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Economia e società

Ma la notte no

download111La riforma della legittima difesa rappresenta l’ennesima conseguenza del caos politico in cui versa il PD che, per ottenere uno stentato 30%, deve coprire un arco politico che va dalla destra all’estrema sinistra. È ormai evidente che il PD non può più sostenere posizioni “di sinistra” sui temi topici della vita sociale (anche i limiti all’immigrazione posti tramite magistratura lo dimostrano) dove il sentiment volge ormai su posizioni che scavalcano a destra anche Salvini. Nel caso specifico la legge pasticcio cerca di dare maggiori tutele a chi viene aggredito in casa sua senza abbandonare la classica impostazione comunisteggiante che vede nel rapinatore un ribelle antisistema che ruba ai ricchi per dare ai poveri e la difesa del cittadino come un vulnus alla concezione totalizzante dello stato che ha il potere di decidere della vita dei singoli. Il fatto che poi la legge sia stata scritta dalla Morani, una poveretta che non riesce a fare un discorso comprensibile, spiega sia il livello critico del personale politico del PD che il casino che la legge è riuscita a creare.

La richiesta di una riforma della materia nel senso di poter “toccare Caino” è stata resa necessaria da eventi che hanno scosso il senso comune. In particolare il caso Stacchio, vedere inquisito per omicidio un benzinaio che, al di fuori ed anzi contro ogni interesse personale, ha ferito alle gambe un bandito che minacciava pistola alla mano una commessa di un altro negozio, peraltro fuggito e morto dopo la fuga a causa della scelta dei complici di non prestargli le cure necessarie, è stato il punto di svolta dell’opinione pubblica, il momento in cui si è percepito che la legge si allontanava dalla giustizia. Ad esso hanno fatto seguito molti altri casi recenti con il contrappunto di “Igor il Serbo”, che si fa beffe della polizia vagando libero nelle campagne romagnole ed uccidendo all’occorrenza, che ha dimostrato che lo Stato, così magniloquente verso il cittadino medio, è invece impotente di fronte ai delinquenti feroci, determinati e preparati.

Tutta la vicenda è oltretutto complicata dall’ampia delega che la legge attuale rimette ai magistrati i quali sono chiamati a valutare tutta una serie di elementi situazionali e psicologici che possono solo essere latamente presunti dalla ricostruzione delle vicende di sangue. Come si fa a sapere esattamente cosa ha percepito il cittadino aggredito improvvisamente nella sua proprietà, quali sono stati i comportamenti o addirittura le parole dell’aggressore che lo possono avere indotto a sparare,  quale era il suo stato d’animo in quel momento? Tutti fattori tuttavia necessari per superare la spada di Damocle che pende sempre su di lui in questi casi, quella della “proporzionalità” rispetto alle minacce e dell’attualità del pericolo, che impone ad un poveraccio ingiustamente aggredito, che deve difendere se stesso, altre persone e, non ultimi, i suoi beni, di farsi carico dell’interpretazione delle azioni dell’aggressore, di ritardare costantemente la propria reazione attendendo le azioni del bandito ed alla fine di avere una lucidità che non può essere umanamente richiesta a chi sta lottando per la propria vita. Senza considerare che è il delinquente ad avere avviato l’azione criminosa ed è quindi ben consapevole e preparato rispetto alla vittima che spesso viene colta nel momento in cui è meno pronta a difendersi.

La cosa incomprensibile è che la vittima debba, in caso di scontro a fuoco, essere chiamata a difendersi da imputazioni gravissime, vedendo la propria vita distrutta, a livello emotivo ed economico, dal meccanismo processuale in cui entra e che dura molti anni mentre, una volta acclarato un eventuale eccesso di legittima difesa, si prescinda completamente dal presupposto illegale e violento dell’intrusione in casa d’altri prevedendo ristori a vantaggio del delinquente in caso di ferite o “sequestri” o a vantaggio della famiglia in caso di morte, come se fosse l’aggredito ad avere dato il via allo scontro. Un’inversione dell’onere della prova e della responsabilità che va nel solco ormai dilagante della colpevolizzazione del cittadino normale, ritenuto in tutti i campi (economico, sociale, comportamentale) sempre responsabile a prescindere e privo di giustificazioni, che fa pendant con l’atteggiamento apertamente buonista e collusivo con soggetti  deviati rispetto ai quali si rilevano solo motivazioni e bisogni, omettendo la responsabilità per atteggiamenti criminali.  È questa evidente iniquità rispetto al corso naturale delle cose che ha indotto molti a propendere per posizioni più radicali in cui prima sparo e poi vediamo. E’ la sensazione che lo stato abbia abdicato alla sua funzione primigenia ed irrinunciabile a dare la stura a richieste di autorizzazione a soluzioni personali “forti”.

