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M5S

Un “leader” in cerca di autore

download (1)Se il PD avesse applicato, nel 2013, le regole del Movimento 5 Stelle, Matteo Renzi non avrebbe potuto proporre la propria candidatura a segretario: ai tempi non aveva infatti ancora concluso il mandato di sindaco di Firenze e non aveva in corso un mandato parlamentare. Mi sembra significativo partire da questo aneddoto che evidenzia come il partito che rappresenta, in Italia, l’establishment si sia aperto a procedure che permettevano un radicale rinnovamento di politiche e uomini mentre il partito (per semplicità e realismo lo chiamo d’ora in avanti così) che vorrebbe realizzare un radicale rinnovamento di politiche e uomini in Italia si è chiuso nella difesa della sua golden generation, i “magnifici ragazzi” del 2012-2013, a cui ha riservato la guida del movimento fino al 2022 e quindi per almeno 10 anni.

Quando ancora non erano note le “regole”, mi era venuto l’uzzolo di candidarmi, così, per spirito di vanità e sfida e voglia di verificare se questo progetto “politico-editoriale” ha un senso reale. Rese note le modaltà di candidatura, è apparso chiaro che il “principio uno vale uno” era stato ampiamente rottamato dato che non tutti gli iscritti avevano i medesimi diritti di elettorato passivo. Non avendo i requisiti, accantonata rapidamente e senza patemi l’ipotesi di candidatura, mi sono limitato a non votare perché se è vero che Di Maio, per Averaje Joe, è “unfit”, opinione espressa sin dal 2015 e rafforzatasi nelle ultime settimane, questo non significa che si debba scadere nella carnevalata organizzata alla bene e meglio dalla Casaleggio Associati inserendo in lizza sette micci senza storia e senza futuro e non concedendo tempo e mezzi per fare una qualche campagna elettorale. Su questo punto pensose menti si sono divise, Travaglio dicendo che era meglio candidare solo Di Maio perchè era l’unico “fit” (tesi peraltro poco avvalorata dai risultati delle votazioni) e farla finità lì, come del resto ha fatto il PD con Renzi, e Saviano sostenendo invece che le percentuali bulgare (che peraltro Giggino non ha manco raggiunto, come nessuno ha fatto notare) non stavano bene, tanto da candidarsi lui stesso per avere almeno un altro giorno di fama. Io semplicemente ne prendo atto per dire che uno dei leit motiv originari del M5S è venuto meno: saranno le esigenze della realpolitik ma tant’è, questo è accaduto.

Un altro punto sparito dall’orizzonte è quello dell’onestà, declinato apoditticamente in assenza di condanne e procedure in corso: Luigi aveva ben due procedimenti per diffamazione, poca cosa se paragonata ad altri politici anche del suo partito. Ma anche in questo caso i principi fondanti e non negoziabili si sono dimostrati flessibili e malleabili come la trippa e pronti ad essere modificati alla bisogna. Magari sarebbe il caso di cominciare a chiedersi se è più grave un procedimento per un reato commesso adesso o un reato effettivo commesso molti anni fa e magari cominciare a chiedere scusa a chi, negli anni, è stato escluso per motivi giudiziari e a chi è stato infamato per lo stesso motivo. La realpolitik chiede di essere elastici e quindi Raggi, Appendino, Nogarin e Cinque ci possono stare mentre Pizzarotti, Nuti ed i sindaci di Gela e Quarto no. Anche questo è un dato di fatto ed un segno dei tempi e, come tale, ne prendo nota.

Augurando a Di Maio una vita di successi politici, suppongo che anche il requisito dei 10 anni/2 mandati verrà archiviato perché non avrebbe senso impedire ad un vittorioso e prestigioso premier uscente di ricandidarsi a causa di un vincolo regolamentare così rigido e poco spiegabile agli ambienti altolocati ove egli si è accreditato. E d’altro canto anche il pauperismo politico è uscito dalle ottiche movimentiste dato che il 15 settembre i nostri “magnifici 100” si sono guadagnati il diritto alla pensioncina parlamentare: sarebbe bastato dimettersi e tutto sarebbe finito lì con un gesto di coerenza ma loro no, giammai fare una cosa semplice, si sono arrampicati sugli specchi chiedendo cambiamenti normativi e rinunce ad personam e, di fronte alla mancanza di possibilità in tal senso, si sono ben acconciati, ovviamente recriminando sul destino cinico e baro che a ciò li costringeva, ad intascare i 900-1000 euri che rappresenteranno probabilmente, visto il loro livello professionale medio, l’unica pensione che avranno mai.

