//
stai leggendo...
M5S, Politica Europa, Politica Italia

Soffia il vento

download

 

PONENTE

Solo il tempo ce lo dirà ma è probabile che il 1 ottobre a Barcellona sia davvero successo qualcosa. E non mi riferisco al referendum che, senza l’improvvido, goffo ed inutile intervento della Guardia Civil, avrebbe dato un risultato ambiguo e politicamente debole con il suo povero 42% di votanti e 36% di favorevoli alla secessione. No, quello a cui mi riferisco è il comportamento degli attori nel mese successivo. La debolezza, indecisione, ambiguità e, diciamolo pure, paura dei secessionisti di Puidgemont ha trovato il corrispettivo in un eccesso di forza dal lato madrileno che ha forse giocato a favore di una pattuglia di indipendentisti a cui mancava francamente tutto per portare a termine i presunti piani: carisma, consenso politico, capacità amministrativa, sostegno internazionale e delle élite economiche. Dall’altro lato il governo centrale ha dimostrato una compattezza disarmante: unità di intenti fra re e governo e fra questo e la magistratura, coesione nazionale dei popolari con socialisti e Ciudadanos che arriva a lambire anche Podemos, coesione con le forze economiche che, come un sol uomo, hanno abbandonato la Catalogna e, non ultimo, riposizionamento dell’UE che dopo le frasi di Junker del 14 settembre (e bisognerebbe cominciare a parlare delle caratteristiche di quest’uomo che forse “unfit” è lui e non Trump) esclude qualsiasi apertura ad una repubblica catalana in Europa. Vittoria tattica di Madrid che ha sposato una linea giustizialista basata su argomenti puramente giuridici e non politici, anche se ovviamente la scelta di giuridicizzare la questione è totalmente politica, e sconfitta della UE che, dopo avere flirtato con gli scozzesi in chiave anti Brexit, deve cominciare a fare attenzione a quello che può succedere negli stati membri. Perché se forse sarebbe golosa l’idea di avere una grande Germania attorniata da una pletora di staterelli di 5-10 milioni di abitanti, resta il fatto che la partita fra poteri europei e nazionali sta volgendo a favore di questi ultimi e la vicenda spagnola non potrà che rafforzare questa tendenza nell’immediato. La crisi catalana è un portato della crisi economica e del modo in cui è stata affrontata che ha dato la stura prima al populismo sinistro di Podemos e Syriza, poi a quello destro dei vari sovranismi e adesso addirittura a fenomeni di indipendentismo micronazionalista che proiettano le “democrazie” europee in una terra dimenticata da un secolo e apre la strada a paradossi, come le richieste di asilo politico, che si pensavano finiti con il collasso comunista. Del resto, se c’era una voglia di provare a mettere in crisi il modello dello stato nazionale, forse la Spagna era il candidato meno appropriato per fare un esperimento: dotata di una forte identità che risale alla “Reconquista”, di una tradizione unitaria di quasi tre secoli, di una monarchia nata con l’unificazione e garante della stessa, reduce da una guerra sanguinosa e da una dittatura, ricordiamolo, terminata in epoca moderna per abdicazione e non per sconfitta, i cui gangli sopravvivono nella democrazia e sono probabilmente alla base dell’accelerazione impressa dalla missione della Guardia Civil che altrettanto probabilmente è sfuggita al governo svegliandolo dal torpore che stava dimostrando, vittoriosa in una guerra di secessione ben più sanguinosa e feroce e, non ultimo, studente modello delle teorie rigoriste europee e vicinissima alla Merkel, la Spagna aveva tutto il diritto di essere lasciata in pace e rispettata ed anche i mezzi per sottrarsi all’esercitazione. Se la revolucion colorada di Barcellona è stata messa in stand by, probabilmente i segni dell’ambiguità UE rimarranno nei rapporti con questo grande paese che al contempo dovrà, nel futuro, adottare qualche politica economica più lassista che permetta di sedare lo scontento catalano che nasce dall’economia e dalla fiscalità.

