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Politicamente scorretto

Democrazie totalitarie

17021633-Word-cloud-astratto-per-la-democrazia-totalitaria-con-tag-correlati-e-termini-Archivio-FotograficoVerso la fine di luglio,  con temperature superiori ai 35°, il governatore del Lazio ha improvvisamente emanato un provvedimento che sospendeva, con il preavviso di una settimana, la facoltà per ACEA, società pubblico-privata che gestisce il servizio idrico di Roma, di effettuare prelievi di acqua dal lago di Bracciano. L’acqua prelevata era destinata ad alimentare gli acquedotti che riforniscono Roma Capitale, area in cui si concentrano circa 2,9 milioni di abitanti oltre ad un numero imprecisato, ma elevato, di turisti. Altre decine (o forse centinaia) di migliaia di persone sono quelle chi vi risiedono informalmente (e talvolta illegalmente) usufruendo dei servizi idrici. In definitiva, fra i 3 ed i 4 milioni di persone che dipendono da ACEA per soddisfare un bisogno vitale che, è il caso di evidenziarlo, a Roma risulta eficacemente soddisfatto sin dai tempi in cui era Caput Mundi. La reazione dell’ACEA è stata quella di disquisire sui volumi prelevati e sugli equivalenti millimetri di profondità del lago persi a causa degli emungimenti ma ha immediatamente dichiarato di uniformarsi alla decisione della regione la cui conseguenza, abbastanza inopinata e sorprendente anche valutando i volumi in gioco, era quella di sospendere per otto ore al giorno, a rotazione, l’erogazione di acqua ai cittadini romani, compresi malati, invalidi, vecchi, bambini, donne incinte. La sindaca Raggi ha bofonchiato qualcosa e se ne è lavata le mani. Su questo tema ho scritto un altro post ma vale la pena di ricordare che nessuno, in questa vicenda, ha speso una parola per la sorte dei cittadini romani improvvisamente ridotti all’assetamento: tutti a disquisire delle problematiche relative al lago di Bracciano, ovviamente protetto come parco naturale o simile, del calo di qualche metro delle sue acque rispetto al 2014 (peraltro l’estate più piovosa che io ricordi nella mia vita),  dell’impatto ambientale, del riscaldamento globale. Nessuno che si ponesse il problema della qualità o, semplicemente, della possibilità di vita in un agglomerato urbano che è il primo d’Italia e quarto di Europa in un mese di luglio d’altro canto dichiarato, a pretesa conferma del riscaldamento globale, come il più caldo degli ultimi decenni.

Qualche mese prima Roma era stata interessata dalla crisi dei rifiuti lasciati a putrefare sui marciapiedi causa indisponibilità delle discariche e dei termovalorizzatori per lo smaltimento. Lascio perdere le considerazioni abbastanza ovvie sul perché una città di 4 milioni di abitanti non abbia creato, nei decenni, un proprio sistema di smaltimento o termovalorizzazione dei rifiuti. La vicenda ha portato alla ribalta il fatto, peraltro già noto in altri ambiti come quello napoletano, per cui i rifiuti vengono spediti in centro e nord Europa, con costi a nostro carico, dove vengono presi in consegna, sempre a nostre spese, da termovalorizzatori locali che poi li bruciano per produrre energia che magari ci rivendono marginando. Tutto questo per evitare la costruzione in Italia di termovalorizzatori che risolverebbero facilmente il problema ma dei quali si temono le famigerate “emissioni” che sono peraltro facilmente mitigabili con le moderne tecnologie e che comunque, se i rifiuti vengono comunque bruciati, saranno ugualmente emesse all’estero, con il sovrappiù determinato dal trasporto a lunga distanza: un ragionamento stupido che replica pari pari quello che, negli anni ’90 e su ben altra scala, ha imposto la delocalizzazione industriale in Asia che ha distrutto il tessuto economico e sociale europeo.

