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M5S, Politica Italia

Di Maio in PDeggio

download (2)Questo post, con il relativo titolo, era in canna da qualche giorno, particolarmente dopo il fallimento delle trattative sulla legge elettorale. Le elezioni di ieri confermano le questioni anche se non si deve enfatizzarne il significato. Le elezioni locali sono importanti soprattutto per il PD che, dai tempi delle giunte rosse di Cossutta, ha visto nel potere locale prima la contropartita della conventio ad escludendum della prima repubblica e poi il trampolino di lancio del potere nazionale, senza considerare la greppia costituita dal denaro pubblico che alimenta le retribuzioni dell’enorme apparato politico che lo costituisce e che deve essere mantenuto. Il M5S non aveva preso il potere dopo le elezioni di Roma e Torino e non è finito adesso. Già un’altra volta è incorso in un incidente di percorso, le Europee del 2014, che sembravano avere concluso la sua vicenda e che furono invece la premessa della sua ascesa. Queste elezioni sono state snobbate da tutti i big per paura dei risultati, è assai curioso che alla fine diventino il radde rationem del populismo italiano, facendo addirittura un assurdo paragone con il successo di Macron in Francia. Il futuro non è scritto nei risultati di Genova o Parma anche se fa riflettere la sensazione che qualche volta il peggior avversario del M5S sia proprio lui stesso con gli strani problemi che si crea da solo. Ciò non toglie che il Movimento deve risolvere molti problemi. Detto che ormai non costituisce più una novità a cui affidarsi senza troppi pensieri, visto che quattro anni sono trascorsi dalla sua irruzione sulla scena politica, qualche risposta deve essere data.

La prima è relativa alla leadership. Il Movimento è evidentemente condizionato dalla figura di Di Maio e dal paradosso che egli incarna. Luigi non ne indovina una: Parma, Quarto, Roma, l’accordo sulla Cirinnà, il referendum costituzionale da cui si è estraniato lasciando il peso a Grillo, adesso l’accordo sulla legge elettorale e, se si vuol dare un peso alle parole dei suoi critici, anche le odierne scelte locali di Genova e Palermo. Al tempo stesso viene considerato un leader nato ed uno stratega infallibile. Le scelte politiche del M5S sono condizionate dalla sua ansia di “investitura” (non si sa, poi, a cosa e da chi) che lo portano ad adottare un profilo ingenuamente ambiguo che lo induce ad adeguarsi alla notizia di giornata: a giorni alterni i delinquenti romeni, la chiusura domenicale, la vicinanza a Papa Francesco smentita direttamente dall’interessato, la filosofia del lavoro, l’apprezzamento per le strategie tedesche (comprese quelle che riguardano la Grecia?), le continue visite all’estero (per conto di chi? Pagate da chi?) per “accreditarsi” con i poteri forti. La sensazione è che si veda come un’alternativa a Renzi, un Macron italiano dotato anche di fidanzata agée, papabile per i padroni del vapore una volta sbolognato il rignanese: per questo tende a moderarsi continuamente lasciando perplessi compagni di movimento ed elettori. Di Maio è soprattutto un fenomeno mediatico, emerso nelle prime fasi del movimento quando oggettivamente era uno dei pochi presentabili in TV ed un efficace contraltare di un Grillo troppo rozzo per accreditarsi a sua volta. Ma il tempo passa e gli esami arrivano per tutti, solo che lui non li passa mai. Giggino ha un profilo culturale modesto, incorre in errori marchiani, fa fatica a comunicare anche solo via Facebook, non parla inglese, non capisce di economia. Il suo punto di forza è la ripetizione ossessiva del mantra dell’onestà unita ad un’immagine demodè e ad un eloquio fortemente meridionale che lo rende sospetto passato il Po. Soprattutto non ne indovina letteralmente una, si accartoccia sistematicamente in un groviglio di accordicchi politici, in gran parte gestiti in proprio, che non vengono mai accolti e non vanno mai a buon fine. Di Maio non ha mai ottenuto un pieno riconoscimento da parte dei diarchi che ancora oggi glissano sul tema, non è stato mai votato dalla base e non controlla il gruppo parlamentare su cui vorrebbe fare leva per imporsi. Rappresenta un equivoco che, per il bene del movimento, dovrebbe essere chiarito il prima possibile, così come quello del ruolo dei gruppi parlamentari che dovevano essere “i nostri dipendenti in Parlamento” ed invece pretendono di vivere di vita propria, non a sorpresa essendo a loro volta i capetti dei meetup che li hanno selezionati. Essendo infarciti di ex estremisti di sinistra, del tutto disallineati con la base del movimento, le prossime votazioni su ius soli, droghe, DAT, ecc. saranno determinanti per definire l’immagine dei pentastellati.

