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Politica internazionale

Luna di fiele

download (2)Honeymoon (luna di miele) è il termine che gli americani usano per indicare i primi cento giorni del mandato unpresidenziale. Un periodo in cui il giudizio è sospeso mentre il neopresidente prende possesso della cadrega, si acclimata, fa le sue nomine, prende i primi contatti interni ed esterni. Difficile sostenere che The Donald ne abbia goduto. Sin dal primo giorno ha dovuto fare i conti con una situazione di opposizione generalizzata condotta con argomenti, toni e metodi tali da mettere in discussione non solo la sua figura ma la legittimità stessa del sistema democratico che lo ha eletto e la stabilità del sistema politico americano.

Trump ha superato abbastanza bene l’ondata di “spontanee” manifestazioni di piazza di gennaio-febbraio che, come prevedibile, hanno segnato il distacco dalla politica in chiave clintoniana delle fiche fredde che avevano sponsorizzato la matriarca cantando, recitando e profferendosi sessualmente. Anche il mondo della cultura (scuola, università, intellettualità varia) si è dimostrato avversario di poco nerbo e spessore. Molto più difficile è stato scontrarsi con il sistema di potere, che possiamo chiamare come tutti fanno “Deep State”, che si è dimostrato profondamente radicato negli USA e che accomuna il complesso militar-industriale e le sue filiazioni nel settore della pubblica amministrazione, dell’intelligence, della diplomazia, dei media, della magistratura, della cultura. E ovviamente della politica.

Con la copertura mistificante di una stampa mainstream ferocemente e totalmente schierata “contro” e che tratta gli esiti della prima e più grande democrazia  al mondo come se fossero i risultati delle elezioni dello stato libero di Bananas, Trump si è trovato oggetto della letale combinazione di servizi segreti deviati, che indagano sul loro “commander in chief” e declassificano dossier riservati per passarli ai giornalisti amici, e di una stampa preconcetta  che ha montato un caso che tendeva pari pari all’impeachment a partire da elementi nulli. Subito dopo la sua elezione si è scatenata la caccia agli hacker russi che lo avrebbero aiutato a vincere salvo non dire mai come ciò sarebbe avvenuto. Escluso, anche per amor di patria e di business, che il paese che detiene il dominio della tecnologia informatica avesse subito intrusioni informatiche tali da modificare la materiale conta dei voti, si è virato verso la tesi che gli hacker avrebbero favorito la diffusione delle famose fake news peraltro attraverso modalità totalmente scoperte come siti internet visibili a tutti e rilancio sui social di notizie e commenti. Alla faccia dell’hackeraggio, termine enfatico che copre una pratica vecchia come il mondo chiamata controinformazione, le prove sarebbero state rappresentate dal fatto che i russi avrebbero brindato all’elezione di Trump, come se invece dovessero sperare nella vittoria di una che voleva dichiarar loro guerra. L’inconsistenza delle notizie era dimostrata dal livello sempre più basso delle insinuazioni, fino a riferire che uno che non fa parte dello staff ma si presenta come uomo di Trump avesse incontrato un russo o che anni addietro, quando Trump costruiva grattacieli, suoi collaboratori avessero incontrato personaggi russi sospettati di reati: sai te che scandalo, mentre nel frattempo la stessa stampa “democratica” sottaceva invece le notizie sempre più chiare di possibili spionaggi ai danni dello staff trumpiano, e probabilmente di Donald in persona, ordinati da una che stava sotto Obama e che lo faceva senza dirglielo e non per motivi politici ma solo perché faceva parte del suo lavoro.

Ai lati la magistratura lo lavorava ai fianchi cassando i famosi ordini esecutivi sull’immigrazione con gli argomenti a-giuridici più vari, dalla penalizzazione dei residenti che non potevano vedere i parenti alla necessità delle imprese high tech e della finanza di assumere personale qualificato: ovviamente la Siria brulica di informatici, il Sudan di banchieri, lo Yemen di ingegneri senza i quali l’economia USA andrebbe in default. Se si ammette, come è logico, che sia alta la probabilità di arrivi di terroristi dai sei stati falliti (Yemen, Somalia, Libia, Sudan, Siria e Iran), le posizioni degli eroici magistrati sarebbero equivalse, nel 1940, ad aprire le porte ad agenti nazisti e giapponesi per evitare agli immigrati locali il fastidio di non poter vedere nonnina per le feste. Quanto ci sia di razionale in queste posizioni lo lascio giudicare ai lettori.