Al di là del coacervo di interessi affaristici che sempre gravitano attorno alla capitale, resta da evidenziare come in generale la gestione dei rifiuti sia concepita, in Italia, non come un servizio imposto dalla modernità che deve essere svolto in modo efficace ed efficiente ma come una questione ideologica, basata sul concetto di “differenziazione”, che assume connotati quasi religiosi in risposta, probabilmente, alla presunta colpa indotta dal consumismo. Nessuno discute che la monnezza nasconda risorse importanti che possono essere recuperate con vantaggi di carattere economico ed ambientale: carta, cartone, plastiche, polistirolo, metalli, vetro di seconda mano hanno listini internazionali e nazionali che testimoniano le dimensioni e lo sviluppo del mercato e che comunque arricchiscono alla fine solo le industrie asiatiche a cui i rifiuti riciclabili vengono conferiti. Quello che si discute è la visione ideologica ed irrealistica di “differenziare tutto” in un paese che ospita milioni di turisti e che ha caratteristiche territoriali, urbanistiche ed architettoniche uniche ma poco flessibili. E si discute anche la modalità con cui questo deve essere fatto. Per esperienza professionale, la raccolta delle materie prime seconde comporta difficoltà logistiche enormi in quanto provengono da un numero elevatissimo di unità (famiglie e imprese) disperse sul territorio e che ovviamente non sono dedite in primis a queste attività. La scelta fatta in quasi tutto il mondo è stata quella di promuovere soluzioni efficaci ed efficienti di raccolta, mantenendo privato e concorrenziale il settore, semplificando le procedure e gli obblighi per le imprese (che addirittura ci possono guadagnare gestendo i rifiuti in proprio) e diffondendo aree e sistemi di raccolta, soprattutto underground, per semplificare il conferimento delle famiglie. In Italia si è scelta la strada della pubblicizzazione e del monopolio localistico dei servizi unita a quella della consueta normativa vincolistica che limita l’autonomia delle imprese e della raccolta porta a porta che ha trasferito le discariche nelle case private. Non potendo gli operatori passare tutti i giorni, i rifiuti devono essere stoccati in ambienti domestici con ingombro di spazi e peggioramento delle condizioni igieniche nel caso del famoso “umido” (che magari d’estate ospita lische di pesce) che staziona in casa per 2-4 giorni. Il livello di servizio è peggiorato drammaticamente rispetto non solo alla situazione immediatamente precedente ma anche a quanto mi ricordo degli anni 60-70 quando lo spazzino saliva tutti i giorni al quinto piano a prendere il sacco di carta con i rifiuti. Questo sistema è costosissimo perché altamente labour intensive (lo stesso motivo, per dire, per cui l’industria ha delocalizzato), complicato, impone una disciplina militare condita da controlli e sanzioni alla faccia della privacy, impone uno sforzo di comunicazione ed informazione enorme per prevenire e contrastare i comportamenti non conformi. D’altro canto l’approccio ai rifiuti è espressamente inteso in termini di educazione dei cittadini, irreggimentati per raggiungere l’obiettivo della “indifferenziata zero” con un indottrinamento che inizia sin dalla scuola di infanzia.

Sempre in estate si è velocemente svolta la vicenda dei vaccini conclusasi con la rapida approvazione della legge che impone agli studenti fino ai 16 anni di compiere 10 vaccinazioni (per un totale di circa 30 dosi nei primi sei anni di vita) fra cui la quadrivalente (morbillo-rosolia-varicella-parotite) su cui vale la pena di soffermarsi maggiormente fra qualche riga. Chi scrive è in regola con le vaccinazioni obbligatorie al tempo della sua infanzia, non ha tremato davanti alle vaccinazioni militari, si è vaccinato a sue spese in età ampiamente adulta e, quindi, consapevole per malattie per le quali la copertura è, ad oggi ed a torto, soltanto opzionale. Ha pure fatto qualche vaccinazione antinfluenzale con scarso esito. Tutto ciò per dire che Average Joe non è un Antivax come quelli che la stampa non ha perso tempo a criminalizzare e ridicolizzare nell’ennesima guerra ideologica in cui si è impegnata in questi ultimi mesi. Ma Average Joe pensa che i vaccini sono medicinali e quindi, in tutti i casi, la somministrazione deve essere effettuata sulla base di una valutazione accurata, libera e consapevole del rapporto rischio-beneficio per il singolo paziente, perché nessun medicinale è privo di effetti collaterali, anche gravi, e di rischi, magari marginali ma non per questo nulli o trascurabili.

