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Politica Europa

Passato e futuro

310x0_1506918568509.GettyImages_856135932Alle 10 di mattina, per caso, accendi la TV e vedi plotoni di soldati vestiti di nero, con caschi, scudi e manganelli, intenti a spintonare persone, abbattere transenne, sfondare porte, contenere manifestazioni e, più tardi, manganellare e sparare proiettili di gomma grandi come mele. Rivengono in mente le scene di tanti anni fa, piazza Tienanmnen, Alexanderplatz, Bucarest, o addirittura la Casa Rosada e Plaza de Mayo. Ma siamo qua, nell’Europa pretesa civile, democratica, non violenta, imbelle, unita. Siamo in Spagna.

La Spagna ha incontrato ieri i fantasmi del passato e quelli del futuro. Il nome che gli uomini vestiti di nero portavano sulle spalle era quello della Guardia Civil, la polizia creata da Franco e che un ruolo importante ebbe nel garantire al paese 40 anni di fascismo. Barcellona ha rivisto, anche se su scala minore, un remake del 1936 quando il contrasto fra monarchia e repubblica, autoritarismo e democrazia, conservazione e progresso, trovò plastica rappresentazione nel conflitto fra Madrid, monarchica e franchista, e Barcellona, repubblicana ed anarco-socialista. L’identità di Barcellona e della Catalunya, che ne rappresenta il mero hinterland, che giustifica la richiesta di indipendenza, non nasce al tempo della Reconquista o della faida fra castigliani ed aragonesi o della conquista del nuovo mondo ma è molto più recente. Anche se i fatti di ieri non sono paragonabili, per gravità, all’Alzamiento franchista, è sconcertante che nel 2017, con telefonini, internet e televisioni ovunque, un governo democratico possa pensare che la soluzione ad una crisi politica nazionale sia rappresentata dall’invasione e dalla repressione degli avversari. Solo l’atteggiamento di non collaborazione posto in essere dai Mossos d’Esquadras ha evitato uno scenario in stile romeno con due polizie che, sparandosi addosso, avrebbero sancito ipso facto la separazione. In astratto Rajoy potrà anche avere ragione: ci sarà un articolo da qualche parte che legittima quello che ha fatto e del resto nessuno mette in discussione che il referendum era illegale in base alla costituzione iberica e privo di adeguate garanzie, un fatto politico e non giuridico. Ma se la consultazione era veramente e ad un tempo illegale ed inefficace, poteva semplicemente lasciarla svolgere per negare oggi la validità del risultato e perseguire le autorità catalane. Invece, cercando di impedirla, l’ha amplificata e le ha conferito la legittimità di cui mancava. Il richiamo alla legalità in questi casi ha un senso limitato che rimanda al totem che la Germania è riuscita ad imporre all’adorazione di tutto il continente, l’ordoliberismo, l’idea che ci sia un ordinamento giuridico che costringe e delimita la politica e quindi, in ultimo, la volontà popolare: è illegale uscire dall’UE, è illegale uscire dall’Euro, è illegale uscire dalla Spagna come ieri era illegale uscire dal Terzo Reich o abrogare la monarchia dei Savoia. È irrealistico pensare che questo sia un principio di natura perchè è la politica che da sempre determina l’ordinamento, non il contrario, e ieri ne abbiamo avuto la prova. I catalani hanno realizzato una provocazione a favore di telecamere ed i madrileni hanno abboccato con tutte le scarpe: quello che era un evento di incerto significato, esito e valore è stato sparato in diretta mondovisione e la secessione, se anche era in dubbio, adesso è partita e in qualche modo, in un po’ di tempo, arriverà forse prima ed oltre la volontà degli stessi indipendentisti che adesso non hanno margini di trattativa e devono dimostrare una stoffa ed una tempra di cui non abbiamo fino ad oggi prova alcuna. Complimenti comunque a Rajoy che entra nella lista dei grandi statisti europei che non capiscono una mazza insieme al Cameron della Brexit, alla Merkel dell’invasione mussulmana, a Hollande e Renzi. Si conferma, come tante volte detto, che l’élite politica europea è selezionata in base alla sua capacità di fare foto ricordo ed alla contemporanea incapacità di incidere sulla realtà: volendo evitare epigoni di figure come Franco, Hitler, Mussolini ma anche Stalin e Churchill, si preferiscono dei poveretti che oramai devono avere l’imprimatur non del popolo ma della tecnocrazia e che quindi sono degli ottimi yes people (bisogna essere sempre politically correct) ma non in grado di maneggiare situazioni importanti.