Complice anche un carattere bizzarro, Trump ha fatto una grande fatica a tenere testa a questa campagna indebolito dalle dimissioni di Flynn e dallo strano comportamento di Sessions che si è autosospeso per quanto attiene alla direzione dell’Intelligence proprio riguardo alle indagini sui contatti con i russi.  Ma il momento topico della capitolazione è stato il voto sull’Obamacare: lì il dissenso si è fatto apertamente politico e lui si è confrontato con i suoi avversari a viso aperto riportando una sconfitta gravissima. Il GOP ha proseguito nella pratica dell’autogolpe tentata ad ottobre e l’ammutinamento di 30 neocon su quella che era una flagship della presidenza ha mandato un messaggio chiarissimo a Donald che lui era un presidente dimezzato. Da lì la necessità di raggiungere un appeasement con il Deep State senza il quale non avrebbe governato.

Il patto di sangue è stato suggellato con il bombardamento della base siriana. Le motivazioni sono equivoche se si pensa che il trigger sarebbe stato l’uso di gas tossici da parte del governo siriano. I dubbi erano molti dato che un simile comportamento Assad non l’ha tenuto neanche quando sembrava ormai sconfitto, che sarebbe invece delirante tenerlo mentre sta vincendo, che come sempre le peggio cose succedono a favore di telecamera e che addirittura l’ONU giovedì aveva dubbi sul reale andamento degli eventi. Ma quello che sembrava un evento non certo decisivo ha dato il LA ad una svolta politica di Trump.

Comunque la vogliamo mettere, il bombardamento rappresenta il disconoscimento di alcuni capisaldi della campagna elettorale trumpiana: smentisce il “buen ritiro” USA dai fatti bellici del mondo, li proietta di nuovo nel casino mediorientale da cui The Donald pareva voler stare alla larga, annulla gli intenti di incontro e collaborazione con Putin ampiamente sbandierati in campagna elettorale in chiave di lotta al terrorismo islamico, rappresenta un elemento oggettivamente a favore dell’Isis preannunciando una fase di stallo che porterà probabilmente alla salvaguardia di qualche elemento territoriale come base ideologica, politica e logistica del terrorismo, allontana la dissoluzione della NATO e conferma la strana svolta di qualche settimana fa orientata al riarmo globale. Se si mettono insieme anche le minacce alla Corea del Nord, sembra che Trump abbia facilmente adottato la dottrina guerrafondaia che aveva ispirato le presidenze Clinton e Bush, con ciò allontanando anche altri aspetti del suo programma perchè non puoi chiedere alla Cina di aiutarti a contenere Kim Jong Un e poi imporle i dazi. La piattaforma politica della campagna elettorale ne esce stravolta e allontana da Trump l’immagine del politico che fa quello che promette. Anche lui come Obama avrà i suoi limitati gradi di libertà, curiosamente invertiti rispetto al predecessore: chiuderà i cessi transgender e chiamerà islamico il terrorismo, poi stop.

Che poi questa sia una strategia per rabbonire il fronte interno e poi riprendere il percorso segnato dalla campagna elettorale è abbastanza dubbio per vari motivi. L’entente cordiale con Putin in chiave anti-araba era, insieme al protezionismo, uno dei due fondamentali capisaldi della campagna elettorale ed era una cosa talmente seria che gli sta costando in patria accuse di tradimento ma ha trovato enormi ostacoli interni ed ora esterni. La maggioranza repubblicana in Congresso è antirussa e non accetterà riavvicinamenti neanche dopo il bombing ma soprattutto la politica estera di Trump, declinata con i missili, diventa politica interna russa e al momento è difficile ammettere che Putin, che vede avvisaglie arancioni in patria mentre le bombe esplodono a Peter in sua presenza e la sua aviazione fugge nella notte sotto le bombe yankee, trovi un motivo valido nel correre a trattare confermando la sensazione di essere in condizioni di emergenza e debolezza. Oltretutto il veto posto alla permanenza di Assad, in mancanza di alternative plausibili e, a differenza della Libia 2011, con i russi fortemente presenti in armi sul territorio, rischia solo di allontanare la soluzione del conflitto che solo 7 giorni fa era individuata nella conferma della statualità siriana guidata da Assad e nella distruzione di Daesh: la presidenza Trump rischia di essere attraversata da una cronicizzazione del conflitto e della rivalità russo-americana che renderà semplicemente impossibile perseguire, casomai ancora lo si volesse, il dialogo fra le superpotenze che proprio in Siria doveva avere il suo case study.

