//
stai leggendo...
Politica internazionale

Clima rovente

imagesSolo a distanza di qualche giorno, fugate le cortine fumogene dell’abitudine, della diplomazia e della stampa che, soprattutto in Italia per eventi ospitati dal Belpaese, si spende in profluvi di luoghi comuni e rassicuranti esaltazioni dei minimi e più banali particolari (dal clima al cibo alla foto di rito dei ridicoli “first people” del politicamente corretto), si comincia a comprendere il clamoroso fallimento del G7 di Taormina e ad inquadrarlo in un tempo che cambia nonostante si cerchi di appigliarsi alle rassicuranti vestigia del passato.

Il fallimento del G7 è soprattutto dovuto al suo anacronismo: che senso ha raggruppare 7 paesi (due nordamericani, 4 europei, 1 asiatico) che ormai hanno poco in comune? Il tratto dominante, decenni addietro, era quello dato dalla contemporanea loro appartenenza al “mondo libero” ed al “mondo ricco”: non a caso si parlava di “paesi più industrializzati”. Ma oggigiorno anche questo modo di dire mostra la corda di fronte alla semplice constatazione che l’industria rappresenta ormai solo circa il 20% del PIL dei magnifici sette con un minimo negli USA in cui scende al 14%. L’economia del G7 è ormai fatta di servizi e questo ha un effetto in primo luogo sulla propensione al libero mercato che è essenziale per le merci, la cui produzione beneficia delle economie di scala, ma molto meno per i servizi, alcuni dei quali (sanità, PA in genere, distribuzione, ecc.) sono per definizione esclusi dalla concorrenza internazionale mentre altri (finanziari, tecnologici, consulenziali, ecc.) danno luogo a regimi di quasi monopolio. D’altro canto se si vogliono raggruppare paesi industrializzati non si vede come si possa prescindere da Cina, Sud Corea e tutto il pittoresco panorama delle tigri asiatiche.

Se l’industria non è il paradigma del G7, anche la ricchezza è meno determinante: è vero che USA, Europa, Giappone rappresentano meno del 50% del PIL globale ma anche in questo caso decenni addietro le percentuali erano ben maggiori mentre soprattutto il trend è in drammatica e decennale contrazione a fronte dei soliti paesi asiatici (ma anche arabi, sudamericani e africani) in fase di crescita esponenziale. Lasciamo perdere la demografia che vede solo gli USA in fase di crescita significativa via immigrazione ma a fronte di una incidenza percentuale sul totale mondiale che ormai vede il G7 rappresentare solo un 1/7 della popolazione del pianeta quando solo 30 anni fa raggiungeva ¼.

Rimane il fattore politico e militare dell’appartenenza comune ad un blocco occidentale ai tempi contrapposto a quello comunista. Il G7 era una Nato + Giappone e poteva essere un valido driver delle decisioni del mondo libero rispetto a quello sottoposto alla dittatura rossa. Ma dato il fatto che quest’ultima è venuta meno di diritto (Russia) e di fatto (Cina), ecco che dopo qualche decennio di salamelecchi sempre meno sinceri, tutte le contraddizioni sono venute fuori. Gli interessi geopolitici sono ormai profondamente diversi e sono emersi sotto il sole siculo.

Chi ha una formazione marxista non può abboccare alla puerili tesi secondo cui Trump è un pazzo scatenato che è diventato presidente solo grazie al deep web, agli hacker russi, alle fake news. La politica non è altro che una delle tante sovrastrutture dell’economia ed allora la vittoria del populista americano si spiega solo con la sofferenza dell’economia reale americana schiacciata dalla triplice morsa della finanziarizzazione, della globalizzazione e della militarizzazione che gli USA hanno promosso ma anche subito negli ultimi 30 anni. Fuori dalla eburnea torre in cui vivono le élite, albergano masse enormi di persone, anche in paesi istruiti e tecnologicamente avanzati, che non possono vivere se non svolgendo un lavoro manuale. La spinta alla globalizzazione ed alla finanziarizzazione dell’economia americana ha desertificato il panorama industriale USA riducendo posti di lavoro e livelli salariali. Ovvio che i deplorables si siano un tantino incazzati e abbiano votato per chi diceva di proteggerli, cioè di riportare gli opifici negli States. Anche se il moro ex presidente aborriva tali ragionamenti così terra terra, era ovviamente cosciente dell’esplosività della situazione che ha cercato di sedare con un aumento strutturale e non congiunturale della spesa pubblica e del debito, da cui la minore disponibilità di risorse per mantenere il dominio del mondo con il conseguente invito agli europei ad arrangiarsi un po’ per conto loro. Era solo questione di tempo perché i nodi venissero al pettine, ci voleva un capo più brusco e sgarbato di lui per farli emergere.