Nei giorni successivi all’emanazione delle regole, si è acceso il dibattito sull’opportunità di partecipare alle elezioni conclusosi con il non possumus di Dibba (peraltro non nuovo a valorose fughe dalle responsabilità) e di Fico. Non tengo nota degli altri che hanno finto di  declinare l’invito perché Ruocco, Sibilia, Lezzi, Morra, e compagnia cantante non meritano neanche di essere citati come possibili candidati premier essendo delle figurine miserrime buone solo a riempire qualche buco nei palinsesti televisivi e la loro rinuncia solo un espediente da morti di fama. Quello che voglio far notare è che Fico, l’ortodosso tanto legato alle buone maniere e regole del movimento prima maniera, si è ben guardato dal rispettare gli obblighi di trasparenza che vigevano nel 2013 e che imponevano di esporre e discutere apertamente ed in pubblico i motivi di dissenso e si è invece impegnato in una trattativa dietro le quinte per ottenere il ritorno al direttorio (che già era un vulnus dei principi originari) e qualche garanzia per lui ed i suoi sodali per le prossime liste elettorali. Un comportamento che lo qualifica, più che come vessillifero del rinnovamento, come un tardo epigono degli epici signori delle tessere DC e PSI. Del resto coloro che volevano aprire il parlamento come una scatoletta hanno iniziato presto a fare riunioni a porte chiuse mentre lo streaming, strumento di informazione diretta e diffusa, è divenuto per una breve stagione simbolo di Renzi. E del resto era stato proprio lui, Fico, insieme al Dibba, ad affossare i meetup nel 2015 dicendo che il movimento era formato solo dagli eletti mentre i militanti dovevano fare il piacere di non rompere i coglioni ai portavoce (di se stessi) e di occuparsi di “temi locali”. Progetto che sembrava, come sempre, irrealizzabile e che invece, come sempre, si è realizzato con i meetup, che inizialmente dovevano avere addirittura funzioni di recall degli eletti, che sono stati lasciati a se stessi, ignorati, trasformati in comitatini elettorali dei portavoce (di se stessi) e dei loro scalzacani e strumenti di regolamento dei conti e di ricatto. Quello che si era caratterizzato come un partito che si basava sulla partecipazione attiva e come un canale per un ritorno alla politica da parte di gente che non la faceva da decenni o non l’aveva mai fatta, si è trasformato in un movimento elitario e verticistico animato solo da logiche autoreferenziali: anche di questo prendiamo nota ed atto.

E la democrazia diretta? Ne vogliamo parlare? Gli anni hanno dimostrato come sia stata trasformata in uno strumento unidirezionale, sterile e plebiscitario per approvare decisione prese dall’alto e mai soggette ad una discussione fra gli iscritti. Non è stato riconosciuto alla base un potere di iniziativa politica senza il quale il bit vale come la ballotta di antica memoria. E lascio perdere per carità di patria il lato tecnico della piattaforma Rousseau che doveva essere compito e vanto di Davide e che sprofonda nel ridicolo dei tempi biblici di rilascio e dei buchi nella sicurezza. Le differenze fra M5S e resto della politica riposano oramai solo sull’autoriduzione dello stipendio di parlamentare, assolutamente non replicata in altri ambiti, e sul rifiuto dei rimborsi. In attesa che le esigenze di realpolitik portino ad evoluzioni omologanti anche su questi temi, possiamo dire che l’unica differenza significativa con, ad esempio, il PD riguarda la persone. E su queste possiamo fare qualche considerazione.

Il M5S si è poco caratterizzato per posizioni politiche, su quasi nulla che conti ha posizioni chiare e definitive. In realtà da sempre prende “voti negativi” di gente che i partiti tradizionali oramai non li vota più: per questo deve barcamenarsi fra destra e sinistra, dando ad ognuno un motivo di consenso ed identificazione, e per questo le posizioni sono sempre sfumate e cangianti, spesso risolte con astensioni e uscite dall’aula. Il richiamo alla democrazia della rete si è spesso distinto per essere il corner in cui lanciare la palla quando non si sapeva o voleva prendere una posizione chiara. Il M5S si è caratterizzato invece per i metodi e le regole, differenti all’inizio ma ormai omologati agli altri, e per le persone, che dovevano essere l’espressione di un’antropologia “diversa” fatta di soggetti onesti, competenti, disinteressati e vicini agli elettori (“il parlamentare che ti serve”). Possiamo dire che entrambi i paradigmi sono venuti meno e che le specificità iniziali sono sparite?

La generazione 2012/2013 ha prodotto esiti drammatici. I parlamentari, gente di poca qualità, cultura ed esperienza anche solo lavorativa, intrisa di idee e metodi dell’estrema sinistra da cui proveniva, si sono dimostrati un fallimento completo sotto tutti i profili: politico, programmatico (solo il reddito di cittadinanza, misura meridionalistica priva di mezzi, logica e consenso, è frutto della loro elaborazione), amministrativo (vedi Raggi, Nogarin e Appendino), etico (metà dei sindaci sono indagati). Pur conoscendo bene il principio di autoconservazione delle burocrazie per cui i primi arrivati difendono a spada tratta la loro posizione, reputo che la scelta dei diarchi di puntare solo su di loro, inaridendo i canali di afflusso della società civile al Movimento, sia stata esiziale. E la scarsa qualità, nonché la codardia, del personale politico è dimostrata proprio dalla partecipazione alle elezioni per il premier: alla fine nessuno ha avuto il coraggio di proporsi, fosse per promuovere le proprie idee (e ce ne sarebbe bisogno in un movimento diviso verticalmente su quasi tutto quello che conta e che se andasse al governo potrebbe teoricamente, a seconda dei casi,  allearsi a Lega e Meloni ma anche a Bersani e Pisapia) o anche solo – perché sì, la politica è anche questo – contestare apertamente l’adeguatezza di Di Maio. Il mito dell’unità, giustificato a volte come scudo contro il resto del mondo, a volte ed ipocritamente come dovuto alla prevalenza del “Programma” sui “Portavoce”,  considerati quindi come commodity intercambiabile, ha coperto paure personali, convenienze e metodi omertosi di accordo dietro le quinte fra Giggino, gli alleati e gli avversari.

