//
stai leggendo...
Politica Europa, Politicamente scorretto

Austria felix

download (1)Le elezioni austriache presentano alcuni elementi di novità rispetto a tutto quanto accade, a livello politico, nel continente. La destra anti immigrazionista avanza ma non sfonda (come in Olanda, Francia e Germania), rimanendo lontana dai sondaggi dello scorso anno ma crescendo comunque di 4/5 punti. Molto dipenderà anche dal famoso “voto postale” che interessa quasi il 10% degli austriaci e che già lo scorso anno si è dimostrato come un elemento estremamente opaco che ha inquinato i meccanismi democratici di quel paese  (nda: i dati finali comprensivi del voto postale non cambiano il quadro generale con un forte avanzamento di OVP e FPO ed una stasi dei socialisti, il che getta ulteriore ombre sui risultati dello scorso anno che sovvertirono il voto diretto a favore di Hofner). I partiti “corretti” uniti nella Grosse Koalition perdono voti (come in Spagna, Olanda, Germania) soprattutto a causa dei socialisti che realizzano, tanto per cambiare, il peggio risultato della storia recente come in Grecia, Spagna, Olanda, Germania. I moderati vincono e avanzano ma facendo ampiamente proprie posizioni, argomentazioni e toni della destra “populista”: questo era già avvenuto in Olanda e, parzialmente, in Germania dove non solo la Merkel aveva provato, poco convintamente, a riposizionarsi a destra ma anche l’Union poteva beneficiare del fianco destro presidiato dalla CSU. La conversione a destra della OVP appare tuttavia molto più profonda e convincente, non un escamotage elettorale ma una scelta strategica che potrebbe portare ad un governo di destra con la FPO che non sarebbe una novità assoluta per l’Austria ma rappresenterebbe una prima volta europea a partire dal 2015 della grande invasione islamica. Appare un leader giovanissimo che tuttavia non partecipa alla narrazione retorica che vuole i giovani istruiti e cosmopoliti naturaliter schierati a sostegno del politically correct contro i vecchi bifolchi ignoranti e stupidi (e impoveriti) che votano per Trump, Le Pen, Farage: Kurz sfata la retorica costruita attorno a Trudeau e Macron, di cui rappresenta un possibile antagonista anche a livello mediatico, e si schiera di fatto con le tesi sovraniste e nazionaliste. I Verdi, gli ultras del terzomondismo immigrazionista, dopo avere fatto eleggere con brogli e maneggi il loro presidente, escono dal Parlamento a conferma che il vento politico, e non solo, è cambiato. In Austria si realizzerà anche, probabilmente, la convergenza fra destra moderata ed estrema ma su posizioni politico culturali più vicine a quelle di quest’ultima, dando fiato all’esperimento italiano di FI+LN finora isolato in UE e comunque meno definito in termini politico-programmatici. L’Austria si avvicinerà probabilmente al blocco di Visegrad ricostituendo un’inusitata alleanza post asburgica e sancendo la tripartizione europea rispetto ai problemi economici ed immigrazionisti degli ultimi 10 anni: l’abbandono (Brexit), la chiusura (Visegrad), il caos (Europa occidentale).

Le elezioni della Marca dell’Est completano quelle tedesche evidenziando problemi di governabilità che, pragmaticamente, verranno risolti con un’alleanza fra simili. In Germania la Merkel si è mossa subito per dire che la soluzione più logica – che per il suo paese sarebbe un governo CDU-CSU-AfD-FPD  molto più omogeneo di quello “giamaicano”- non è quella più giusta e che l’Austria non ha niente da insegnare. Mutti, sconfitta anche in Sassonia dal redivivo Schultz, appare improvvisamente invecchiata, costantemente perdente, fuori dal vento politico che sta portando a maturazione i cambiamenti iniziati con il suo folle errore del 2015 quando, senza preavviso, spiegazioni né motivazioni chiare, fece percorrere l’Europa centro meridionale da un corteo di 1 milione di immigrati islamici di cui non si sapeva niente: chi fossero, da dove venissero, per fare cosa. Quell’invasione ha avuto effetti politici sui paesi attraversati (tutti ormai schierati a destra ed euroscettici), sugli immigrati che, imbaldanziti e forti della loro ignoranza (gli immigrati islamici hanno mediamente 2,5 anni di istruzione) hanno pensato che l’Europa fosse pronta e, forse, desiderosa di farsi dominare da loro avviando la stagione del terrorismo, e sulle istituzioni europee che, avendo non difeso i propri popoli ma invocato e legittimato l’invasione, hanno perso qualsiasi credibilità nel loro sforzo di farsi stato. Il governo “Jamaica” della Germania è un esercizio numerico che nasconde differenze politiche enormi, non è altro che un ponte per arrivare, in un paio d’anni, a nuove elezioni che avranno soprattutto lo scopo di chiudere la lunga, troppo lunga, era Merkel.

