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Economia e società, Papa Francesco, Politicamente scorretto

Beati i primi

download (1)L’Italia fuori dai mondiali di calcio replica un unicum avvenuto solo 59 anni fa ed inedito nella mia esistenza ultrasemisecolare scandita da ben 12 World Cup. Si completa un ciclo di declino iniziato subito dopo Berlino. Sarebbe facile dire che il crollo calcistico conferma quello complessivo del Belpaese, come se il calcio fosse sempre stato una cartina di tornasole del trend più generale. Se  questo è vero per le due coppe Rimet dell’era fascista che, bene o male, determinò la prima modernizzazione del Paese e l’inclusione delle classi inferiori nel mondo degli usi e costumi sportivi dell’alto ceto, il principio non trova conferma nei mitici anni ’60 del miracolo, caratterizzati da successi calcistici inversamente proporzionali alla crescita economica. Ritornata in auge, l’Italia calcistica, nei terroristici anni ’70, gli affluenti ’80 furono anticipati dall’epopea del Bernabeu e del Camp Nou mentre il declino successivo fu  introdotto dalla mediocrità, organizzativa e sportiva, di Italia 90. Il 2006 fu forse l’ultimo tentativo di resistenza di un gruppo che non sapeva, o non voleva accettare, che il vento fosse cambiato.

L’esclusione dai mondiali interrompe la scansione temporale biennale caratterizzata dall’alternanza di coppe del mondo e Olimpiadi. Pazienza, non muore nessuno, la prossima estate faremo qualche altra cosa, ma l’insuccesso questa volta non riguarda solo un gruppo di elitari milionari in mutande ma un intero movimento che non riesce a scovare un giocatore decente in un Paese dove ci sono derby anche in paesini di 5000 abitanti. La mediocrità della gioventù italiana si sostanzia anche in fenomeni sconcertanti come la rinuncia a perseguire obiettivi illusori eppure motivanti come la carriera di calciatore o quella complementare di  velina. E sono passati solo 5 o 6 anni da quando provini e casting erano un obiettivo della peggio gioventù, quella che sapeva che con il cervello mai e poi mai avrebbe potuto campare: una gioventù che si è fermata, che non crede più a niente, che non si impegna più su niente, cui è proposto un futuro di provvidenze familiari e statali.

Questi anni di crisi, con le loro derive ideologiche, hanno distrutto lo sport come logica prima ancora che come settore. Lo sport normale, con le sue caratteristiche di salute, fisicità, competizione e agonismo, era tutto il contrario di quanto professato dalla pervasiva ideologia politicamente corretta: troppo fisico ed intellettualmente povero, troppo ricco, troppo competitivo, troppo individualista, troppo intriso in certi ambiti di nazionalismo, patriottismo e financo superomismo, troppo incentrato sulla figura di atleti perfetti che offuscavano la diversità. Un’ideologia che aborre la normalità, fatta anche di normale salute fisica, non poteva che odiare un fenomeno che spingeva gli adepti lontano dall’adorazione delle diversità, fisiche, mentali e sociali. Ed allora via con una visione dello sport inteso solo come socializzazione, integrazione, inclusione, condivisione, in cui vengono banditi gli sport individuali e quelli di squadra sono piegati alla logica di noiose manifestazioni politically correct in cui normodotati ed handicappati fisici e mentali si passano la palla.

Niente di diverso da quanto osserviamo da anni commentando un’ideologia che aborre l’individualità e la normalità e ritiene che lo scopo della vita dei cittadini non sia quello di realizzare la propria esistenza esplicando le proprie passioni, motivazioni, ambizioni e talenti ma quello di essere arruolati in battaglie totalitarie, millenaristiche, universalistiche, per obiettivi che li prescindono per orizzonte temporale, incertezza, costi, rischiosità. E allora via il calcio e gli sport professionistici rozzi e scorretti e dentro le Paralimpiadi intrise di disgraziati che simulano quello che non possono o non possono più fare ma rappresentati, tanto per cambiare, come alfieri del futuro. Fuori Buffon e colleghi e dentro Bebe Vio la cui figura, al di là dell’umana pietà, è tanto sconcertante e raccapricciante che gli spot che la esaltano non lasciano manco intravvedere la sua figura, per non dire di quello che fa e sa fare, pochi movimenti con le protesi in una pantomima di duello schermistico.

Che lo sport sia fattore di integrazione e promozione degli handicappati, non si discute. Ma che tutta la sua logica ed il suo senso siano concentrati solo nell’integrazione e promozione degli handicappati, così come per altro verso dei migranti e dei socialmente svantaggiati, non è accettabile. Come accade in tanti altri campi, la retorica del “diversamente” sposta continuamente verso il basso la soglia della normalità, fino al punto da far considerare privilegiato chi semplicemente gode di una normale salute, e da appiattire, se non negare, le differenze individuali. Le diversità individuali, che sono la ricchezza del genere umano, vengono identificate sic et simpliceter con la disuguaglianza e come tali negate e represse. Ora, non c’è dubbio che la tutela e promozione dei portatori di handicap debba essere uno degli obiettivi delle civiltà avanzate, tanto è vero che l’handicap è sinonimo di vergogna nell’antiumana ed arcaica “civiltà” mussulmana, e che tali obiettivi non possono prescindere dall’integrazione. Ma è altrettanto vero che questa, l’integrazione, è la conseguenza e non la premessa di una società ricca, sviluppata e civile e che questa società non può essere creata se non si coltivano, valorizzano, promuovono e sfruttano le ricchezze dei talenti individuali, specie dei pochi che nei vari campi ne sono dotati in misura maggiore.