Come in tutte le cose, la normativa discende da scelte politiche. Quella che viene messa in discussione da decenni è una scelta che preveda il diritto naturale del cittadino a difendere se stesso, i propri congiunti ed i propri beni da assalti di estranei malintenzionati e violenti. Se si accetta questa posizione, tutto viene di conseguenza. Ma questa scelta è soggetta a numerose obiezioni.

La prima, ampiamente diffusa a livello mainstream, è quella del presunto Far West che si instaurerebbe se si desse ai cittadini ampia facoltà di difendersi. Una posizione assurda e colpevolizzante nel momento in cui non si riconosce che, nel momento in cui si viene aggrediti in casa, ufficio o negozio, il Far West è lì, è lì che lo sceriffo manca, è lì che manca lo stato con il suo apparato repressivo. Si dice: lo stato non può essere ovunque in qualsiasi momento. Questo è vero ma allora occorre riconoscere che in quei posti ed in quei momenti lo Stato si è ritratto dal patto sociale ancestrale e fondatorio di se stesso che prevede, per l’individuo, rinuncia alla libertà in cambio  di protezione dai nemici interni ed esterni. Ma se si ritrae dal patto, anche solo per motivi di materiale impossibilità a rispettarlo, non può imporre al cittadino di rispettarlo a prezzo di se stesso. Il patto nullo riporta alla situazione primigenia, quella in cui il singolo riacquista la sua libertà e potestà di difendersi autonomamente. È innaturale ed inumano imporre ad una persona di immolarsi volontariamente per soddisfare un principio ideologico. Porgi l’altra guancia è un invito, non un ordine, e anche il Catechismo della Chiesa Cattolica sancisce non solo il diritto di difendersi ma addirittura il dovere di difendere gli altri.

Questo argomento va di pari passo con l’altro per cui si equipara la difesa alla esecuzione di una condanna a morte per reati che ovviamente non la prevedono, in Italia. Si tratta dell’ennesima mistificazione che offende le vittime che si difendono equiparandole a dei killer e prescindendo totalmente dalle circostanze in cui lo scontro avviene e dal riconoscimento della responsabilità del suo inizio. Si teme anche che la diffusione delle armi possa portare ad un aumento dei crimini anche al di fuori dei casi di aggressione. Tutti portano ad esempio gli USA ma nessuno cita la Svizzera dove il porto d’armi è libero ma i crimini sono pochi. In realtà occorrerebbe rivalutare il rapporto dei cittadini con le armi anche in chiave di lotta al terrorismo: se al Bataclan o a Nizza qualcuno avesse avuto e usato appropriatamente una pistola, le vittime sarebbero state molte meno. Premesso che i delinquenti le armi le hanno comunque, occorre prevedere anche un’eduzione degli onesti all’uso delle stesse a partire dal ripristino del servizio militare e da norme sul porto d’armi che prevedano prove periodiche per il mantenimento. In questo modo l’allargamento della disponibilità di armi può andare di pari passo con un uso responsabile delle stesse. Del resto non risultano casi di cronaca in cui si sia tentato di spacciare un omicidio per legittima difesa mentre all’imputazione di omicidio volontario, neanche preterintenzionale come spesso si riconosce al rapinatore cui sfugge di mano la situazione, si arriva molto spesso per il tramite dell’eccesso di legittima difesa a sua volta basato su ricostruzioni aleatorie e discrezionali.