La crisi immigratoria, parte di un più complessivo problema di rapporti dell’Europa con il mondo, con se stessa e con la sua storia, è ormai un fatto politico conclamato ed evidente. I partiti “xenofobi” appaiono ormai un dato costante e duraturo dello scenario politico, con una consistenza ovunque attestantesi attorno almeno al 20% ed una mission chiara (contrastare l’invasione immigratoria) che li renderà protagonisti politici per tutta la durata della crisi. Al contempo i partiti “corretti” di centro destra stanno ormai introiettando nelle loro piattaforme politiche tematiche che attengono alla chiusura delle frontiere ed alla protezione dagli immigrati: lo fanno per motivi tattici, leggi mantenimento del potere e gestione della nuova narrazione, meno per scelta strategica, ma lo fanno. Soltanto i socialisti, fra le forze storiche che hanno conformato la politica europea, pur a prezzo di enormi sacrifici in termini elettorali e di potere, sembrano ancora restii a sfuggire all’ideologia politicamente corretta che hanno adottato in luogo del marxismo sconfitto alla fine degli anni ’90 e di cui l’apertura totale ed indiscriminata delle frontiere sembra essere la trave portante. Questi partiti stanno pagando un tributo enorme per questa causa accettando drammatiche perdite elettorali.

E’ poco comprensibile come mai partiti che hanno un secolo e  più di storia, che hanno contribuito attraverso lo sviluppo dell’ideologia marxista ad influire profondamente sugli assetti di politici ed istituzionali e sulla cultura degli stati europei, siano disponibili ad immolarsi sull’altare di scelte che discriminano i loro cittadini e potenziali elettori a favore di stranieri a cui si pretende di attribuire il diritto di varcare i confini, di installarsi, di condizionare lo sviluppo civile e culturale delle proprie società in funzione di religioni, ideologie, scelte politiche retrive ed arcaiche. Al netto della pretesa, ingiusta ed ingiustificata, di essere sostentati a tempo indeterminato a spese dei contribuenti europei, il modello di società che questa gente ha in mente è ben chiaro. Non dobbiamo fare sforzi di immaginazione per capirlo, basta guardarci intorno, vedere quello che accade in Medio Oriente, Nord Africa, Africa nera, Asia, ovunque la “civiltà” mussulmana non ha trovato la sua Lepanto locale e ha vinto. Paesi che, nonostante le ricchezze naturali enormi di cui dispongono, e che l’Europa segnatamente non ha, sono economicamente sottosviluppati, arretrati tecnologicamente e solo in qualche caso e situazione hanno trovato redenzione nella rendita petrolifera. Paesi dove la democrazia non ha mai attecchito, dove vigono il terrorismo, la malvivenza, la violenza, il disordine, la disuguaglianza, la discriminazione, la schiavitù, in cui l’individualità non esiste perchè è sopraffatta da una religione che è ad un tempo ordinamento giuridico, programma politico e manuale di vita quotidiana ma è surrogata da un coacervo di identità religiose minoritarie costantemente in lotta l’una con l’altra e che si identificano più per la diversità rispetto agli altri che per i propri requisiti intrinseci. Paesi in cui le donne sono schiave e discriminate e si pratica la pedofilia matrimoniale. Paesi che non riconoscono lo stato come forma suprema di organizzazione sociale e si lacerano in conflitti fra tribù, clan, milizie come nel nostro medioevo. Paesi dove il “diversamente”, mantra sempiterno e onnipresente  del politicamente corretto, semplicemente non esiste perché la diversità non è ammessa rispetto al format del “sottomesso” che esclude le donne, i gay, i disabili, gli stranieri, gli infedeli. Paesi dove quindi tutto quello che il politicamente corretto aborre – il razzismo, il sessismo, la xenofobia, la distruzione dell’ambiente – è invece la regola.

