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Politica Europa

Parbleu!

downloadMacron 66%, Marine 34%.

Le presidenziali francesi chiudono di fatto il lungo ciclo elettorale e referendario che ha messo a dura prova la tenuta dell’UE. Grecia nel 2015, poi Austria, Brexit, ancora Austria, Italia, Olanda, Francia, con l’importante digressione USA. Dopo un inizio sfolgorante, il movimento eurocritico si è afflosciato e la sconfitta di ieri di Marine segna uno stop deciso al tentativo di eliminare l’UE o perlomeno incidere sulle sue politiche più deteriori (crisi economica indotta via Euro, ambientalismo estremista, filo islamismo, immigrazione) che essa produce. Le aspettative per un crollo o perlomeno un profondo cambiamento non si sono realizzate e le prossime elezioni tedesche e italiane certificheranno lo status quo per almeno altri 5 anni.

Questo lungo ciclo elettorale ci ha dimostrato come il sistema democratico sia profondamente mutato. Il campo delle opzioni politiche legittime in Europa si è molto ridimensionato. Se in passato solo posizioni fasciste e naziste e, con molti maggiori gradi di libertà, comuniste erano messe al bando, adesso l’ostracismo è molto più ampio e si estende a tutto quello che mette in discussione la globalizzazione ed i suoi frutti: moneta unica, turboliberismo, frontiere aperte, commercio globale, UE, Nato, politicamente corretto in tutte le sue declinazioni (gender, immigrazione, Islam). La catena è rappresentata ovviamente dai mezzi di comunicazione. Lo schieramento mediatico si è dimostrato, in Europa come in UK e USA, talmente monolitico e chiuso al dissenso da avere provocato reazioni avverse di rigetto e crisi di credibilità, tuttavia la grande vittoria del politicamente corretto negli ultimi mesi risolverà il problema con una stretta alla libertà di espressione su internet che ci riporterà ai bei tempi dei samizdat. Non ci siamo poi fatti mancare niente, neanche i brogli elettorali lo scorso maggio in Austria e gli assassini politici in UK. Abbiamo anche visto come gli apparati pubblici siano politicamente schierati e pronti a tradire il dovere di imparzialità e obbedienza al potere politico qualora questo sia incarnato da personaggi sgraditi. E’ stato messo in dubbio il principio del suffragio universale. Non possiamo nemmeno escludere che, in extrema ratio, si annullino o sospendano elezioni dove gli elettori hanno votato in modo “sbagliato”. Non ci aspetta un bel futuro.

In Francia è successa una cosa incomprensibile: un popolo che è l’epicentro delle negatività prodotte da questo ordine (declino economico e sociale, perdita di identità culturale, terrorismo) e che ne era talmente conscio che aveva, al primo turno, votato almeno per il 46% (Le Pen, Melenchon, Dupont-Aignan) contro il paradigma “Più Europa e Più Globalizzazione”, nel secondo turno si è spostato in massa verso un candidato la cui cifra politica è l’estremismo eurofilo. E’ vero che la sovrapposizione fra tematiche gaulliste, frontiste e di estrema sinistra era sempre parziale e diversificata, ma appare incredibile che, nel momento di scegliere, l’elettorato continui a ragionare secondo parametri di quasi un secolo fa, incurante dei messaggi del presente. Niente di quello che la Le Pen scriveva e diceva era fascista ma ancora una volta la logica del “Fronte Repubblicano” ha avuto la meglio. La Francia e l’Europa continuano a portarsi dietro un stigma ideologico ancestrale di cui paiono essere immuni i paesi anglosassoni, più pronti ad adeguarsi al presente. La frattura razziale e sociale che si è manifestata in America si è invece ricomposta in Francia: Macron raccoglie ampiamente voti di minoranze etniche e sessuali ma le dimensioni del voto dimostrano che anche una maggioranza di nativi bianchi, cristiani ed etero ha votato per lui. La Francia vuole essere dimentica del suo passato e della sua identità, entra serena nel mondo delle identità liquide e mutevoli. In Europa sarà la foglia di fico che copre la Grande Germania, subordinata politicamente ed economicamente, forte della sua primazia militare, autorizzata ad infierire sui vassalli, Italia in primis: difficilmente un presidente che persegue il rigore in patria concederà flessibilità all’estero.

Non molti mesi fa, comunque, il FN aveva raggiunto il 29% nelle regionali, il calo è stato quindi evidente. Da lontano si giudica male ma, se probabilmente Marine aveva raggiunto i limiti che la sua cifra politica le consentono, la normalizzazione del quadro politico è stata influenzata anche da scelte chiare di contrasto a terrorismo e soprattutto immigrazione che hanno ridotto l’ostilità dei francesi verso la politica “normale”. Del resto è quanto è avvenuto anche in Austria ed Olanda ed avverrà anche in Germania: se l’immigrazione si blocca, il populismo perde consensi. E’ questa probabilmente la frontiera politica che questi partiti possono adesso controllare: fare da cani da guardia contro tentativi eccessivi e sguaiati di modificare gli assetti demografici e culturali delle società europee. Analogamente sarebbe il caso di cessare l’azione politica su possibili, confuse uscite dall’Euro. Per quanto ormai sia chiaro anche agli eurofili che una moneta così gestita è utile solo alla Germania e praticamente ingestibile per le vie ordinarie, questo fatto non è divenuto parte del senso comune: l’Europa è ancora fatta in gran parte di ceto medio possidente e l’appartenenza ad una valuta oggettivamente forte rassicura la permanenza dei valori. Oltre a ciò l’orizzonte europeo come ambito di espressione della propria esistenza è stato ormai ampiamente interiorizzato ed il valore della moneta è apprezzato non solo in ambito nazionale ma anche transnazionale. D’altro canto anche chi è critico con la moneta unica non è in grado di formulare una proposta politica che renda chiari ed evidenti i rapporti costi-benefici della ridenominazione anche in relazione all’inevitabile caos iniziale.  In mancanza di ciò, è meglio evitare di avventurarsi su percorsi difficili ed oggettivamente pericolosi che portano soltanto ad un compattamento attorno all’eurofilo di turno. Se l’Euro è realmente insostenibile alla fine cadrà ma questo avverrà solo dopo che gli escamotage saranno finiti (diciamo 2019, fine mandato Draghi) e quando la crisi che induce nei paesi periferici, fra cui la Francia, avrà toccato il ceto medio oggi in gran parte esente.

Le speranze del 2016 sono sfumate. Nel maggio 2012 Hollande era la grande speranza europea, cinque anni dopo ci ritroviamo con un inquietante Quisling francese. L’evoluzione delle condizioni, al netto della cura Draghi, è evidente. Tremo a pensare come saremo nel 2022, quando i cugini torneranno a votare. “Vale per tutti quelli che vivono in tempi come questi, ma non spetta a loro decidere; possiamo soltanto decidere cosa fare con il tempo che ci viene concesso”.

 

 

 

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