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Politica Europa, Terrorismo

Faites vos jeux!

download (5) Ancora 48 ore e sarebbe stata un’elezione normale. Chiunque si aspettava un attentato islamico in Francia ma fino a ieri sera il rischio sembrava essere stato sfatato. Poi Karim Cheurfi ha realizzato le facili aspettative iniziali sparando su un gruppo di poliziotti. Il suo profilo rappresenta il caleidoscopio degli errori che sono stati commessi in Francia nel corso di decenni: immigrazione facile, naturalizzazione, emarginazione, tolleranza infinita verso un soggetto che, aldilà della radicalizzazione, era comunque opportuno escludere dal consesso sociale, frontiere aperte, inadeguatezza dell’apparato legistlativo e giudiziario di contrasto al terrorismo.

Diversamente dalla Germania, sprofondata in un negazionismo moderno che sconfina nella censura, nella mistificazione e nella disinformazione, dove i broker impazziti che attentano per speculare sui ribassi vengono facilmente scovati, identificati ed esposti al pubblico mentre gli attentati islamici sono sempre derubricati ad opera di anonimi “depressi”, “malati psichici”, “soggetti privi di background immigratorio”, “cittadini della ex Jugoslavia”, la Francia sembrava avere compreso che la lotta al terrorismo richiede un po’ di strappi rispetto alla retorica del cittadino al di sopra di ogni sospetto e della tutela dei diritti individuali.  Dopo la strage di Nizza numerose operazioni sembravano avere sedato la jihad ed evitato stragi accompagnandosi ad un atteggiamento po’ più energico nelle indagini e nella prevenzione. In ciò aveva avuto un ruolo anche la progressiva disfatta dell’Isis che aveva privato il terrorismo europeo del retroterra ideologico, ideale, politico, finanziario, logistico ed organizzativo che un’entità statuale bellicosa ed irredentista per forza di cose garantisce. La campagna elettorale aveva virato verso toni più distesi, si parlava delle solite cose per cui destra e sinistra pensano sempre di avere la ricetta giusta (PIL, disoccupazione, disuguaglianze) smorzando il populismo di destra e rivampando quello di sinistra. Due giorni prima dell’election day si ha la conferma che il problema principale, la sicurezza dei cittadini, quello che come dice Ricolfi nel suo ultimo libro è il motore del cambiamento politico in corso, non è risolto.

La Francia sembra la tavolozza degli obiettivi che l’islam intende abbattere in occidente. Dal gennaio 2015 abbiamo avuto l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo ed all’alimentari ebraico Hypercacher; a novembre 2015, lo Stade de France e il Bataclan; il 14 luglio 2016, il camion a Nizza; il  26 luglio 2016, a Rouen un prete viene sgozzato mentre celebra la Santa Messa; il 3 febbraio 2017, un uomo armato di machete attacca un gruppo di soldati nei pressi del Louvre; ieri i soldati sugli Champs Elisées che accolgono la parata dell’Armée e lo shopping dei turisti, senza considerare altri eventi “minori” che hanno costellato il paese e comportato nel complesso 238 vittime. In due anni sono entrati nella linea di fuoco valori come la libertà di espressione, la libertà religiosa, l’identità ed unità nazionale, la cultura, il diritto allo svago ed alla socialità libera, adesso anche il paradigma elettorale. Non è peregrino evidenziare come si tratti di valori che sono estranei all’Islam che nell’insieme li ritiene blasfemi e come questi attentati siano stati resi possibili dall’asimmetria che un occidente imbevuto di assurdi sensi di colpa accetta dai suoi ospiti immigrati. In nessun caso l’ingresso, la permanenza, financo la naturalizzazione sono mai stati subordinati ad una verifica approfondita sul grado di accettazione da parte del mussulmano dei nostri valori di pace, democrazia, libertà, uguaglianza, tolleranza, responsabilità individuale: noi sempre colpevoli ed obbligati ad ospitare e tollerare, loro sempre lasciati liberi di essere quello che sono e credono di essere in una società che non è quella da cui vengono ed in cui vorrebbero vivere. All’inizio sul presupposto fallace che “loro” avrebbero riconosciuto ed accettato volentieri la superiorità del nostro modello ricco ed individualista, poi sul timore che chiedendo “loro” di adattarsi troppo avremmo determinato la reazione che stanno lo stesso avendo.