Come ben dice Marcello Foa, Trump si è probabilmente normalizzato offrendo fra l’altro la testa di Bannon e recuperando nel Consiglio di Sicurezza Nazionale i capi della difesa e dell’intelligence, realizzando così la ricomposizione delle due destre che si erano confrontate a novembre. Fra le vittime di questa svolta c’è invece Obama, pubblicamente sconfessato per non avere sanzionato, come invece Trump ha fatto oggi, la famosa linea rossa imposta ad Assad nel 2013. I tomahawk hanno colpito anche lui e la sua indeterminatezza e  se aveva qualche ambizione di prosieguo di carriera politica la dovrà definitivamente riporre perché il deep state non ha più bisogno di lui. Il gesto di Trump, che intima un alt deciso a Putin su tutto lo scenario internazionale, dimostra chiaramente come il declino americano a livello internazionale non fosse un destino ineluttabile ma solo la conseguenza della mollezza obamiana. Queste dinamiche sono tali da gettare anche una diversa luce sulla sua presidenza. Forse Barack si era immaginato, o più semplicemente presentato, come una singolarità, come l’uomo che avrebbe cambiato la stessa natura degli USA, ma era più banalmente la figurina giusta che i poteri occulti avevano scelto per accontentare gli elettori mentre loro attendevano alle cose importanti. La sua autonomia era legata solo al sostegno ai nuovi diritti (aborto, nozze gay, cessi per transessuali e simili) ed alla propaganda filo-islamica, semplici varianti di uno spartito le cui note principali devono essere suonate sempre uguali.

Inevitabilmente Trump si riconosce nel ruolo di presidente Usa. Vale la sua frase nel discorso al Congresso: sono stato eletto presidente degli USA e non presidente del mondo. Lo fa con il suo carattere da imprenditore spregiudicato che privilegia le occasioni  alla pianificazione. Rinuncia perciò all’improbabile  ruolo di capo del movimento populista mondiale ed il populismo ne esce indebolito forse in modo decisivo, non tanto per la legittimazione ma per l’efficacia della politica: se neanche il presidente degli USA può distaccarsi dal mainstream, figuriamoci se lo potranno fare Marine o addirittura Salvini e Grillo con tutti i problemi che Francia e Italia si portano dietro e con in più un potere sovrastatuale come la UE a rompere la palle. E’ vero d’altro canto che un populista USA deve obbedire alla logica di potenza americana mentre le ragioni del populismo europeo trovano radici proprio nella rinuncia ad una politica di potenza. Alla fine si dimostra come la democrazia sia in gravissima crisi: le opzioni politiche realisticamente ammissibili sono oramai comprese in un range ristrettissimo definito dalle vestali del politicamente corretto mentre quelle più radicali (critiche o contrarie ad Euro, Europa, globalizzazione, ambientalismo, immigrazione, Islam) non sono perseguibili politicamente mentre fra poco, con la stretta sulla libertà di espressione su Internet, lo saranno invece a livello giudiziario contro coloro che le propongono. Al contempo i vincitori delle elezioni sono costretti a piegarsi ai poteri forti dimostrando che non solo la contrapposizione fra sinistra e destra moderate ma forse addirittura i populismi sono solo fumo per gli occhi del popolo bue. L’illusione di un regime in cui i cittadini normali, medi, gli Average Joe, contano qualcosa è durato lo spazio di 70 anni e a questo punto viene da pensare che la democrazia sia stata non il fine ma lo strumento di poteri siderali per condurre una lotta politica secolare coerente con i loro interessi e che in fondo una parte importante nella formazione della democrazia nel XX secolo l’abbia giocata il comunismo ed il grande richiamo che esso esercitava sulle popolazioni occidentali per contrastare il quale si sono allentate le briglie per qualche decennio. Del resto si conferma un mio convincimento: che il cambiamento vero non è mai avvenuto in forma lineare, graduale e pacifica ma in maniera puntuale, con grandi esplosioni che avvengono una o due volte in un secolo. Il lungo periodo di pace post II GM ha avuto grandi vantaggi ma ha anche permesso il consolidamento di un “regime” che si è radicato ed esteso, che ha vinto la gramsciana guerra delle idee, che ha messo suoi intellettuali organici nei posti chiave (amministrazione, esercito, servizi segreti, magistratura, media, cultura) e che si opporrà con tutte le sue forze ai tentativi di cambiamento. Fino al prossimo scoppio.

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