Sono d’accordo sul fatto che la difesa dal crimine non può essere ridotta alla legittima difesa ma deve essere assicurata dallo Stato. Di notte, nel sonno, nell’ansia e nell’angoscia,  difendersi da banditi preparati e determinati è quasi illusorio. Ma si tratta di un’estrema ratio che richiede un sistema di difesa che coinvolga l’intera filiera leggi-polizia-magistratura-carcere che è invece collassata, per motivi ideologici, negli ultimi 40 anni. Dopo il ’68 il delinquente non è stato più visto come un soggetto deviato da cui la società deve difendersi ma un soggetto socialmente disagiato da includere nel sistema, anche imponendo al “piccolo borghese” la tassa costituita dallo spossessamento. Questa situazione è ulteriormente peggiorata con l’ingresso di immigrati che, stante l’enorme differenza di ricchezza rispetto ai nativi, sono ancora più giustificati a delinquere quasi questa fosse una delle strade dell’eguaglianza: non a caso uno studioso di sinistra come Ricolfi stima in sei volte il tasso di delinquenza degli immigrati rispetto ai nativi. Da questo diktat ideologico è nato tutto il resto: leggi che depenalizzano o tramutano pene in sanzioni amministrative del tutto inefficaci per dei “nullatenenti”; polizia demotivata e priva di mezzi per contrastare il crimine comune; magistratura distratta sulla delinquenza comune e impegnata sui filoni (corruzione, mafia, terrorismo) che assicurano visibilità e carriere; giudizi assolutori ideologizzati che tengono conto di qualsiasi fattore pur di ridurre imputabilità e pene; indulti frequenti; misure alternative che rendono la permanenza in carcere del tutto improbabile. Non è un caso che i delinquenti scelgano l’Italia come patria adottiva. Se si vuole dare sostanza al principio della competenza statuale nella lotta al crimine, occorre che lo Stato decida di impegnarsi veramente nella lotta riformando profondamente la filiera e financo costruendo nuovi carceri per dare consistenza e certezza alle pene da scontare, evitando che molti delinquenti ritengano esistere un profilo rischio-beneficio troppo favorevole al reato.

A livello mediatico è passato il messaggio che ci si possa difendere solo di notte. Tuttavia il gioco degli “ovvero” sembrerebbe ammettere  ampie possibilità di difesa anche di giorno salvo il fatto che tutto questo è soggetto al giudizio della magistratura che pretende di accertare elementi fattuali e psicologici che sono molto più impalpabili di quanto si pensi. L’estensione al giorno delle facoltà previste per la notte risolverebbe molti dubbi ma lo snodo è rappresentato dal fatto che il cittadino che si difende è comunque sottoposto ad un giudizio penale con rischi, costi e gravami enormi, basti pensare al solo fatto che per tutta la durata (anche 10 anni) il suo certificato dei carichi pendenti sarà “sporco”, fatto che non interessa al delinquente abituale ma che inibisce al cittadino normale molte possibilità nei rapporti con lo stato. La riforma deve andare nel senso dell’affermazione di una presunzione di innocenza del cittadino vittima di un’aggressione che inibisca nei suoi confronti l’azione penale dei magistrati. La proporzionalità deve essere presunta a partire dall’ingresso non voluto in casa d’altri. L’iniziativa giudiziaria non deve più essere un “atto dovuto” ma il frutto di un’attività investigativa supportata da prove sostenibili in giudizio. Questo non significa non fare indagini ma non considerare la vittima un imputato. I magistrati potranno fare indagini come fanno oggi nel caso di ignoti e solo alla fine, qualora gli accertamenti dimostrino concretamente il sospetto di una dinamica diversa, procedere all’imputazione dell’aggredito. Dal punto di vista processuale, occorrerà prevedere non il rimborso ex post ma il gratuito patrocinio in primo grado per coloro che sono accusati di eccesso di legittima difesa o omicidio. Dal punto di vista civilistico, eliminare qualsiasi responsabilità patrimoniale in considerazione della natura originariamente ed intrinsecamente illegittima del comportamento dell’aggressore che ha dato luogo ad una reazione che non ci sarebbe altrimenti stata. Con poco sforzo il problema sarebbe risolto rendendo la legge aderente alla giustizia. Se non lo si fa è per motivi ideologici, per il disprezzo di quel senso di normalità che caratterizza la stragrande maggioranza delle persone e che si vuole sacrificato sull’altare buonista dell’esaltazione della diversità. Ed anche per mantenere il potere della magistratura, vero organo di conservazione e trasmissione del politicamente corretto, che non a caso tramite l’ANM chiede di rinunciare alla riforma “per non seguire le richieste della pubblica opinione (ma allora a che serve la democrazia se non si deve dare seguito alle richieste della maggioranza dei cittadini?) mantenendo il potere dei giudici di pervertire la vita delle persone. Un atteggiamento di disprezzo e presunzione che chiama vendetta. Nelle urne.

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