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Politica Italia

Ancora tu?

Immagine2Non è peregrino iniziare un commento sulle vittoria di Matteo Renzi alle primarie per il segretario PD ricordando che lui non avrebbe dovuto esserci. Fosse stato uomo di parola, avrebbe dato seguito alla decisione di non proseguire la carriera politica in caso di sconfitta al referendum costituzionale che, mi pare, ci sia effettivamente stata. La forte decisione, nel corso dei mesi progressivamente derubricata a rinuncia alla poltrona di presidente del consiglio ferma restando la carica di segretario, si è tradotta in una brevissima attraversata del deserto di meno di 5 mesi culminata con la nuova vittoria di ieri che nella sua visione apre inevitabilmente una “pagina nuova”. Con ciò finiamola di parlare dell’Italia come di un paese moderno e civile: da noi la coerenza e la sincerità non valgono niente e quindi non pretendiamo che questi canoni vengano rispettati. E quindi neanche che la politica sia onesta visto che la prima onestà dovrebbe essere quella della parola data.

La vittoria di Matteo è ad un tempo una prova di forza e di debolezza del PD. Il partito si conferma capace di sfruttare appieno il ruolo di pivot del sistema di potere vigente in Italia mobilitando le sue clientele: i tesserati sono circa 400.000, gli attivi in politica con incarichi si possono stimare in almeno 150.000, portare 2 milioni di persone ai seggi significa solo mobilitare le proprie clientele e qualche nostalgico che ancora pensa che il PD sia “Il Partito”. Dall’altro lato la debolezza è quella di avere rinunciato alla funzione, che spesso il partito ha assolto bene, di formazione e selezione di una classe dirigente. Renzi passeggia sulle macerie di una leadership che, dopo l’epoca peraltro già decadente dei dioscuri Veltroni e D’Alema, si è aggrappata alle vecchie glorie, ai fedeli funzionari di partito, ai cultori del mito della “Ditta”: Franceschini, Bersani, Epifani costituiscono l’albo d’oro dei segretari, tanto per dire il livello del personale politico di cui il partito dispone, nel 2013 gli sfidanti erano Cuperlo e Civati, oggi addirittura Orlando ed il comico Emiliano erano gli avversari di ieri. E’ evidente che di fronte a gente come questa un paraculo furbo e loquace può apparire un gigante ed il PD intero, che ha tanto potere ma poco consenso (relativamente, ma anche in assoluto visto che oramai l’obiettivo è il 30%) e quindi tanta paura di essere ridimensionato anche nel potere, si aggrappa a questo tizio per avere un altro giro di giostra. Del resto il problema dei partiti è oramai globale: i candidati vincenti sono emersi dal nulla (Trump, Farage) o creati in laboratorio come Macron. La politica ha alzato bandiera bianca di fronte ad altri poteri non democratici (finanza e industria, ma anche stampa, magistratura, burocrazia, comparto militare, intelligence) e chi conta davvero deve avere l’imprimatur di questi ambienti. L’UE ha paura di leader volitivi e capaci e quindi non c’è da stupirsi che il livello sia questo.

Dopo le elezioni di ieri il quadro politico italiano è chiaro ed omogeneo con i 3 principali partiti che quotano il 70% dei voti che sono semplicemente dei partiti personali: il PD è diventato PdR, non sarà più un partito ma un comitato elettorale ed una clearing house dei rapporti fra poteri forti. Matteo si leverà dalle scarpe tutti i sassolini e farà secchi dirigenti, quadri, parlamentari che ritiene essere i principali responsabili della sua sconfitta nella “pagina vecchia”.

Se il futuro a volte torna, il passato purtroppo non lo fa quasi mai. Le elezioni di ieri sono state in tono minore rispetto a quelle 2013 non solo per gli 800.000 voti mancanti ma soprattutto perché hanno dato il segno dell’isolamento del PD rispetto ad ampie quote della società. La vittoria di Renzi l’8 dicembre 2013 era stata segnata dall’entusiasmo e dalla curiosità generali verso il leader nuovo e rottamatore che sembrava destinato a rinnovare profondamente, sin dallo stile e dal personale politico, la politica italiana, avviando il paese su una strada di modernizzazione e ripresa economica caratterizzata dalla fine dell’euroausterità montiana. Era stata il prodromo della vittoria europea del maggio 2014 sull’onda degli 80 euri. La vittoria di ieri è segnata dal disinteresse generale, tanto che la strategia adottata è stata quella di mantenere anche la campagna elettorale in tono minore, con pochi o punti appuntamenti pubblici. Il semplice fatto di essersi ricandidato dopo una sconfitta che avrebbe polverizzato chiunque al mondo, pone Renzi nella categoria della casta e non dei rottamatori. La prospettiva a breve è quella di una sconfitta alle amministrative che potrà forse essere solo attenuata dalla crescente consapevolezza degli elettori circa i limiti politici ed amministrativi dei 5 stelle. Quella a medio termine è per una manovra monstre del genere “ce lo chiede l’Europa” ed una tornata politica che ha come strategia dichiarata quella di un governo delle larghe intese che riporti in auge nientepopodimeno che Berlusconi e Casini. Renzi dovrà impegnarsi molto per far passare una nuova narrazione ed un diverso stile di comunicazione che per adesso, fra l’altro, non sembrano neanche essere stati abbozzati. L’impressione è che da “leader” sia stato derubricato a “capo”, che la traversata nel deserto cominci adesso nel mezzo del gelo della pubblica opinione e soprattutto dei poteri forti. Nel 2014 i poteri forti facevano la fila di fronte all’ufficio di Matteo e di Luca Lotti da Castelfiorentino mentre l’Europa lo ringraziava per avere evitato la deriva pentastellata che con Letta sarebbe stata naturale. Oggi l’impressione è che molti lo vedano come un personaggio di cui si poteva anche fare a meno mentre l’Europa ha dimostrato la grande capacità di creare leader nuovi come Macron che dovrebbe incutere qualche dubbio in leader ex nuovi ricondizionati: chissà se ora, da qualche parte, un embrione di Macron italiano non è già in gestazione? Un tecnico di nuova generazione, senza cappotto ma a torso nudo, giovane, moderno, magari gay, che possa far illudere di nuovo gli italiani sulla base di un accordo PD-FI. Ed in fondo la capacità della tecnocrazia di assimilare anche i diversi (vedi Trump e Marine) non esclude nemmeno l’ipotesi di un ok ad un governo grillino ripulito dagli estremismi.

Il passato lascia anche strascichi spiacevoli tanto che le Tre streghe sono ancora qui: non si è fatto niente per eliminarle, addirittura le situazioni sono peggiorate (vedasi migranti, dove le polemiche inusitate sulle ONG evidenziano una rottura del fronte politico sul tema ed il tentativo di porre una cortina di fumo sul fallimento della strategia di Gentiloni e Minniti). Tutta la retorica renziana del primo periodo è andata persa a causa dell’inconsistenza dei risultati o addirittura del peggioramento causato dalle politiche del precedente governo. Per affrontarle occorrerebbe una chiarezza di idee, un orizzonte temporale, una determinazione e soprattutto una forza politica che oggi non sono nelle corde di matteino. E soprattutto il fatto di avere perso in modo devastante il referendum non può essere ridotto ad un incidente di percorso, lasciando sempre dubbi sulla legittimità e credibilità del soggetto e soprattutto sulla sua affidabilità ed efficacia politica. Il futuro di Renzi si vedrà sin dai prossimi giorni in base alla risposta del ceto politico, in primis Mattarella, alla richiesta di andare velocemente alle urne per soddisfare la sua brama di rivincita. Come FB riporta, quella di ieri potrebbe essere stata la sua ultima vittoria e lui un segretario senza partito.

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