Modelli che dovrebbero essere schifati e rigettati ma che vengono proposti inopinatamente come nuova frontiera. I socialisti, e in generale gli alfieri del politicamente corretto, pretendono, all’apparenza incomprensibilmente, di imporre scelte che influiranno profondamente sul destino civile, politico ed economico dell’Europa e che di fatto sono discriminatorie per i cittadini dei loro paesi sia in termini economici che politici. Le popolazioni europee, con la loro identità, la loro volontà, le loro condizioni, il loro destino, sono state semplicemente estromesse dal dibattito politico, dall’elaborazione culturale, dalla narrazione mediatica, financo dalla predicazione ecclesiastica. Si giunge all’estremo di qualificare come razzismo l’affermazione dell’esistenza di uno specifico europeo fatto di razza, religione e civiltà mentre si spacca il capello in quattro per affermare il diritto degli immigrati, specie mussulmani, a perpetuare le loro usanze ed abitudini in un contesto in cui esse costituiscono, spesso, solo dei reati. Le popolazioni di un continente la cui storia data 2 millenni, che hanno raggiunto livelli di civiltà, cultura, sviluppo etico e tecnologico, organizzazione sociale, valori politici, sviluppo economico che rappresentano il culmine dell’evoluzione umana, che a loro stesse ed ai propri valori hanno improntato il resto del mondo, anche laddove la colonizzazione non è arrivata,  sono rappresentate, quando va bene, come un incidente della storia e, quando va male come nella recente campagna Antifa americana, come orde di selvaggi assassini macchiatesi di qualsiasi misfatto perpetrato a seconda dei casi contro altri popoli, altri sessi, altri essere viventi.

Come reazione si vaticinano soluzioni “politically correct” che prevedono semplicemente, in tutti i campi, la distruzione della “normalità” come si è andata configurandosi dal Medio Evo in poi, una normalità che si basa su una popolazione etnicamente bianca, di matrice quasi totalmente cristiana ma al contempo fortemente, laica, ampiamente eterosessuale, con una cultura improntata ai principi della solidarietà combinati con la responsabilità individuale: concetti che vengono tutti, indistintamente, incessantemente, virati in negativo per alimentare un enorme senso di colpa che dovrebbe portare la popolazione europea ad accettare supinamente, come in un enorme olocausto espiatorio, la propria distruzione, un destino mai neanche ipotizzato per chi crimini li ha commessi realmente come le popolazioni della Germania nazista, della Russia comunista, del Sudafrica razzista. Mentre si susseguono appelli di solidarietà per popolazioni minime sparse per il mondo – non ultima la nuova frontiera papale degli indios amazzonici – si persegue serenamente l’obiettivo dell’annichilimento di una popolazione di mezzo miliardo di persone che, costituendo una minoranza nel mondo ancorchè un’ampia maggioranza a casa sua, dovrebbe essere chiamata ad accettare passivamente il destino infame della diluizione e dell’assimilazione da parte di altre popolazioni, certo più numerose e giovani ma alquanto più incivili. Ed il rifiuto di tale destino viene chiamato “razzismo”  come se non si fossero rovesciati – purtroppo – i ruoli rispetto all’800 della della colonizzazione e non si fosse in presenza di un’invasione del nostro continente da parte di gente che manco aspira ad espropriarci dei nostri beni (del resto loro ne avrebbero di ben maggiori) ma solo a farci lavorare come schiavi per il loro mantenimento. Razzismo per definire l’autodifesa, xenofobia per criminalizzare un sentimento che, ripulito da moralismi, risponde semplicemente alla razionalità.