Da lì nasce tutto: Trump intende reindustrializzare l’America per soddisfare i propri elettori e mantenere il primato elettorale che, guarda un po’, ha ottenuto nel 2016 e quindi combatte (quasi) tutto ciò che confligge con questo obiettivo. Nel corso del primo semestre ci ha abituato a un po’ di giravolte, dovute alle opposizioni al limite del golpe bianco che sta incontrando ma anche comprensibili perché nasce tycoon e quindi da buon imprenditore si fa guidare soprattutto da istinto e convenienza pragmatica. Ma alla fine questo filone pare essere rimasto presente nella sua politica ed è pazzesco che si critichi il presidente americano accusandolo di “voler rispettare le promesse elettorali” come se questa fosse una colpa inemendabile. Il disconoscimento della NATO serve a disimpegnare gli USA da costi ormai non più sostenibili alla luce anche del mutato scenario europeo in cui la Germania è un avversario e la Russia dovrebbe essere un alleato. Ma soprattutto la Germania rimane nel mirino per gli squilibri commerciali su cui ha fondato il suo benessere e per il ruolo di paladina del clima che si è auto attribuita insieme alla Francia.

Non vi è dubbio che quella del riscaldamento climatico sia, fantozzianamente parlando, una cagata pazzesca. Essa si basa su metodologie create per l’occasione che pretendono di ricostruire valori medi di temperature che risalgono alla preistoria e di proiettarli nei secoli futuri, con pretesa precisione di pochi decimi di grado su scala planetaria, senza possibilità ovviamente di alcuna controprova, contestazione o verifica. È il contrario del principio galileiano della riproducibilità degli esperimenti su cui si basa la moderna scienza. Ricalca gli errori fatti con le analisi degli anni ’80 sulla diffusione dell’AIDS quando sembrava che nell’arco di pochi anni la pandemia sarebbe diventata mondiale. Ma questa non è scienza, è politica. L’ambientalismo, alla fine degli anni ’70, era una fissazione di pochi farlocchi che è esplosa, a livello politico, ideologico e mediatico, con il crollo dell’impero sovietico. Un caso, diranno i nostri ingenui lettori. Macchè, una scelta consapevole della sinistra storica, marxista nelle origini e nella prassi, che era stata sconfitta all’inizio degli anni ’90: quanti erano i poveri in Europa occidentale allora? Chi voleva davvero la rivoluzione comunista allora, specie dopo il disvelamento di crimini e drammi dell’esperienza sovietica? I politici di allora hanno colto la palla al balzo cambiando nome (via il riferimento al comunismo, qualche volta anche al socialismo) e ideologia, spostandosi sul politicamente corretto di cui l’ambientalismo terroristico è una delle architravi, con il duplice intento di assicurarsi un futuro politico di benessere lontano dal lavoro e di continuare ad angariare la borghesia con le loro fregnacce ideologiche. È l’ambientalismo il collante fra élite globalizzate e sinistra corretta: la globalizzazione sarebbe stata diversa, meno estrema, più gestita, se la sinistra non l’avesse coperta ideologicamente con il continuo richiamo terroristico ad un pianeta morente che poteva essere salvato solo adottando stili di vita poveri e rinunciando alla chiave fondamentale del benessere, dell’equa distribuzione  primaria e della libertà individuale: l’industria. Perché solo l’industria impone una massiccia partecipazione alla produzione e quindi una decente distribuzione primaria del valore aggiunto e per questa via assicura libertà degli individui (lavoro, guadagno, pago, pretendo) e permette mobilità sociale. Ma l’industria per definizione distrugge risorse naturali per produrre beni e servizi e allora viaindustriainquinantecattiva, vai nei paesi del terzo mondo dove potrai continuare a fare danni ma senza avere in cambio i vantaggi, così tutti saranno costretti a ricorrere alla distribuzione secondaria fatta di tasse espropriative e di mance sociali. Chi si è industrializzato si è arricchito ed è cresciuto civilmente, culturalmente e tecnologicamente, chi si è deindustrializzato fa manovre correttive tre volte all’anno. E non è un caso che la tutela ambientale, bisogno del quarto o quinto livello della piramide di Maslow, sia oggi un obiettivo che contraddistingue le élite globalizzate contro i ceti medi e popolari che hanno ancora bisogni di sopravvivenza financo a breve termine.