Per tornare al punto di cui sopra, le malattie comprese nella copertura quadrivalente non presentano nella normalità dei casi dei rischi tali da dover ricorrere alla vaccinazione. Per quanto fastidiose, sono malattie che si risolvono in modo benigno nella quasi totalità dei casi, che si concludono in pochi giorni e che non comportano disturbi non sopportabili per brevi lassi di tempo. D’altra parte questi vaccini sono “attivi” e quindi sconsigliati per soggetti immunodepressi a differenza di quelli obbligatori da lunga data. Riguardo al morbillo, nel corso del 2017, fino al 3 settembre, sono stati registrati 4444 casi con una proiezione di circa 6700 casi all’anno (1,1 casi per 10.000 abitanti) con una mortalità a sua volta dello 0,675 per mille (3 casi a fine giugno, 1 su 10.000.000 di residenti su base annua). È da evidenziare che la mortalità si è concentrata recentemente (per dire nei giorni di approvazione della legge, con conseguente ed ovvia strumentalizzazione) in categorie particolarmente a rischio quali bambini immunodepressi non vaccinabili che, addirittura, potrebbero essere stati infettati da compagni di classe vaccinati contro la malattia (il vaccino è pur sempre un virus/batterio, sia pure attenuato). I bugiardini dicono chiaramente che i vaccini hanno effetti negativi con incidenza variabile. I più gravi hanno ovviamente un’incidenza bassa (di solito meno di 1 su mille) ma, applicati ad un universo di centinaia di migliaia o addirittura milioni di soggetti, il rischio si tramuta in alcune decine (o centinaia o migliaia, a seconda dei casi) di casi avversi. La legge sorvola tranquillamente su queste evidenze statistiche ma soprattutto, imponendo un obbligo indiscriminato, sorvola sulla valutazione delle circostanze e condizioni individuali. Non a caso quello che viene indicato come obiettivo non è la copertura individuale ma è “l’effetto gregge” cioè l’eradicamento della malattia attraverso una copertura massiccia ed indiscriminata. Se il focus fosse sull’individuo, l’obiettivo dovrebbe essere quello di valutare la migliore opzione per lui stesso in relazione alle sue condizioni ed ai rischi infettivi a cui è oggettivamente esposto per poi lasciarlo libero di decidere su quali rischi prendersi per evitare le malattie: del resto se uno è libero di rifiutare cure salvavita non vedo perché debba essergli impedito di decidere su una semplice vaccinazione per una malattia minore. Invece la copertura viene disposta a prescindere da queste valutazioni per perseguire un obiettivo che ancora una volta trascende il singolo per dimensioni ed orizzonte temporale. Per altro verso la giustificazione è stata quella di imporre l’obbligo generalizzato per salvaguardare i pochi soggetti che non possono vaccinarsi pur avendone disperato bisogno. Anche in questo caso non si può non evidenziare come al soggetto normale, dotato di normale stato di salute, venga imposto un obbligo/rischio indebito per perseguire un obiettivo che non è suo ma di un altro. E come spesso la qualificazione di “diversamente qualcosa” si trasformi nel mainstreaming in un concetto di “nuova normalità “rispetto a cui la “normalità ordinaria” viene considerata privilegio (di natura in questo caso, ma in altri campi di famiglia o di merito individuale) da correggere od espiare.

Sempre in estate si è conclusa la vicenda di Charlie Gard, bambino inglese ucciso “nel suo interesse” su iniziativa dei medici a cui i genitori lo avevano affidato per le cure. Su questo ci siamo intrattenuti in altri post. Si tratta di un caso che pare essere legato alla cultura cripto-eugenetica che si sta affermando in nord Europa tanto è vero che l’ospedale Bambin Gesù ha cercato di sottrarlo al nefasto destino. Tuttavia dobbiamo ricordarci come nel 2009 ci si fosse opposti con forza all’eutanasia di Eluana Englaro mentre nel 2017 DJ Fabo si è suicidato nel consenso generale. Le situazioni cambiano e si evolvono e anche l’Italia non può dirsi assolutamente immune da questi fenomeni deteriori. Quel che voglio sottolineare è che in UK il servizio sanitario pubblico ritiene che faccia parte dei suoi compiti o doveri anche promuovere la soppressione di pazienti incapaci (per adesso) qualora siano difficilmente (o costosamente) curabili, anche contro il consenso dei legali rappresentanti, in spregio al giuramento di Ippocrate.