La mistificazione indotta dalla cultura e della comunicazione è totale. Si parla di società multietnica per alludere alla sostituzione dei popoli bianchi con gli immigrati, di società multiculturale per nascondere la distruzione della cultura europea, di libertà religiosa per condurre alla dittatura di minoranze omogenee e motivate, di ambientalismo per imporre il blocco dello sviluppo economico interno a vantaggio di altri continenti. Per converso si accusa di razzismo chi evidenzia le diversità con gli immigrati, peraltro già teoricamente insite nel concetto “corretto” di multietnicità, di xenofobia chi non intende sottomettersi alla dominazione di soggetti che più che stranieri sono alieni, di islamofobia chi contrasta una religione che è anche programma politico, modello di comportamento e ordinamento giuridico e quindi non può essere compatibile con i “nostri” valori e sistemi, di nazionalismo (per non dire di fascismo) chi tenta di evidenziare l’esistenza di una specificità europea e nazionale che è meritevole di protezione e che non può essere buttata al macero del politicamente corretto. Si pretende di negare l’esistenza di confini e ordinamenti giuridici e di imporre agli stati evoluti e ben organizzati del nostro continente di dedicarsi non alla cura degli interessi dei loro popoli ma al soccorso, continuo ed illimitato, di stranieri arretrati e selvaggi. Si nega quello che è a tutti evidente, cioè che esiste uno specifico europeo che contiene in sé gran parte di ciò che di buono, bello, intelligente, giusto è stato creato al mondo. Si vuole imporre al cittadino medio, all’Average Joe della situazione, un pesante tributo fiscale (maggiori tasse e/o minori servizi) per il mantenimento di popolazioni che, al di là di ogni considerazione sulla loro reale attitudine economica e lavorativa, non sono in grado realisticamente di provvedere ai propri bisogni ed impongono oneri rilevanti per il loro mantenimento. Si demonizza una “identità” nazionale ed etnica che non è un feticcio ideologico arcaico e reazionario ma incarna il contesto sociale che definisce cosa siamo,  quello che possiamo fare, il modo in cui possiamo farlo, i nostri gradi di libertà,: in breve un’estensione della nostra individualità che sarebbe profondamente provata e modificata dalla sostituzione con un’identità diversa che non ammette cose oggi normali come – dette a caso – la birra, i cani, il bikini, la democrazia, la pace, la libertà individuale, l’uguaglianza.

Il politicamente corretto propugna una prospettiva politica che assomiglia al precetto biblico del “sudore della fronte e del parto doloroso” e che non può ragionevolmente essere proposta con speranza di incontrare consenso senza un supporto ideologico e propagandistico degno dei passati regimi comunisti. Informazione, cultura, media, sondaggisti show biz esercitano un condizionamento profondo sulle dinamiche comunicative dettando ossessivamente l’agenda politica, delimitando il campo degli argomenti da dibattere, delle posizioni da sostenere, del linguaggio da utilizzare. In particolare il giornalismo non è più una fucina di idee, non è più il cane da guardia del potere, non è più spazio di dibattito politico e di libertà ma è diventato megafono propagandistico come la Pravda e le Izvestia sovietiche, manganello ideologico per le posizioni avverse e produttore di concetti, posizioni, obiettivi “giusti e corretti” da imporre alla politica ed ai cittadini. Ne abbiamo avuto la prova nelle recenti elezioni americane in cui le fake news sono state diffuse dai primi cento giornali e da tutte le catene televisive (tranne una) che appoggiavano Hillary diffondendo notizie mendaci su Trump e sondaggi tanto fasulli da apparire surreali. Negli stessi termini il mondo dell’informazione ha operato in UK per la Brexit, in Francia contro la Le Pen con i media belgi che diffondevano, ad urne, aperte gli exit poll che davano Macron vincente, cosa che “curiosamente” non si è ripetuta con le recenti elezioni tedesche e austriache in cui stavano avanzando quelli sbagliati, ed in tanti altri casi. Anche le recenti elezioni austriache sono state salutate dalla stampa perbene con i soliti epiteti: la Repubblica ha denigrato Austria e gruppo di Visegrad definendoli “onda nera”, “blocco nero”, “neo-asburgici”, euro-egotisti, “staterelli affetti da chiusura mentale e politica di fronte al mondo che cambia” afflitti dai “fantasmi delle proprie immaginarie paure” come se il terrorismo, oltre ai rischi di snaturamento di cui sopra, fosse un parto della fantasia. Un disprezzo totale per le persone che vivono questi momenti in questi luoghi e che semplicemente vorrebbero salvaguardare se stessi e la propria identità, senza dimenticare che gran parte del sostegno a queste tesi deriva nientepopodimeno che da una riscrittura della dottrina cattolica operata da un papa stupido e ignorante che ha in odio Europa ed europei visti solo come colonizzatori e che si allea, 5 secoli dopo, con i mussulmani che il suo predecessore Pio V sconfisse a Lepanto: non a caso, l’identità europea è anche cristiana e non si può distruggerla senza ridefinire il Vangelo in modo grottescamente blasfemo come strumento di tutela e promozione dei “piccoli rettili”, dell’Amazzonia e della raccolta differenziata.