La Francia ha perso prima la scommessa dell’assimilazione e poi, insieme alla Gran Bretagna, anche quella del multiculturalismo. L’ansia di conquista e sopraffazione che intride l’animo del buon sottomesso è incompatibile anche con il compromesso al ribasso della divisione del territorio e della frammentazione dell’ordinamento giuridico come francesi, belgi, britannici e scandinavi hanno tentato di fare senza successo. Non esiste libertà per chi non si sottomette all’Islam, non si accuccia 5 volte al giorno verso sud est, non picchia e violenta la moglie, non si fa crescere una barba incolta, non sbrana gli agnellini che stanno a cuore alle fiche fredde stile Boldrini e Brambilla. È ora di riconoscere la realtà per quello che è e che del resto è stata per 14 secoli: l’Islam non è compatibile con la civiltà europea e non può mescolarsi a noi. E se si è già mescolato occorrerà dividersi attuando tutto quello che necessita a livello politico, giudiziario e socio-economico. Le società europee devono iniziare a deislamizzarsi rifiutando di proseguire nell’accoglienza ed anzi iniziando ad avviare un’apartheid sociale nei confronti dei mussulmani: non devono sentirsi a casa loro e se nella casa degli altri sono a disagio tornino nella loro. Non è di ostacolo il fatto che siano cittadini di stati europei: anche gli ebrei lo erano prima di andarsene in Israele, e del resto molti in Francia lo stanno di nuovo facendo. All’ultimo occorre ammettere che cittadinanza non equivale a nazionalità e che non si può essere cittadini a pieno titolo di un paese che si odia e si vuole ferire. Non saranno certo loro a salvare le nostre pensioni: l’Europa, se ha questo problema, deve adottare la soluzione cinese e giapponese che privilegia i robot agli immigrati, almeno fino a quando anche le macchine non avranno una loro religione. E se andiamo sulla strada dei robot, non avrà nemmeno più senso esportare il lavoro all’estero visto che i costi saranno uguali.

Si dice che l’Isis voti per Marine. Chi lo dice si preoccupa più dell’effetto che della causa anche se ormai siamo abbastanza vecchi da non scandalizzarci. Forse però vota anche per Fillon che alla fine ha assunto toni forse anche più perentori della Le Pen facendo leva sulla sua maggiore “presidenzialità”. Ma se è vero che l’Isis è legato a doppio filo a potenze occidentali come USA e Turchia, la pretesa linearità di conseguenze (attentato = vittoria della destra) appare molto meno sicura. Dopo i due successi della Brexit e del “primo Trump” il fronte populista ha incontrato ostacoli in Austria e Olanda a causa della contaminazione con alcune forze “politicamente corrette” e della chiamata alle armi dei paladini dell’antifascismo. Non si può escludere che un gioco di paure incrociate (attentato = vince Marine = vado a votare per sconfiggerla) possa portare, come in Olanda, ad un esito meno prevedibile. Ma d’altro canto su certi temi il destino politico della Francia appare segnato: non si vede come il futuro presidente possa non formalizzare l’uscita di fatto, se non di diritto, da Schengen ed il blocco all’immigrazione anche, purtroppo, dall’Italia oltre alla conferma ad libitum dello stato di emergenza. La Francia si avvia ad un destino israeliano per evitare il quale una svolta politica, chiara e “scorretta” non è più eludibile. Avendo svolto un ruolo, negli anni ’70, di sostegno e non di contrasto al terrorismo ed essendo privi di mafia, i cugini non si sono dotati degli apparati normativi, polizieschi e di intelligence che ancora funzionano in Italia. Per il contrasto al terrorismo islamico, come per quello al terrorismo rosso e nero ed alla mafia, non è sufficiente un approccio “atomistico”, tutto giudiziario, volto a ricercare le responsabilità del singolo come se si trattasse di delinquenti comuni, ma un approccio “sistemico” integrato (magistratura-polizia-intelligence) che fronteggi un ambiente (oltretutto, a differenza di mafia e terrorismo nostrano, facilmente identificabile per le diversità morfologiche, comportamentali e linguistiche) attraverso, in primo luogo, norme speciali del genere “legge Reale” e previsioni di reato ad hoc paragonabile a quello di concorso esterno in associazione mafiosa: nessun cittadino (islamico) sarà più al di sopra di ogni sospetto e questo potenzierà l’efficacia investigativa e repressiva.

Il caso Trump ha dimostrato che i candidati populisti, anche se vittoriosi, incontrano un limite fortissimo nell’establishment (o deep state che dir si voglia) dove si incrociano poteri non democratici di natura finanziaria, militare, mediatica, giudiziaria, burocratica, di intelligence che si sono formati e consolidati in questi 70 anni di pace, che hanno forti ramificazioni nei parlamenti e che non molleranno facilmente la presa a tutela dei loro interessi. Nel 2012 Hollande vinse facendo illudere tutti che avrebbe dato una scossa all’impianto europeo a base tedesca, abbiamo visto come è andata a finire. Se oltretutto anche Trump ha dovuto inchinarsi al deep state che lo tiene ostaggio, è molto difficile che Marine od anche Fillon e Melenchon possano fare molto di più alla guida di un paese in declino e soggetto all’eurocrazia e, almeno la prima, priva anche di una sua maggioranza parlamentare. Ma l’attentato ai Campi Elisi pone i francesi di fronte ad un bivio molto chiaro: con Macron e con la sinistra questo sarà il futuro, con Marine e Fillon la strada potrà essere un’altra. A loro la scelta.

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