A fronte di Di Maio si pone un Grillo che è riuscito a tenere unito il movimento nella fase post Casaleggio Padre ma che mostra tutti i suoi limiti propositivi e di gestione. In una tornata elettorale difficile (Pizzarotti vincente fuori dal movimento, poche chanche in altre città) avrebbe dovuto limitarsi a vincere a Genova, fare il colpo che riuscì con Livorno nel 2014 e che compensò un po’ la debacle alle europee. Invece ha trovato il verso di complicarsi la vita oltremisura rimanendo fuori dal ballottaggio. Utile nei momenti di crisi, Beppe nel day-by-day dovrebbe limitarsi al ruolo di padre nobile aprendo la strada a qualcuno più versato (che non è Di Maio).

Il secondo problema è quello del middle management, del personale politico che dovrebbe costituire l’ossatura del movimento ed il raccordo con il territorio. La scelta di Casaleggio padre, di Grillo e adesso di Davide è stata quella di mantenere una struttura liquida, legata blandamente dalla mitologica piattaforma Rousseau, indirizzata dalle rare votazioni online. Alla fine il personale politico del movimento è quello del 2009-2010, oltretutto ossificato dalle frequenti elezioni a seggi europei, nazionali e regionali che hanno portato via i migliori e lasciato solo capetti falliti e frustrati alla costante ricerca di un’ultima occasione, pronti a fare secchi tutti i possibili avversari in meetup ridotti all’osso e trasformati in comitati elettorali personali. Non si capisce perché ci si sia fissati su materiale umano così limitato e mediocre senza prendere in considerazione l’ipotesi di un ricambio e rinnovamento. Va dato atto a Davide di avere qualcosa in mente in proposito tramite i convegni che organizza ma, considerando la curiosità che il movimento aveva destato ed il consenso che ancora ha, forse si sarebbe dovuto maggiormente attingere dalla società civile con una organizzazione territoriale più concreta, accessibile, chiara e strutturata ed anche con modalità di selezione, formazione e promozione più efficaci. Sembra che Casaleggio Junior abbia in mente qualcosa a metà fra il bandwagoning ed partito-taxi di radicale memoria. I limiti di questa scelta si riflettono a livello di amministrazione locale dove la scelta della Raggi è stata evidentemente delirante e anche la Appendino, dopo il disastro della Champion’s peraltro non a lei imputabile in prima persona,  si è rivelata per quello che è, una brava ragazza borghese priva di capacità e leadership. Se la capacità amministrativa ha premiato sempre il PCI ed eredi, la mancanza di talento in proposito rischia per contrappasso di affossare il Movimento. Al contempo la mancanza di strutture politiche determina anche la carenza di grip sui rappresentati negli organi elettivi che di fatto fanno quello che vogliono invertendo il preteso ferreo rapporto elettori-eletti che doveva portare addirittura ai recall.