La partita indipendentista si svolge su un filo pericoloso in cui i due contendenti, l’uno legato all’altro come gladiatori antichi, hanno entrambi da perdere. Barcellona è il prototipo del nuovo indipendentismo, quello delle cosmopoli cool, ricche e politicamente corrette che mal si trovano in compagnia dei buzzurri della provincia. Ma,  differentemente da Scozia e Donbass, la ricchezza catalana non è nascosta nelle viscere del mare e della terra, giacimenti di petrolio e carbone che possono benissimo essere nazionalizzati e militarizzati da un nuovo governo. La sua ricchezza, come per Londra, New York, Parigi ecc.,  proviene dalla sua natura di società moderna, aperta e tollerante che attira risorse dal resto del paese e del mondo nonché dal fatto di essere la porta di ingresso ad un paese ben più grande. Ammesso che la secessione non sarà un pranzo di nozze, essa non verrà gentilmente ottriata in virtù di principi astratti ma richiederà sforzi, sacrifici, impegno che si tradurranno in un deterioramento della città, della qualità di vita, del reddito. La fuga delle multinazionali è stata indice delle difficoltà che una città fatta di terziario avanzato, turismo e cultura incontrerebbe in anni di lotta dura, ancorchè pacifica, fatta di scioperi e manifestazioni quotidiane. Ma impoverendosi impoverirebbe anche Madrid che alla fine del suo avanzo fiscale beneficia abbondantemente e dovrebbe trovare nuove strade per mantenere le regioni depresse ed adempiere gli obblighi bruxellesi: troppa vittoria si tradurrebbe in una sconfitta anche per il governo.

La massima del vincere senza stravincere deve essere massimamente applicata in questo caso. Il modo in cui si sono trattati i catalani è stato tale da spostare il consenso a favore dell’indipendenza e le prossime elezioni dicembrine saranno la cartina di tornasole: al netto del divieto di partecipazione per i partiti indipendentisti, che ci rimanderebbe diretti al franchismo, una franca affermazione di questi ultimi vorrebbe dire che la questione catalana è diventata politica e che si protrarrà nel tempo anche indipendentemente dai pavidi e strampalati revolucionaros di questo Halloween.

GRECALE

Il vento di Nord Est ci porta il risultato delle elezioni ceche dove populisti ed estrema destra dilagano rendendo in confronto modesta l’affermazione, in Austria, della FPO e lo spostamento a destra della OVP che rompe il tabù della conventio ad escludendum verso i sovranisti. In Cechia la conventio colpisce, per motivi meramente matematici, i politicamente corretti visto che i socialisti, che erano al governo, prendono il 7% (settepercento). La RAI ci dice che la Cechia ha votato contro gli immigrati anche se lì gli immigrati non ci sono il che rende, paradossalmente, ancora più significativa l’affermazione sovranista: l’immigrazione fa così tanta paura ed i socialisti sono considerati talmente inaffidabili che si pensa che è meglio prevenire che curare e quindi asfaltarli prima che possano imporre un’apertura delle frontiere o uno ius soli. Il centro Europa è perso per la causa pro-immigrazione e del resto la politica sull’immigrazione ha distrutto, in soli due anni, il consenso e la fiducia di cui l’UE godeva presso le popolazioni native ed il senso di identità europeo che, nel modico tempo di quasi 70 (settanta) anni, era stato costruito a furia di fondi strutturali ed Erasmus. Ora  l’UE si trova in una situazione in cui la Gran Bretagna non c’è più, l’est è sovranista, il sud pende verso l’indipendentismo ed il nord è nel caos politico con Germania ed Olanda senza un governo ed il Belgio che gioca come sponda degli indipendentismi spagnoli. Sarà forse perché il capo, nel suo CV, ha solo l’incarico di Primo Ministro del Lussemburgo? Mah, ai posteri l’ardua sentenza.