Ad onor del vero la Germania ha fatto la culattona col culo degli altri perché questa politica ambientale ha avuto un corollario a livello europeo espellendo, in combinato disposto con l’Euro, soprattutto le attività produttive a minor valore aggiunto e prive di sbocco autonomo al mercato proprie del sud Europa. La Germania ha ancora un ruolo importante a livello industriale avendo, meritoriamente, puntato su produzioni ad altissimo valore aggiunto e avendo quindi sfruttato al massimo i gradi di libertà ambientale rimasti. La globalizzazione ha premiato i paesi che sono riusciti a specializzarsi in qualcosa ed a proiettarsi su scala globale e la Germania ha una proiezione globale nell’industria automobilistica di lusso, nella chimica fine, farmaceutica e nella tecnologia ad uso pubblico (medicale, ecc.). Aiutata dal cambio sottovalutato dell’Euro rispetto ad un ipotetico Marco 2.0, le sue esportazioni sono volate. Ma il suo dominio economico si basa su due presupposti alternativi o complementari: che gli altri siano fessi e/o che siano intimoriti dalla potenza teutonica. I crucchi si sono abituati troppo bene con i paesi dell’eurozona che soddisfano tutti e due i requisiti ma trovano ovviamente difficoltà con gli americani. In particolare la Germania ha avuto buon gioco a coltivare e pubblicizzare un poco comprensibile terrore verso la Russia per indurre gli USA a mantenere l’altrettanto anacronistica organizzazione di difesa della NATO accollandosi pure i costi mentre loro si arricchivano con le esportazioni di berline alto di gamma. L’equivalente, appunto, di fare i culattoni con il culo degli altri. Ci è voluto uno che culattone certo non è per dire che il re è nudo e che questo bel giochino deve finire.

“L’Europa agli europei” della Merkel ha lo stesso sinistro significato dello slogan “L’Asia agli asiatici” usato da giapponesi nel 1940. Ed anche la Germania si trova curiosamente nella stessa situazione del 1940: avversata da USA, UK e Russia con la Francia asservita ed il resto d’Europa sottomesso. Certo non ci sono i panzer ma il dominio economico e l’intromissione negli affari altrui sono evidenti. Questa situazione non può certo rimanere così: esclusa la GB, presa da altri problemi ed in cui la vittoria inopinata dei laburisti potrebbe aprire le strade ad un futuro di assoluto isolamento dalla UE ma anche da Trump, rotti i rapporti con gli USA, dovrà quasi per forza trovare un compromesso con Putin perché l’alternativa è avviare programmi di riarmo in proprio che non potrebbero che creare panico in Europa e scontento nel suo elettorato. Il COP 21 rappresenta il punto di caduta di un sistema di nuove alleanze strategiche che nella sua visione dovrebbe isolare gli americani e invece comprendere anche Cina e India che non a caso beneficiano maggiormente delle norme dell’accordo di Parigi che addossano all’occidente tutte le colpe possibili per l’inquinamento (anche se la Cina è il primo inquinatore mondiale e l’India il terzo) costringendo contemporaneamente i cittadini a patire la mancanza di lavoro dovuta alla deindustrializzazione ed a pagare, con carbon tax e trasferimenti, le emissioni altrui dovute ai “loro consumi”. L’accordo sul clima è un gigantesco affare per i paesi sottosviluppati a cui vengono riconosciute esenzioni e contributi ma al contempo occorrerà vedere quanto la Cina sia pronta a lanciare la sfida definitiva al primato degli USA che assorbono buona parte del suo output.

Gli USA non hanno altro che da perdere dalle politiche ambientali sia perché pregiudicano lo sforzo di reindustrializzazione a cui sono orientati, sia perché limitano il vero asset che hanno scoperto da pochi anni: gli scisti bituminosi da cui si possono estrarre idrocarburi. Già oggi gli USA sono i principali produttori di greggio che non viene esportato ma che ovviamente riduce la loro dipendenza dai paesi arabi. L’autonomia energetica è la base dell’isolazionismo politico: per quasi un secolo gli americani sono morti e hanno ucciso, in nome anche degli europei, per difendere assetti politici di paesi dalla storia per loro incomprensibile, dilaniati da conflitti tanto ancestrali quanto anacronistici. Sono stati accusati dagli europei di tutte le peggiori nefandezze mentre semplicemente difendevano il loro ma anche nostro benessere. Adesso possono liberarsi dal fardello mentre gli europei li insultano di nuovo per non essere più disponibili a farsi ammazzare in loro vece.

La vera pistola alla tempia di Trump non sono le forniture di armi ai sauditi ma la possibilità di spingere i prezzi petroliferi  verso il basso. Le imprese petrolifere statunitensi non si limitano a beneficiare della rendita come i mussulmani ma sono sempre orientate al miglioramento dell’efficienza: in pochi anni il break even point del fracking è sceso da 70 a 45 dollari e ancora scenderà verso il basso. A cose normali, senza un’altra Cina da industrializzare con il conseguente aumento della domanda, il petrolio non supererà più i 50-60 dollari/barile. Ma cosa succederebbe se gli USA sostenessero con 20 dollari al barile la produzione locale? Non solo il petrolio scenderebbe verso i minimi storici ma addirittura più in basso per effetto della messa in produzione di pozzi oggi submarginali ma convenienti se sovvenzionati. Quanto costerebbe? 72 miliardi di dollari all’anno,  peanuts per gli USA (solo l’Italia ne spende 9 solo per le rinnovabili) ma con un effetto leva annichilente sugli emiri e sceicchi che non potrebbero più sedare le loro popolazioni bellicose con le pensioni d’oro pagate dall’oro nero. La strategia trumpiana pare essere quella del money for commitment: vale per i cinesi con la Corea del Nord e ancor più per gli arabi con l’ISIS. Trump, nel suo viaggio, ha detto e fatto cose molto serie con arabi ed israeliani tanto da riacquistare punti in patria. Non si vede perchè debba essere preso meno sul serio quando ha parlato agli europei.

Il G7 ha dimostrato lo stato comatoso della politica italiana. Gentiloni è poco più che uno chaperon di lusso per i veri potenti. Stiamo attraversando beatamente compiaciuti una crisi economica che ci riporterà indietro di decenni. Il governo italiano è l’unico al mondo ad avere affiancato al PIL un set di altri indicatori di benessere che comprende il livello di CO2 nell’aria: il messaggio che lancia, unico sul pianeta, è di non preoccuparsi della povertà perché in compenso respireremo meglio! È drammatico il livello di incomprensione della gravità dei problemi nazionali che esprime ma d’altro canto è lo stesso concetto di interesse nazionale, che USA, UK e Germania perseguono con decisione, ad essere stato accantonato per fare posto ad uno stolido conflitto di bande e di pseudo personaggi interessati solo al loro ombelico. La Germania che dovesse limitare l’attivo verso gli USA cercherà di rifarsi stringendo le redini dell’Eurozona. L’Italia, priva di una guida consapevole e smaliziata come i democristiani degli anni ’50, rischia di fare la fine del vaso di coccio in uno scontro commerciale USA/GER mentre sull’immigrazione i suoi patetici sforzi dialettici ispirati dal Papa sono stati respinti al mittente e ha perciò firmato, senza fare una piega, una controrisoluzione che parla di stati sovrani e diritto alla difesa dei confini che ci dovrebbe riportare alla realtà ma che ovviamente verrà ignorata in nome del supremo diritto dei migranti ad entrarci in casa e del nostro assoluto obbligo di provvedere loro ad ogni prezzo. La situazione italiana è fuori controllo sotto tutti i punti di vista con una crisi istituzionale rappresentata dal conflitto fra politica e Consulta che ci porterà ad una legge elettorale che non farà vincere nessuno per aprire la strada ad un altro tecnico o direttamente alla Trojka. Sarebbe necessario un dibattito serio su un percorso di ricostruzione etica, politica, economica e giuridica del Paese, che affronti tutti i macro nodi a partire da Euro, debito e immigrazione,  ma il sistema mediatico silenzia e minaccia chiunque provi ad avviarlo. Tutto rinviato ad un altro momento. Quando il peggio sarà già avvenuto.

 

Discussione

I commenti sono chiusi.