Detto che la Spagna versa in condizioni politiche, economiche e sociali critiche che nascono dalla crisi e dall’austerità conseguente che hanno portato a sommovimenti politici (ma tu guarda) che non rientrano negli stretti binari della correttezza european style, che la crisi del 2008 non è stata superata ma, grazie all’arroganza tedesca ed all’inanità degli altri governi, sta producendo frutti avvelenati semplicemente inconcepibili 10 anni fa, che la Grosse Koalition si conferma (anche questa una smentita di un preteso “principio” cinquantennale) il detonatore e non la soluzione dei problemi e che la Spagna ha un re travicello “così tanto moderno, signora mia, che ha sposato una figa borghese che lavorava” ma che brilla per assenza e non sfiora neanche lontanamente il ricordo giovanile (1981) del gaudente e puttanierissimo Juan Carlos che, vestito con la divisa verde oliva di capo di stato maggiore, parlava in TV ordinando (eh sì, così fanno gli uomini di polso) ai golpisti del Colonnello Tejero di rientrare in caserma, andiamo a parlare del futuro.

Perché Barcellona non è soltanto la città stuprata dal franchismo ma l’avanguardia di un fenomeno ormai evidente: l’alienazione delle metropoli cosmopolite dagli stati che le ospitano. È un fatto che la Brexit ha perso a Londra, la Le Pen a Parigi, AfD a Berlino, Trump a New York e Los Angeles e che quindi le grandi città hanno un orientamento, antropologico prima ancora che politico ed economico, diverso ed opposto a quello dello stato di cui spesso sono la capitale. Londra dovrà fare i salti mortali per mantenere un ruolo nel mondo della finanza che chiede apertura e mobilità invise alle campagne ed industrie della provincia inglese come pure la California informatica si dichiara secessionista rispetto alle leggi federali sul contrasto all’immigrazione araba e potremmo continuare. Barcellona, a partire dalle olimpiadi del 1992, è entrata nel novero di queste “cosmopoli” che vivono di realtà avanzate (finanza ma anche tecnologia, creatività, innovazione) e, in ultima analisi, di risorse umane che devono essere lasciate libere di andare e venire ma soprattutto di viverci in modo libero e coerente con la loro identità. Da qui l’adesione totale ai dogmi della globalizzazione e del relativismo e lo iato che si è creato con il resto dei loro paesi, non a caso descritti come abitati da vecchi arretrati, ignoranti e chiusi, con il paradosso che lo sforzo di modernizzazione civile e sociale compiuto dalla Spagna, evidentemente insufficiente per i catalani, trova pochi confronti nel resto del mondo.