TRAMONTANA

Il vento del nord riappare dopo 20 anni e riapre, in Italia, la questione settentrionale. Lombardia e soprattutto Veneto votano per una larga autonomia soprattutto fiscale e complicano vieppiù il quadro politico. Fra i due fa meglio il Veneto erede della Serenissima Repubblica piuttosto che la Lombardia ricca ma mai stata stato, segno che il passato non muore mai e che qualcosa della storia e dei caratteri dei popoli, come vediamo sempre più spesso in giro per il mondo, rimane e riemerge quando meno te lo aspetti. La Lega vince ma Salvini perde e lo fa non solo perché Zaia e Maroni gli offrono una polpetta avvelenata, spostando di nuovo in Padania l’epicentro politico del partito e aprendo una partita che a livello politico ed amministrativo durerà anni, impegnerà la Lega nella sua gestione ed evidenzierà le contraddizioni fra un’ambizione politica nazional-sovranista ed un bacino elettorale prevalentemente ed egoisticamente regionale, ma perché il buon Matteo la polpetta se la mangia di gusto appoggiando il Rosatellum che fa venire l’acquolina in bocca per la prospettiva di un cappotto epocale con il Nord dipinto di verde, il PD asfaltato ed il Berlusca ridotto a miti consigli. Per far questo ha rotto con la Meloni che gli assicurava, poretta, un’estensione a sud del Tevere che rappresenta, per la Lega, una barriera forse invalicabile. Salvini dimostra una buona dose di cinismo ma anche di ambiguità: sovranismo e federalismo, populismo e opportunismo, ribellismo delle parole e moderatismo delle alleanze che in Sicilia portano ad un calderone di centro destra a servizio dei lacchè di Forza Italia,  non stanno insieme facilmente se non nella favoletta che tutte le regioni dovrebbero essere autonome e tenersi il grosso del loro fisco con la conseguenza che Calabria, Sicilia e compagnia terrona, in deficit strutturale, sprofonderebbero nel terzo mondo in un giuoco di frattali che riprodurrebbe, in scala minore, il meccanismo deflazionistico che l’Euro impone a livello continentale e che la Lega aborre. Contraddizioni ed ambiguità che gettano ombre sulla genuinità e sostenibilità della linea politica di Salvini che, negli ultimi due anni, a discorsi, ne aveva indovinate molte.

OSTRO

Il vento del sud arriverà, si spera, domenica, con la vittoria 5 Stelle in Sicilia. Lasciamo perdere i limiti complessivi del Movimento che dovrebbero trovare chiarimento e soluzione in un grande dibattito interno. Lasciamo perdere che non so assolutamente chi sia Cancellieri. Lasciamo pure perdere che, a un certo punto, uno deve crescere e capire che la realtà è una cosa un po’ diversa dalla lezione di educazione civica in cui i capi di gabinetto pagano le multe e che l’onestà deve essere quella degli intenti e dei comportamenti per il bene comune e non può identificarsi nella santità dello scontrino e del verbale di chi non cede mai ad una tentazione minuta. La società e la dinamica politica siciliana ricordano più l’Africa o il MO che l’Europa ed è illusorio pensare che nessun consigliere pentastellato abbia mai ignorato una multa o non abbia un parente che di qualcosa si è macchiato nel rigidissimo codice deontologico grillino.

Però la sconfitta in Sicilia aprirebbe la porta ad una deriva consociativa e trasformistica a livello nazionale che, benedetta dal Rosatellum, arriverebbe a lambire la Lega. Non è questa la strada giusta ed è meglio interromperla subito. Il Paese ha bisogno di paradigmi nuovi, anche da scoprire strada facendo, che ridiano fiato e rappresentanza alla popolazione media, agli Averaje Joe, e che rompano quella cappa di conformismo e ideologia che coprono il coacervo degli interessi di casta che il caso Visco (giudizio sintetico: vergognoso) ha dimostrato esistere e coinvolgere anche la Presidenza della Repubblica.

Nel mentre noto che Di Maio ha cambiato passo: più presente, più incisivo, sfidando Renzi a singolar tenzone sembra avere capito che un Capo deve metterci qualche cosa di suo, intestarsi una – almeno una – battaglia politica e vincerla: la sua è quella che parte domenica e termina a marzo con le politiche. Il Rosatellum è un sistema modestamente maggioritario ed un partito che prendesse più del 30% potrebbe prendersi qualche soddisfazione. Dato per scontato il sud e perso il nord leghista, l’obiettivo dovrebbe essere il centro Italia in cui la retorica del voto di appartenenza identitaria al “Partito” sta venendo incrinata dai disastri dell’immigrazione, del terremoto, degli scandali bancari, del peggioramento della sanità. Qui si può veramente verificare uno scenario tipo Italicum con gli elettori di centro destra che potrebbero vedere nei candidati grillini i latori di un voto utile contro il PD, senza scordare che la nomenklatura PD è toscana e la voglia di farle pagare direttamente, con la bocciatura elettorale di Renzi e Boschi, tutti gli errori e le menzogne potrebbe essere forte ed indurre a turarsi il naso ed esprimere un semplice e viscerale voto contro. L’obiettivo è difficile ma non impossibile ed un Capo ad alti obiettivi deve mirare.

Siccome sono stato sempre critico verso di lui, non posso che compiacermi del cambio di atteggiamento a cui corrispondono maggiori responsabilità. Probabilmente Renzi dialetticamente è ancora superiore ma, come abbiamo sempre detto a Firenze per le nostre speranze viola, “il ragazzo cresce bene”.

 

 

Discussione

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: