//
stai leggendo...
Politica internazionale, Politicamente scorretto

Dittatori “democratici”

download (4)Gli esiti del referendum turco si prestano a varie considerazioni. In primo luogo è uno dei pochi casi in cui il promotore di un referendum porta a casa il risultato: non c’erano riusciti Cameron, Renzi ed Orban. Il significato del modesto vantaggio deve essere rivalutato alla luce dei precedenti perché, se è vero che la campagna per “Evet” sarà stata energica, non è che gli altri leader di cui sopra avessero scherzato. E d’altro canto il 51,23% è attribuibile solo ed esclusivamente ad Erdogan perché l’accozzaglia di tutti gli altri partiti era per il no: grasso che cola rispetto a chi si è accontentato di intestarsi il 40%.

La vittoria è stata in parte decisa dai voti all’estero ed anche questa è una costante: i non residenti hanno deciso le consultazioni austriache di maggio (peraltro viziate da brogli) ed hanno sostenuto le posizioni governative anche in UK ed Italia anche se in misura insufficiente a determinare il risultato. I voti a favore in Germania, Olanda, Austria hanno superato il 70% contro il conseguente sostanziale pareggio in patria. È da segnalare che il voto all’estero è spesso molto difforme dai risultati in madrepatria come avvenne in Italia nel 2006 (vittoria di Prodi per i voti di Asia-Oceania ed America) e 2013 (quando il fenomeno 5 Stelle venne praticamente ignorato dagli elettori fuori dai patri confini). Può darsi che la polemica politica giunga in modo ovattato in paesi distanti, oppure che gli elettori espatriati attribuiscano maggiore credibilità alle posizioni delle istituzioni, che vi sia maggiore apertura alla propaganda governativa che può avvalersi dei canali diplomatici e si mescola facilmente con le visite di stato, oppure semplicemente che il governo che controlla le sedi diplomatiche dove si vota possa più facilmente operare qualche magheggio a suo favore. Dato che questa volta il voto all’estero ha premiato quello “politicamente sbagliato”, c’è anche da interrogarsi sulla apparente contraddizione di elettori turchi che vivono da mezzo secolo in paesi talmente democratici da fare spazio e farsi carico della campagna elettorale altrui e poi votano in massa per un regime autoritario islamista, ennesimo segno della scarsa capacità dei sistemi occidentali di assimilare gli islamici e le loro opzioni politico/ideologico/religiose.

La Turchia si conferma nel “club dell’uomo forte al comando” con Erdogan in buona compagnia di Putin e di Xi Jinping. Se si considerano le improvvise accelerazioni in USA e UK, con Trump e May che cercano di spostare decisamente a loro favore gli equilibri politici, si conferma che solo l’Europa continua a privilegiare un modello politico istituzionale che privilegia leader di basso profilo, scarsa personalità, nulla volitività ed energia, ben disponibili a formare grandi coalizioni all’interno ed a condividere il potere a livello continentale. Questo modello è stato conseguenza degli esiti infausti del secolo breve, dominato proprio da grandi personalità (Hitler, Stalin, Mussolini, Franco, Churchill, De Gaulle) ma è adesso funzionale alla conservazione del “grigio dominio” tedesco che la Merkel ha semplicemente ottimizzato dimostrandosi incapace di suscitare consensi fuori dai confini.

I sistemi politici in generale subiscono le conseguenze della perdita di egemonia rispetto ad altri sistemi che storicamente erano subordinati. Basti pensare alla succubanza verso il sistema finanziario che a sua volta nutre abbondantemente l’industria culturale e mediatica attraverso cui viene propalato il verbo “politicamente corretto”, vengono creati eventi e casus belli e vengono diffuse le liste dei “cattivi” che rendono ormai impossibile per un governo agire in termini di tutela dell’interesse nazionale. A questo si aggiunge l’influenza del sistema militare-industriale che ha un peso che era stato nascosto nell’epoca dello scontro con l’Est ma che adesso appare più evidente in mancanza di un chiaro schieramento nemico e che proprio in Turchia ha avuto la sua massima manifestazione con il tentato golpe di luglio 2016. La magistratura ha un’influenza sui sistemi politici che ha ormai esondato dai confini italiani per allargarsi a Francia (contro Le Pen e Fillon), UK (tentativo di ostacolare il referendum sulla Brexit), USA (contrasto agli executive order di Trump con argomenti di carattere non giuridico ma politico), senza contare i casi di impeachment del Brasile e della Sud Corea oltre che l’analogo tentativo in corso con Trump, mentre in Europa la Corte di Giustizia si è configurata come un organo legislativo informato al “politically correct” che ha prodotto conseguenze importanti sugli ordinamenti giuridici nazionali in dispregio delle stesse carte costituzionali ormai ampiamente ignote. Gli stessi USA, nel contrasto a Trump, hanno dimostrato l’importanza di ampi settori dei servizi segreti che in Italia definiremmo semplicemente deviati e l’efficacia della loro azione in coordinamento ancora una volta con i media mentre l’Europa esprime la tracotanza di una enorme burocrazia comunitaria che opera ad un tempo come organo di indirizzo politico delle istituzioni (Commissione, Parlamento) e come minuzioso ed instancabile cane da guardia delle politiche nazionali per ricondurle, per l’appunto, ai dettami dell’ordoliberismo di cui è emanazione. Internet ha creato infrastrutture che assumono un significato politico-organizzativo ed ideologico-comunicativo che trascende di fatto gli stati e la loro volontà ma che è anche usata, come Wikileaks insegna, per creare scandali e aggredire leader non omologati. Non ultime le organizzazioni internazionali, con l’ONU in testa, chiamate a dare pareri di legittimità arbitrari ed a sostenere la diffusione di pratiche e principi ideologicamente orientati.