È il frutto della globalizzazione che rende dannosi gli stati nazionali: se in passato, con la rivoluzione borghese del ‘700 e ‘800, l’ ampliamento dei mercati seguiva quello dei confini – con la formazione di grandi stati prima e con la colonizzazione poi – adesso prescinde totalmente da esso: il mondo, da un punto di vista economico e salve poche eccezioni, può essere già considerato un unico stato dove la libertà di commercio e impresa è ampia e garantita. I grandi stati “nazionali” inglobano realtà diverse il che, in cambio di un mercato ampio e di maggior protezione, impone prezzi in termini di frustrazione delle identità specifiche, mediazione politica e trasferimenti economici continui per mantenere in piedi questi grandi moloch e conseguenti sistemi burocratici e di controllo. Ma se la libertà economica prescinde dagli stati, perché continuare a mantenere in piedi questi apparati così pesanti, costosi ed inefficienti e non, invece, creare unità politiche più piccole ed omogenee, snelle ed efficaci in quanto sostenute dall’adesione motivata dei cittadini, garantite nelle loro prerogative non dalla Guardia Civil del caso ma da un sistema di leggi internazionali globaliste? Del resto le success stories europee vanno in questa direzione: Irlanda, Svizzera, Lussemburgo,  piccole realtà omogenee e specializzate che si sono proiettate su uno scenario globale. Ed in questo senso vanno le istanze secessioniste in corso in Europa, dalla Scozia alle Fiandre. È una spinta a secedere che trova la sua base nell’identità nazionale ristretta ma in vista di un’apertura al mondo che collima con i principi della globalizzazione ed è prevedibile che presto interesserà anche quelle realtà che della globalizzazione sono il frutto – le metropoli cosmopolitane – la cui identità non ha radici nei secoli passati ma nel comune sentire odierno dei suoi abitanti, non a caso “cittadini del mondo” che condividono simboli nuovi, come il Barça, impostisi negli ultimi anni. Gli indipendentisti legittimano una xenofobia politicamente corretta, rivolta a gente che parla un dialetto leggermente diverso, mentre si aprono senza mezze misure ad immigrati islamici che li massacrano e che non sono minimamente in grado di controllare. Si sottovaluta probabilmente il fatto che queste città sono grandi anche perché espressione di paesi grandi che le hanno protette e che su di loro hanno investito facendone “campioni nazionali” e che difficilmente “città libere” e “regioni-stato” potrebbero sopravvivere a venti di guerra, come del resto il recente attentato dimostra platealmente. D’altro canto si pensa che questo quadro di riferimento possa essere rappresentato dall’UE che, non a caso, viene vista come il primo obiettivo dei secessionisti. La stessa UE che si trova, ulteriore conferma della sua crisi devastante, di fronte all’ennesimo bivio: se la frammentazione dei grandi stati del sud porterebbe vantaggi immediati (meglio trattare con la Catalunya, la Corse, il Lombardo Veneto) sarebbe tuttavia l’anticamera della sua fine per i problemi di coordinamento di decine di staterelli irredentisti e pieni di sé e perché la spinta globalista dei suoi nuovi aderenti renderebbe presto obsoleta anche la sua presenza e struttura. Del resto qualcosa di simile sta già accadendo in est Europa: i nuovi partner nati dal comunismo, dopo solo 13 anni di appartenenza, hanno già preso ampiamente le distanze politiche sui migranti mentre nessuno dice che nella ex DDR, oggi, sussistono differenze politiche tali che, se si volesse prescindere dalle estreme AfD e Linke, occorrerebbe una Grosse Grosse Koalition che inglobasse tutto l’arco costituzionale dai verdi alla CDU. Senza contare che, se i catalani hanno diritto a staccarsi dalla Spagna perchè più moderni, rimane difficile negare lo stesso diritto agli antiquati abitanti russofoni di Donbass e Crimea. Resta il fatto che gli stati sono adesso posti di fronte, ufficialmente e inopinatamente, al tema della loro sopravvivenza con tutto ciò che questo si porta dietro a livello politico, economico (i debiti chi li paga e con cosa?), diplomatico e militare (quante divisioni ha il Barça?): problemi inusitati e resi più ardui dall’atteggiamento ambiguo dell’Europa. Problemi enormi non alla portata degli gnomi di Bruxelles e quindi, nel mentre, meglio tacere. Ieri Junker è stato zitto: la tradizionale sbornia domenicale questa volta è caduta a fagiuolo.

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