Invece la società attuale mira all’appiattimento, all’omologazione, alla mediocrità, favorisce prove “inclusive” in cui l’asticella è talmente bassa che tutti la superano ma che demotivano e mettono in fuga chi, da se stesso, vorrebbe trarre qualcosa di più. Tutto ciò a partire dalla scuola che procede al passo del più lento e che, con la teoria dell’inclusione e del “successo scolastico”, nega, medicalizzandola, l’evidente realtà che esistono persone che non sono fatte per studiare e le costringe a frequentare corsi da cui non traggono niente ma che, in un’autoreferenziale gioco di specchi volto a cercare doti dove doti non ci sono, mortificano docenti e studenti validi. Pensare di fare frequentare un corso di ragioneria ad un “discalculo”, di fare imparare poesie ad un “dislessico”, di far scrivere saggi ad un “disgrafico” significa solo creare un universo autoreferenziale fatto di “misure dispensative” e “strumenti compensativi” che deteriora il livello dell’insegnamento e dell’apprendimento, salvo svanire come neve al sole alla fine del percorso quando nessuno assumerà un ragioniere che non sa fare conti o un giornalista che non sa scrivere.

In questo lo sport svolge ancora una volta la sua funzione storica di strumento di consenso in regimi totalitari ma se nel fascismo, nazismo e comunismo sosteneva l’ambizione dei regimi di creare superuomini, in questi tempi di politicamente corretto il suo scopo è quello di mortificare e deprimere le potenzialità dei normodotati. E questo non avviene solo nello sport ma in tutti i campi della vita in cui la normalità delle ambizioni e potenzialità viene costantemente mortificata. Prova ne è il discorso a Genova di Papa Francesco dello scorso giugno in cui, con un ridicolo e strano accento sovietico, si è scagliato contro la “meritokràzia” che porta a premiare chi sfrutta i suoi talenti naturali di cui, secondo lui, gode senza merito. Senza considerare che le qualità innate non sono tutto ma devono essere valorizzate e sviluppate in un contesto che richiede anche doti caratteriali, intellettuali, coraggio ed intraprendenza. E che il successo di uno si trasforma, spesso, nel benessere di molti. Così pensando, occorre ipotizzare che Dio abbia previsto un inferno in terra per i migliori, costretti a sottostare ad un regime burocratico che ex ante li incatena e ad uno fiscale che ex post li priva dei frutti del loro talento.

I valori meritocratici erano scontati fino a 10 anni fa ma adesso vengono negati in vista di una civiltà che premia la mediocrità, l’ignavia (peccato fra l’altro mortale), la mancanza di ambizione e motivazione con l’obiettivo di tenere sotto controllo i pochi che potrebbero spiccare trascinando con se stessi tutti gli altri. Si pensa davvero che le grandi opere umane avrebbero potuto essere realizzate da individui poco dotati? l’America scoperta da tetraplegici?  L’Impero Romano condotto da malati psichici? L’Africa e le terre incognite esplorate da diversamente abili? Che la preferenza storicamente accordata a persone dotate di doti superiori, o anche solo normali, sia solo una scelta politica reversibile? Non scherziamo. Tutto il mondo che conosciamo e che si prende cura dei diversamente qualcosa è stato creato dai relativamente pochi che avevano qualità, metodo, ambizione e motivazione e che, nel progresso storico, si sono portati dietro tutti gli altri i quali, con le loro normali doti, hanno potuto seguirli. Proprio quello che vogliamo eliminare oggi. Il Papa nel suo discorso ha enfatizzato la figura del figliol prodigo e accusato il figlio fedele di essere un meritokratico. Peccato che il vitello grasso l’avesse accudito lui e che non ci sarebbe mai stato se la fattoria fosse stata affidata al suo consanguineo. E che non ci sarà mai più crescita e benessere e integrazione se continueremo a privilegiare chi non sa, non fa e non merita. La vita umana ha una dimensione materiale ineludibile che si declina inesorabilmente in termini di successo o insuccesso: vale nello sport come nell’economia e nella politica. Senza successo, senza risultati, non ci sono né diritti né integrazione, inclusione e quant’altro. Sarà crudo, sarà brutale dirlo ma prima si capisce, prima usciremo da questa situazione.

Magari questa batosta ci farà capire fino a che punto di declino, etico prima che economico e politico, siamo arrivati. Magari metterà in moto una reazione positiva a livello generale. Per adesso finiamola qui. A giugno andrò al mare. Voi godetevi pure Bebe Vio.

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