Il M5S, nato come movimento basato su due carismi – quello generosamente ribellista di Grillo e quello algidamente visionario di Casaleggio Senior – cambia natura perché Gianroberto non c’è più e Beppe e Davide hanno trovato qualcosa di meglio per fare. Cambia natura non per motivi politici ma esistenziali, per la morte di uno e la noia degli altri. E la cambia non per andare nella direzione della democrazia, strada che ogni movimento nato carismatico ha seguito dopo la cessazione del fondatore, ma per andare verso quella dell’oligarchia o, addirittura, della dittatura. E con lo stigma delle due associazioni – 5 Stelle e Rousseau, una titolare del logo e l’altra della piattaforma – intestate ai diarchi, in affettuosa lotta reciproca, il cui ruolo di condizionamento per le future scelte politiche ed elettorali non è assolutamente chiaro. Un coacervo di errori e limiti che doveva essere superato con un bel congresso rivivificante e che invece si protrarrà nei mesi fino alle elezioni che qualcosa di decisivo diranno per il futuro di questo esperimento politico.

Nel mentre il capo politico è un ragazzotto di 31 anni che ha preso l’84% di pochi voti (37.000 in tutto) contro sette sconosciuti, in mancanza di dibattito e campagna elettorale e dopo che Di Battista e Fico si erano ritirati: un risultato penoso che ha evidentemente accusato e che probabilmente lasciava aperta ben più di una porta per chi avesse voluto davvero sfidarlo. Di Maio sembra sempre più spaesato: privo di carisma, evidentemente sfiduciato dalla base, non ha in mente un’idea che sia una, ha livelli comunicativi sconcertanti (confermati dal discorso di investitura che non è  nemmeno riuscito a bucare le prime pagine), manifesta un’alterigia che gli ha suggerito che non fosse necessario salvare almeno le apparenze proponendo un “programma di premierato” (bastavano evidentemente il suo cursus onorem, il viatico dei diarchi e gli accordi di retrobottega con i colleghi) che si contrappone ad una evidente insicurezza che lo  porta a cercare consenso con scelte e comportamenti ad uso interlocutore come a Cernobbio, dove rottama le critiche al modello eurista che invece vincono stanotte in Germania, e a Napoli, dove bacia il sangue di San Gennaro. O che lo induce, come dopo la vittoria di Macron, a bearsi e vantarsi del fatto che pure lui ha una moglie vecchia.

I limiti di Luigi – personali e politici –  sono marcati dalla sua intempestività: eurista 12 ore prima della Brexit, europeista poco prima delle elezioni tedesche, apertamente gerontofilo poco prima che Brigitte fosse nascosta al pubblico, fautore della smart nation poco prima di baciare le reliquie. Di Maio, da Palermo 2016, ha attraversato un annus horribilis che avrebbe dovuto consigliare a chi di dovere scelte diverse, si è  ritratto dall’unica battaglia politica – quella del referendum – che avrebbe potuto certificarne la statura e la capacità di leadership e sembra ancor oggi essere un personaggio in cerca di autore che si caratterizza, per stile, atteggiamenti e proposte, soprattutto come un politico meridionale, figura che ritorna sulla scena politica dopo decenni di assenza e che difficilmente troverà consensi a nord del Tevere, trasformando probabilmente il movimento in una sorta di Lega Sud.

Alla fine di tutto rimane il rammarico per una forza in cui avevo creduto e che poteva contribuire non poco al rinnovamento etico, politico ed economico di cui il Paese necessita. Il 2017 si è aperto come anno di incertezza e rischi e volge al termine in modo più sereno ma i problemi sono tutti lì: debito, euro, PIL, occupazione, immigrazione, legalità, efficienza ed efficacia del sistema pubblico. Tutti temi su cui una forza nuova e coerente, motivata e propositiva poteva cimentarsi con successo, offrendo ricette nuove ed eterodosse da cui trarre consenso. Invece abbiamo un movimento forte ma vuoto e statico che prende voti da soggetti posti al margine del sistema a cui, apparentemente, offre proposte di maggiore omologazione e consolidamento del sistema stesso e che forse mira addirittura ad un depotenziamento che lo tenga lontano da tentazioni ed opportunità di governo. Una contraddizione che dovrà essere verificata alle prossime elezioni che potrebbero dare luogo ad un afflusso di personale politico nuovo che dovrebbe essere attentamente selezionato e che rappresentano l’ultima chance del M5S di tornare a contatto con la sua mission originaria e di svolgere un ruolo utile per gli italiani tutti e non solo per “i magnifici ragazzi”.

 

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