Il terzo è quello della linea politica: il movimento raccoglie consensi “negativi” dai delusi di destra e sinistra e per questo motivo allude a tutte le posizioni senza prenderne chiaramente una. E’ pro o contro l’Euro?  Come gestirebbe l’immigrazione? Ed  il salvataggio delle banche? E la gestione del terremoto? Per la crisi economica la risposta è davvero nel neo-francescanesimo pauperista del “lavorare gratis, lavorare tutti”, sconfessato dal Papa, e nel reddito di cittadinanza che, oltre a essere insostenibile finanziariamente, è anche poco attrattivo? Dei miei 41 alunni di quinta, che hanno votato in stragrande maggioranza No al referendum, nessuno si lamenta della mancanza di una “pensione” vita natural durante mentre per il futuro si vedono al limite militari o emigrati in Germania o immigrati di ritorno in Albania. Il reddito di cittadinanza sembra una grande operazione a favore dell’elettorato del sud Italia, in cui si concentra il grosso del sostegno elettorale grillino, ma non una proposta di impatto nazionale. Idee vaghe, confuse e cangianti, tutte sfumate ed annegate in un costante richiamo all’onestà ed alla legalità formale quando invece occorrerebbero proposte per soluzioni chiare ed efficaci. La sensazione è che stia cercando una strada per moderarsi, seguendo anche l’onda alterna dei populismi per cui si diventa più estremisti dopo Trump e Brexit e più corretti dopo Macron. Manca probabilmente la capacità di riconoscere la specificità italiana in cui i nodi che costituiscono i driver dei voti populisti (crisi economica e immigrazione) non sono assolutamente sciolti e rischiano anzi di aggravarsi in futuro, col rischio di perdere consensi negli strati più arrabbiati senza acquisirli in quelli più integrati. Il corpo elettorale italiano è fatto di un enorme ceto medio possidente ed attivo, questo è l’obiettivo delle politiche di austerity europee, questo è il target a cui una forza che ambisce a governare dovrebbe rivolgersi.

Il quarto limite è quello della strategia politica: continuando a stare da soli, il rischio di andare al governo è assai remoto. Da questo punto di vista occorre capire qual è la reale strategia: sporcarsi le mani con alleanze per realizzare qualcosa o continuare a mantenere la purezza declamatoria assicurandosi altri 5 anni di incarichi e prebende? In questo secondo caso la scelta di votare contro il Tedeschellum, che avrebbe consentito di triplicare i posti accontentando i vecchi e aprendo ai nuovi, appare del tutto priva di senso politico e frutto solo delle divisioni interne mentre portare in parlamento 250-300 eletti avrebbe potuto dare anche sostanza a quel bisogno di allargamento e rinnovamento di cui si parlava sopra.

Curiosamente qualche problema appare specularmente nel PD con un Renzi che, come previsto a fine aprile, evidentemente non controlla i poteri forti che controllano il PD (vedi Napolitano, Prodi, Letta) e che appare sempre più alla ricerca di un’affermazione personale all’insegna dell’uomo solo contro tutti in un partito balcanizzato. Renzi si è ridotto ad una mera vicenda personale senza alcuna proposta, idea, progetto da condividere con l’elettorato. Sconfessato dal popolo il 4 dicembre, si è ridotto a condurre una lotta di potere dove si illude di avere sempre la soluzione giusta che poi gli scappa di mano sul più bello: le elezioni a febbraio, a giugno, a settembre, con il Consultellum, il Rosatellum, il Tedeschellum, il Mattarellum, tutto va bene pur di non far scorrere il tempo che permette di far nascere un’alternativa. Ha il controllo di un PD in un’epoca in cui i partiti stanno perdendo potere, come Macron dimostra, con l’ansia di vedersi soppiantato di punto in bianco da uno che oggi non è nemmeno all’orizzonte (e che non è Di Maio). Il fatto di non poter decidere il momento delle elezioni, anche perché non controlla i gruppi, pone un dubbio forte anche sulla sua capacità di dare le carte quando si tratterà di votare nel 2018. La prova del suo delirio sta nell’idea che un governo con Berlusconi possa essere un governo stabile ed apprezzato dai poteri forti e dai governi stranieri. La sua linea ondivaga fra Berlusconi e Pisapia rischia di sconcertare gli elettorati a cui si rivolge, atteso che né lui né Grillo possono coprire un arco politico che va da Salvini a Bersani. Il ritorno del centro destra è per ora legato solo all’immigrazione (sentire i discorsi per strada ai mercatini dell’Alta Toscana per credere), unico errore commesso dalle élite nella gestione dei loro progetti globalisti. Si conferma la situazione di frammentazione politica e debolezza sistemica che rischia di regalarci altri 5 anni di governi tecnici in un Parlamento di fatto esautorato.

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