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Politica internazionale

Anno I

downloadUn anno fa, a quest’ora, Donald Trump vinceva le elezioni americane. Il bilancio è oggi controverso, il giudizio complesso.

In primo luogo dobbiamo pensare a come sarebbe stato il mondo se avesse vinto Hillary: un mondo ormai arreso al politically correct in cui la politica sarebbe stata completamente prona al sistema di poteri non democratici (a partire dall’amministrazione, compresi i servizi segreti, per proseguire finanza, multinazionali, giornalismo, magistratura, organizzazioni internazionali, ONG, e quant’altro) impegnati a conformare il mondo alla loro visione ostile e discriminatoria verso i cittadini normali ed a favore di tutti gli -ismi dello scibile umano: immigrazionismo, ambientalismo, islamismo, genderismo, pauperismo (solo per gli Averaje Joe). Tutte opzioni ideologiche fasulle, svelate dagli scandali pedo-sessuali che stanno travolgendo la Hollywood delle attrici che a gennaio si stracciavano le mutande contro il tycoon perché aveva dichiarato, nel 2004 ed in un colloquio privato, che gli piaceva toccare la passera alle donne, vizio sicuramente maledetto ma purtroppo condiviso con miliardi di maschi etero. Solo questo ci fa benedire l’8 novembre 2016 in cui The Donald, vincendo, ha allontanato e attenuato queste minacce.

Se parliamo di Trump, molto di quello che ha promesso non l’ha fatto (muro col Messico, abolizione Obamacare, riforma fiscale, dazi a Cina ed Europa, appeasement con la Russia) e molto gli hanno impedito, o  cercato di impedire, di farlo (controlli su immigrazione e diritto di asilo). Fra i successi il muslim ban, alla fine passato al vaglio della corte suprema, la stretta sull’immigrazione, i limiti all’aborto ed il ritiro dall’assurdo accordo di Parigi sul clima che condanna l’occidente al sottosviluppo. La svalutazione del dollaro verso Euro (-10% dal 20 gennaio) e Yuan (circa 4%) è un modesto surrogato dei dazi doganali. A livello internazionale ha ampiamente ripreso il filone tradizionale degli USA guardiani del mondo, ripudiando parte delle sue promesse elettorali ma anche ridando un ruolo agli USA dopo il drammatico ottennio obamiano in politica estera. Il bluff con l’Europa ha evidenziato tutti i limiti e le criticità del vecchio continente, accentuando le crepe che segnano la costruzione europea. Non ultima, la sua presenza ha influito sulle elezioni dei vari paesi dove ormai la presenza politica populista è consolidata e costante.

Il polverone sul Russiagate ha visto varie fasi: all’inizio presentato come un’intromissione di hacker russi nei sistemi informatici elettorali, inverosimile nel paese di Apple, Google e NSA, poi è stato derubricato a controinformazione via social media ma su dimensioni insignificanti. Si dice che siano stati pubblicati 23 milioni di post su Facebook visti da 146 milioni di americani: e allora? Quanti americani e quante volte hanno visto e sentito le fake news a favore della Clinton spacciate dai primi 100 giornali americani e da tutte (tranne Fox News) le catene televisive? Bastasse qualche post a decidere le elezioni, i politicamente corretti non perderebbero mai. Però la spada di Damocle dell’impeachment pende sempre sul capo di Donald, lo logora e lo condiziona. Altro limite è stato quello della scelta dei collaboratori, molti dimostratisi infedeli o inadeguati.

Guardando i sondaggi di Rasmussen Report, l’unico sito che ha sempre considerato in corsa Trump quando gli altri dicevano che Hillary aveva 14 punti di vantaggio e neanche il voto di Melania era sicuro e che quindi penso sia affidabile, Trump mantiene un consenso basso ma stabile da mesi attorno al 42-43% e i Rep hanno vinto tutte le suppletive che si sono svolte. La base elettorale sembra continuare a sostenerlo e ha trovato una quadra con i militari che, al prezzo del ciaone a Putin, sembrano essere ormai l’architrave del suo mandato. Anche a livello di servizi segreti qualcosa sta cambiando. I wikileaks sono sempre stati un metodo per fare la cernita fra buoni e cattivi e dare input a chi di dovere per attivarsi contro i secondi. Nella prima ondata i cattivi erano Putin, Berlusconi, Gheddafi, Mubarak ma non gli israeliani, i cinesi, i giapponesi. Nei Panama Papers uscì il sempiterno Putin (per interposta persona) ma anche Cameron, inviso perché aveva concesso il democratico referendum che ha portato alla Brexit. I Paradise Papers mettono fra i cattivi molti politically correct come Trudeau, Madonna e Bono e addirittura Soros: forse che il manovratore è cambiato, come anche il casino di Hollywood lascerebbe supporre?

Questo primo anno ha dimostrato i problemi che la democrazia incontra nel suo paese faro. Il Deep State ha ingaggiato una lotta senza esclusioni di colpi con il presidente eletto cercando, con tutti i mezzi, di impedire l’espressione della volontà dell’elettorato, quasi un golpe bianco. Il rischio dell’impeachment è stato probabilmente evitato con un accordo compromissorio ma quanto avviene è indice della gravità che la situazione ha raggiunto nel mondo occidentale e spiega molte dinamiche che si sono manifestate nei paesi minori, a partire dall’Italia. A questo punto la macchinazione è tanto scoperta da essere quasi inutilizzabile: si sa benissimo che le campagne mediatiche e giudiziarie contro un politico eterodosso non sono espressione di alti ideali e ansia di verità ma mere operazioni politiche di stampo golpista.

Paradossalmente il contributo di Trump è stato maggiore a livello intellettuale: i suoi discorsi di investitura, sullo stato dell’Unione, a Varsavia, all’Assemblea ONU hanno delineato, unico al mondo, un canovaccio di pensiero organico populista-sovranista da contrapporre all’egemonia culturale del politically correct. Concetti semplici ma completi sono stati enunciati come contraltare del sempiterno e oramai noioso tam tam di sinistra tutto volto a  colpevolizzare gli occidentali per i loro presunti crimini e ad auspicare la loro estinzione manu militari da parte di africani e mussulmani.

I Dem americani stanno ormai silurando Hillary e la sua corte e neanche Obama, complici limiti ed errori della sua politica ormai evidenti a tutti, sembra in grado di giocare quel ruolo attivo a cui, meno di un anno fa, si stava preparando. I Rep sono sotto assedio della componente Alt Right guidata da Bannon che imputa a Donald un’eccessiva moderazione. Bene o male questo anno di Trump qualche effetto lo ha prodotto, sia sul senso comune che sulle scelte politiche, insinuando dubbi su opzioni che 12 mesi fa sembravano scolpite nel marmo. L’impressione è che il mandato si concluderà e qualche altra novità la produrrà. Per la rielezione nel 2020 dobbiamo francamente aspettare.

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