Le mense scolastiche sono nate come servizio pubblico a sostegno dei meno abbienti per garantire il diritto allo studio: non si può pretendere che un bimbo o un ragazzo studino bene se hanno fame. Essendo anche in questo caso un veterano del settore, posso dire che le mense scolastiche, passato il periodo eroico in cui rispondevano semplicemente ad un bisogno primario, sono diventate nel corso degli anni ’80 e ’90 una fucina di sperimentazioni sull’educazione alimentare volte ad insegnare agli studenti ad apprezzare alimenti, sapori, odori, colori inusuali. Certo, il settore negli anni si è appesantito dando vita ad imponenti apparati burocratici comunali per il controllo e la pianificazione con costi per gli utenti finali lievitati anche in considerazione della concentrazione del settore e della conseguente minore concorrenza fra operatori, tuttavia ha mantenuto fino all’inizio del decennio le caratteristiche di qualità (prodotti DOP, IGP, biologici), varietà ed economicità. In particolare si rispettavano le tradizioni regionali con marcate differenze fra le varie aree del Paese. Da qualche anno tutto è cambiato con menù standardizzati ed omologati e con un abbassamento della qualità con la scomparsa totale delle carni rosse, quasi totale di quelle bianche ed il dilagare di monotoni piatti vegetariani come polenta scondita, pappa di ceci, passati di verdura, ecc. Oltretutto siamo nell’età evolutiva per cui questi obblighi e divieti influenzeranno il gusto degli studenti anche una volta diventati adulti. Corrispondentemente sono aumentati i prezzi per le famiglie a livelli in qualche caso paragonabili ad una pizzeria o, almeno, un fast food: tutti i giorni dell’anno, per uno-due-tre figli. L’insoddisfazione dei bambini unita ai costi per le famiglie ha dato luogo ad iniziative di rinuncia al pasto scolastico che si sono trascinate in tribunale (ancora una volta i gestori di servizi pubblici pretendono di sostituirsi alla libera valutazione degli utenti) con vittoria finale delle famiglie. Al netto delle ripicche, tipo isolare in refettorio i bambini renitenti al pasto della mensa, la soluzione sta venendo trovata in una legge che impone l’obbligo di mangiare la sbobba scolastica equiparata ad attività didattica. Ovviamente ciò avviene in dipendenza delle ideologie iperambientaliste che sfociano nel veganesimo paganizzante (non a caso chiamato in inglese “cruelty free”) ma anche in ossequio alle minoranze intransigenti di stranieri che odiano o venerano animali che per noi rappresentano alimenti normali: due piccioni con una fava. E se gli studenti non gradiscono pazienza, assisteranno alle lezioni affamati, negando alla radice il senso basilare della mensa scolastica, o si mangeranno qualche snack vanificando qualsiasi sforzo di corretta educazione alimentare.

Chi avesse avuto la pazienza di arrivare fino a questo punto, avrà notato che si è parlato sempre e solo di servizi pubblici. Quello che si vuole evidenziare è che negli anni, specie recentemente, la natura e la mission dei servizi pubblici sono cambiate profondamente. Se all’inizio l’ampliamento del novero dei servizi pubblici (per quantità, qualità e utenza) andava nella direzione del miglioramento del servizio agli utenti, per aumentarne le potenzialità e migliorarne la qualità della vita, e non a caso l’accesso ai servizi pubblici era un pilastro delle politiche di sinistra, negli ultimi anni i servizi pubblici stanno diventando lo strumento non solo per veicolare messaggi ideologici nella vita concreta dei cittadini medio-normali ma addirittura per piegarne i comportamenti nei termini ideologicamente voluti, facendo leva sul loro carattere di essenzialità e sul monopolio pubblico degli stessi. Si impone la rinuncia all’acqua per usi igienici ed alimentari per salvare un lago da sempre usato come riserva d’acqua ma soprattutto per far passare il messaggio che l’ambiente è anteposto agli umani che lo popolano, si trasforma per lo stesso motivo la gestione dei rifiuti in un supplizio, si trasforma il diritto alla salute nell’obbligo di sottostare ad un sistema sanitario impazzito perché ideologizzato, si impone anche cosa mangiare all’ora di pranzo: in nessuno di questi casi l’individuo è posto come termine di riferimento del servizio, della sua qualità ed efficacia. In tutti i casi è l’individuo ad essere posto a servizio del servizio, come semplice pedina di un gioco che trascende i suoi bisogni ed interessi, che complica il modo in cui li può soddisfare, che gli impone obiettivi che non sono suoi ma che sono di altri o, al limite, della comunità che lo soverchia.

