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Terrorismo

To be continued

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Questa è solo la lista degli attentati grandi e piccoli che si sono verificati nei paesi occidentali a partire dal 2016. Occorrerebbe aggiungere Charlie Hebdo, il Bataclan e tutti quelli che per la loro dimensione si sono confusi con atti di criminalità ordinaria o non hanno bucato la spessa coltre di censura e disinformazione che, soprattutto in Germania, caratterizza il mondo dei media. E soprattutto si dovrebbero aggiungere i numerosi casi in cui le forze dell’ordine hanno previsto, prevenuto e impedito gli attentati. E soprattutto i prossimi, quelli che avverranno chissà dove, chissà quando: la lista è aperta, non è questione di se ma di quando.

Quello di Manchester si caratterizza certo per l’efferatezza verso la popolazione giovanile, conferma l’ostilità per lo stile di vita occidentale che comprende ampie quote di tempo libero e divertimento, attacca la libertà delle donne, segna una riorganizzazione del terrorismo che torna ai tempi dei kamikaze e abbandona lo stile dimesso dei SUV e dei coltellacci. Si può discutere a ore e giorni di tutto questo ma, unendo i puntini, si conferma la sagoma di un Islam tracotante ed insofferente che aggredisce l’occidente, bianco e cristiano, in casa sua e contesta alla radice, in modo totalitario, uno stile di vita che tuttavia viene invocato come diritto da estendere agli immigrati, ovviamente “senza muri e con tanti ponti”. Parlo come sempre di Islam e non di Isis perchè le indagini, senza rumore mediatico, nei prossimi giorni scopriranno che c’è un po’ di organizzazione anche in questo caso e quindi si conferma come i kamikaze e i gruppi di fuoco siano, sulla falsariga della mafia italiana e dei terroristi politici anni ’70 e ’80, solo l’apice di un ambiente dove c’è chi organizza, chi protegge e anche chi sente e tace, chi vede e chiude gli occhi. Un ambiente grigio che è evidentemente ampio e che lambisce l’intera comunità islamica che, dopo tre anni, pretende solo riconoscimenti e assoluzioni ma non riesce a dire sostanzialmente niente che permetta di intravedere una presa di distanze da connazionali o correligionari che sbagliano. Possiamo chiamarlo Isis ma è solo uno dei nomi con cui l’Islam ha aggredito la cristianità per 14 secoli e con cui oggi continua ad aggredire le maggioranze in tutti i paesi in cui i mussulmani sono minoranza.

Non ripeterò frasi che ormai sanno di circostanza. Chi le vuole leggere può andare qui. Soltanto sappiamo tutti che la guerra civile che ormai accompagnerà i nostri prossimi anni (decenni?) è il frutto del tradimento di sé e dell’abdicazione dei propri valori che la civiltà occidentale sta perseguendo con una costanza ed una determinazione autodistruttiva che appaiono non più comprensibili. Abbiamo accettato di portarci in casa una religione e degli adepti che ci odiano senza pretendere minimamente un cenno di adesione leale e concreta al nostro modello di civiltà. Abbattiamo muri, costruiamo ponti, apriamo porte in modo incessante, concediamo cittadinanze e protezioni in modo unilaterale ed asimmetrico, stringiamo sempre più il cappio che ci lega con gli assassini,  in una continua giaculatoria di nostre presunte colpe e nell’incessante ricerca di alibi per i carnefici. Disprezziamo i frutti di una civiltà che si pone ai vertici della storia umana e che tanto male non deve essere nemmeno oggi visto che i migranti dirigono i loro canotti verso la Sicilia e non verso il Mar Rosso. Aspiriamo ad un modello di relazioni stile Bagdad o,  se ci va bene, Tel Aviv come se fosse un destino segnato ed irreversibile. E’ un’atteggiamento incomprensibile e irresponsabile: i danni di un’invasione si protraggono non per mesi, non per anni, ma per decenni e secoli. Occorrerebbe una scossa, un moto di rabbia, di orgoglio, di insofferenza che ci riporti alla realtà che neghiamo e non vogliamo vedere ma che è fatta di minacce, violenze, arroganza, intolleranza, disprezzo. Una realtà che dovrebbe essere affrontata una volta per tutte per risolvere il problema. Con le buone o con le cattive.

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