutti. La lotta alle radici giudaico cristiane dell’Europa che l’Europa hanno salvato tante volte nei secoli, evitando sempre che per i giochi di potere continentali si potesse ammettere l’annessione islamica di parti del continente e mantenendo l’identità non islamica di gran parte delle popolazioni sottomesse, si è tradotta in atti normativi ma soprattutto in un atteggiamento di tolleranza ai limiti della sottomissione nei confronti di religioni aliene (vale la pena ricordare che l’Islam non è una religione endogena europea, i nativi europei di religione mussulmana sono solo bosniaci e albanesi e comunque in conseguenza di una dominazione straniera di origine asiatica); la lotta al liberalismo si è tramutata nella sovietizzazione a passi forzati dell’economia, con un intervento pubblico che ormai supera il 50% del PIL ed è giunto fino ad invertire la regola ancestrale per cui sui prestiti si pagano, e non si ricevono, degli interessi ed una regolamentazione tanto ossessiva quanto priva di senso pratico che quasi impedisce la libertà di impresa,  con la limitazione de facto della libertà economica degli individui e con i kombinat sostituiti dalle banche e dalle multinazionali oramai dotate di uno status giuridico speciale; il rifiuto dei principi della miglior tradizione socialdemocratica è diventato l’abiura del sostegno statale ai meno abbienti e dell’orientamento moderatamente redistributivo che ha prodotto la concentrazione di ricchezza nel famoso 1%; il ripudio del nazionalismo si è tradotto nel  disconoscimento dell’elemento etnico nazionale che si pone oggettivamente alla base della forma statuale in Europa e nella lotta allo stesso concetto di “stato” visto come un residuo di un passato negativo. E pensare che è stata proprio la frammentazione e la litigiosità fra gli stati ad avere determinato il dinamismo europeo del 400/500 che si è tradotto in innovazione, ricchezza e potere e soprattutto difesa dalle aggressioni altrui.

La CEE ha avuto grande successo nella misura in cui ha beneficiato dei frutti del boom economico post-bellico. Non è stata solo fortuna, la CEE ha contribuito attivamente favorendo una “globalizzazione europea” ordinata e pacifica basata sull’omogeneizzazione di norme e prassi e sull’abbattimento delle frontiere economiche, sempre con il focus sulla crescita civile e sociale. Ma la lunga crisi che ormai data quasi 10 anni e che si è tradotta, salvo il sempiterno esempio tedesco, in un oggettivo passo indietro dell’Europa nello scenario economico mondiale e nelle condizioni medie di vita dei suoi abitanti, è il segno che anche questa storia di successo si è conclusa. E’ allucinante vedere come un continente che nel 2000 si proponeva di porsi ai vertici del pianeta sfruttando l’economia della conoscenza abbia cannato completamente per 20 anni le scelte in materia di economia regalando agli asiatici la propria supremazia tecnologica industriale ed al contempo mancando l’aggancio ai settori trainanti di internet e della finanza. Mentre la CEE cercava la massima occupazione come presupposto di pace e democrazia, l’EU persegue l’obiettivo della disoccupazione, incrementata dall’arrivo di migranti del tutto privi dei prerequisiti intellettuali e culturali necessari per partecipare all’economia ed al lavoro, come presupposto dell’aumento dei profitti. E la crisi si è tradotta nella rottura del patto solidale fra stati con la “comunità” divisasi fra creditori che pretendono libbre di carne e debitori che cominciano a mancare di membra da consegnare. E quindi anche nella rottura della comunione fra popoli con il riemergere di stereotipi grevi ed ingiuriosi fatti propri ai massimi livelli politici proprio da personaggi che si vantano di essere l’ultima diga ai populismi che anche di stereotipi si nutrono. Come in una fight cage, si realizza un disperato “tutti contro tutti”: EU contro governi nazionali, cittadini contro i governi e la EU, governi contro altri governi con geometrie variabili, popoli in rotta fra loro.

Oggi siamo al paradosso di “politici” “democratici” che si stupiscono che l’elettorato, peraltro sempre più svuotato delle proprie prerogative, rifiuti un programma politico che sembra ricalcare il monito biblico del parto doloroso e del sudore della fronte: cosa ci può essere di attraente in un’istituzione che propaganda come suo esplicito programma la povertà economica, il regresso sociale, il pensiero unico, la perdita della sicurezza e della sovranità che può tradursi, in pochi anni, in una colonizzazione straniera? Che fiducia si può avere in governanti “democratici” che propongono apertamente di peggiorare le condizioni dei propri governati mentre politici autoritari (Xi, Putin) pongono gli interessi dei sudditi come riferimento della loro azione politica? È stupefacente che i migliori cervelli del nostro continente siano prigionieri di una visione ideologica in cui le persone, gli individui, sono considerati semplici pedine passive di un gioco che li prescinde: come si può pretendere che Average Joe aderisca ad un progetto politico che programmaticamente intende porre a repentaglio la sua libertà, sicurezza, possibilità di sopravvivenza a breve e medio termine, le sue possibilità di costruirsi un percorso di vita libero e soddisfacente? E soprattutto come si può stupirsi che lo rifiuti?

L’EU ha tradito l’Europa, i populismi nelle loro varie declinazioni sono gli anticorpi che il nostro continente esprime per recuperare se stesso e la sua molteplice e variegata identità. La celebrazione dei 60 anni dell’EU si svolge in un bunker di lusso presidiato da 7000 agenti in una città divisa in zone e pattugliata come ai tempi di guerra, sicura di manifestazioni devastanti e con il timore di attentati islamici: parlare di successo e di prospettive future si colloca oggettivamente in un ambito intellettuale posto fra l’ironico ed il ridicolo.  Buon compleanno EU! E crepa presto.

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