Totalitarismo è un sistema di governo che non riconosce all’individuo un margine di autonomia, una sfera di decisionalità autonoma e sovrana, un riparo dall’onnipresenza dei pubblici poteri, la facoltà di esprimere la propria personalità, perseguire i propri obiettivi e di tutelare i propri interessi. Oggi dobbiamo pensare che i servizi pubblici sono gestiti in maniera totalitaria, il tutto aggravato dal fatto che l’organizzazione moderna accentra nello stato la gestione dei servizi impendendo, se non a costi esorbitanti, la nascita di alternative: non posso scegliere il fornitore dell’acqua, del servizio rifiuti, della sanità, della mensa ma devo accettare le imposizioni ideologiche che il monopolio stabilisce e le conseguenze operative che ne derivano, al prezzo anche della mia vita e salute.

Anche la scuola fa parte del catalogo dei servizi pubblici totalitari, appiattita su posizione inesorabilmente “politically correct” che ne fanno il primo e principale baluardo delle posizioni immigrazioniste, islamiste, ambientaliste, genderiste, collettiviste, massificanti. Una scuola che non insegna più a sviluppare la propria individualità, a creare il proprio destino, a perseguire i propri sogni ed obiettivi ma a conformarsi solo a finalità pubbliche o collettive, tanto da avere creato una generazione che non aspira più neanche a fare il calciatore o la velina. Non bastassero gli insegnanti, appiattiti su posizioni “corrette” per interesse e per convinzione, le aule scolastiche sono teatro di scorrerie delle più varie organizzazioni esterne libere di imperversare con i loro “insegnamenti” sempre accomunati dall’orientamento inevitabilmente “corretto”, si tratti di andare in gita ad Aushwitz, totem ideologico la cui interpretazione estensiva lo rende riferibile non solo a Hitler ma a chiunque debba essere criminalizzato in quel momento tacendo tuttavia sui più diretti epigoni contemporanei costituiti dai lager cinesi, nord-coreani o cubani, o di imporre l’incomprensibile raccolta dei tappini di plastica delle bottigliette.  Così anche la magistratura che si surroga all’ignavia della politica nell’affermare norme “corrette” per via giudiziaria, negando la letteralità delle norme e rifacendosi ad interpretazioni che chiamano in causa una Costituzione flessibile come la trippa o norme sovrannazionali. Così la stampa che nei paesi occidentali riecheggia la propaganda della Pravda che avevamo imparato a conoscere ai tempi della mia adolescenza, tutta schierata come un sol foglio, con pochissime eccezioni, a sostegno delle posizioni “corrette” che, a prezzo della verità, impongono ai cittadini medi normali obiettivi millenaristici e universalistici lontani, onerosi ed incerti, che trascendono non solo i loro interessi ma addirittura l’orizzonte temporale medio della loro vita. Così l’informazione che traduce in termini apodittici ed indiscutibili quelle che sono mere opzioni politiche (la difesa dell’Euro, l’obbligo di accoglienza indiscriminata ed illimitata, l’abbattimento delle frontiere, la sovversione delle tradizioni e dei costumi nazionali), che pretende di selezionare gli argomenti di cui si può parlare e quelli che sono tabù, di definire le terminologie ed i toni accettabili o meno (i famosi hate speech), che di fronte alla sovrabbondanza di informazione informale è costretta ad utilizzare metodi sovietici di censura, controinformazione e disinformazione. Così anche la politica piegata ad interessi esterni ed estranei per incapacità, corruzione o collusione.

L’occidente pare avere abbandonato le sue radici basate sulla tutela dell’individuo e della sua libertà per trasformarsi in un regime totalitario politicamente corretto. Democrazie totalitarie, appunto, che si oppongono a dittatori democratici.

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