È miracoloso che, di fronte ad uno schieramento del genere, i partiti “populisti” siano riusciti a nascere e a sopravvivere, talvolta a prosperare, e che lo abbiano fatto in mancanza di una propria elaborazione ideologica compiuta, in mancanza di propri intellettuali organici visto che tutta l’intellighenzia è schierata, per convinzione o convenienza, dalla parte “giusta”, ulteriore pedina di quella deriva totalitaria che sta interessando le (ex) democrazie europee ed occidentali, dimostrandosi prima di tutto una risposta del basilare istinto di sopravvivenza di fronte ad una minaccia percepita come ben più che reale. Paradossalmente i punti più elevati del pensiero populista sono stati espressi da Trump con il discorso di investitura, quello sullo stato dell’Unione, quello di Varsavia e quello più recente dell’ONU. Concetti apparentemente banali (“sono stato eletto presidente degli USA e non del mondo”, “faccio gli interessi dei cittadini di Pittsburg e non di Parigi”, “l’immigrazione deve essere governata nell’interesse nazionale”, “occorre decidere se vogliamo salvare i nostri valori”) ma che nella loro semplicità appaiono oggi sconcertanti e sufficienti a sollevare il velo di ipocrisia malvagia che accompagna la narrazione politicamente corretta. Se il mondo della cultura e dell’informazione è ormai uno strumento totalitario monopolizzato del politicamente corretto, privo di audience come il calo delle vendite dei giornali dimostra ma ben supportato da fondi pubblici, fonte inesauribile di fake news e di slogan da ripetere all’infinito per coprire ideologicamente l’operato di governi traditori, fucina di concetti “giusti” che devono essere totalitaristicamente imposti ai popoli anche in mancanza di consenso, è stato il web il canale di diffusione delle altre idee miracolosamente sfuggito a coloro che lo avevano creato e pensavano di monopolizzarlo, in virtù di una delle tante contraddizioni del politicamente corretto che mette in contrasto il globalismo umanitarista con l’interesse economico privato degli imprenditori illuminati che in fondo vede nelle idee populiste solo uno dei tanti fattori di incremento del traffico: e non a caso la prossima battaglia non è più quella per la libertà di stampa, ormai illusoria, ma per la libertà di navigazione e pubblicazione.

Ed in effetti, passati i primi mesi in cui un certo afflato umanitaristico e sentimentale verso i migranti si è manifestato in forma genuina, le posizioni pro-imm stanno retrocedendo ovunque, anche in Italia, segno che queste tesi rispondono ad un basilare istinto di sopravvivenza di fronte ad una deriva che lascia immaginare disastri sin dal prossimo decennio. La lotta è difficile, il momento è duro, ma la speranza di continuare a vivere per quello che siamo non è ancora perduta.

Discussione

I commenti sono chiusi.