Questa breve rassegna dimostra come i sistemi politici siano finiti, negli ultimi 20 anni, in balia di poteri che riconducono a delle élite e che per definizione non sono né democratici né popolari. Questi hanno piegato i governi e gli organi legislativi ad una produzione normativa che, in forma commissiva od omissiva, è comunque conforme ai loro interessi ed ovviamente disinteressata, quando non totalmente ostile, agli interessi nazionali e degli strati inferiori della cittadinanza. Il crocevia di questo complesso coacervo di sistemi estranei alla politica, che in occidente dovrebbe essere per definizione “democratica”, è spesso rappresentato dai parlamenti che molto spesso si sono prestati a tradurre in orientamenti politici ed atti normativi le istanze generate in altri sistemi. La pessima performance del parlamento italiano, ben felice di pronarsi a dettami esterni attraverso il sostegno a frequenti governi tecnici condito con dosi epiche di trasformismo, trova conferma anche nelle scelte britanniche, volte a sconfessare l’esito referendario, così come nel tentativo di autogolpe dei repubblicani americani contro Trump oltre che negli impeachment brasiliano e coreano. Non c’è d’altra parte da stupirsi: se mancano personalità forti e strutturate fra i leaders, che cosa vogliamo sperare di ottenere da assemblee pletoriche di centinaia o migliaia di soggetti che spesso vedono nella politica solo una fonte di arricchimento diretto ed indiretto e nella carica parlamentare un trampolino verso altre carriere? La loro permeabilità a ricatti e profferte dall’esterno rende il collegamento con la volontà dell’elettorato assai blando.

Questa frattura fra parlamento ed elettorato non solo indebolisce il sistema politico ma priva completamente di significato reale il modello della democrazia rappresentativa che presuppone proprio il primato del parlamento, in quanto emanazione della sovranità popolare, e la sua capacità di esercitare funzioni di indirizzo e controllo coerenti con la volontà popolare e non con i desiderata dei poteri forti e dei loro aruspici. Il metodo rappresentativo non può in definitiva prescindere da una egemonia del sistema politico rispetto agli altri poteri e da un ragionevole collegamento fra le scelte politiche e gli interessi dell’elettorato, proprio quello che adesso sta mancando. Siccome, differentemente da quanto pretendono i laudatori del politcally correct, non esistono regimi senza consenso popolare, esplicito o implicito, si è generata da qui una reazione delle popolazioni che si esprime, da un lato, con il voto ai “populisti” pur nell’ambito di un gioco tuttora parlamentare, con la speranza che questi movimenti e partiti si dimostrino più rispettosi della volontà popolare rispetto ai “corretti e, dall’altro, con la ricerca di un “uomo forte” che rispristini il primato della politica rispetto alle élite e stabilisca con con i ceti medi e bassi un rapporto politico basato su elementi sostanziali che, se anche non pienamente democratico, sia maggiormente rispettoso dei loro interessi. In effetti è singolare che i governi e parlamenti democratici siano alla costante ricerca di sistemi per fregare il loro elettorato e comunque incapaci di promuoverne lo sviluppo mentre i leader autoritari si dimostrano più attenti alla cura dell’interesse nazionale e degli interessi fondamentali della popolazione, anche se non vota o vota poco e male: è come se i sistemi democratici, con la strabordante produzione intellettuale e retorica che li contraddistingue, offrissero ai governanti “gradi di libertà” molto superiori a quelli concessi ai dittatori i cui destini appaiono invece legati, in presa diretta, con quelli dei sottoposti. In altri termini, si tratta di sistemi politici che beneficiano di un elevato livello di consenso, forse superiori a quello dei regimi occidentali, ancorchè di natura non democratica.

Ancora nel novero delle utopie quella di una democrazia diretta che assicuri una decisionalità coerente e continua e basata su un livello adeguato di partecipazione e discussione, appare curioso e triste che il futuro dei sistemi politici possa essere incarnato anche da figure che sembravano sepolte nel passato.

 

 

Discussione

I commenti sono chiusi.