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Economia e società, Immigrazione, Politica internazionale

Trump’s Triplete

downloadIl fine settimana era iniziato male per Trump con la bufala “sicura”, in quanto data dall’ABC, del cerchio che si stava stringendo attorno a lui a partire dalla testimonianza di Flynn che lo accusava di avere avuto rapporti con diplomatici russi durante la campagna elettorale, violazione della “famosissima” legge Logan che, essendo solo del 1799, ben si attagliava alla situazione attuale e quindi rappresentava la prova provata dell’entente cordiale con Putin che era alla base della disfatta clintoniana.

Però la situazione è rapidamente migliorata nelle ore successive e ciò gli ha consentito di mettere a segno un bel triplete:

  • La notizia di cui sopra era una fake news, talmente fake da esser sgamata dalla CNN e da costringere la ABC a sospendere il giornalista per 4 settimane senza stipendio, manco avesse toccato il culo ad una stagista. La notizia fake news ha continuato a essere diffusa dai serissimi cazzari quotidiani italiani politically correct mentre bastava una breve occhiata al sito di USAToday per capire che negli States la vicenda era stata archiviata (probabilmente per carità di patria partito) a favore della seconda:
  • La seconda è che il Senato aveva approvato la riforma fiscale che abbatte le tasse sulle imprese al 20%, taglia le aliquote per tutti, dà un colpo ferale all’Obamacare eliminando l’obbligo di assicurazione per tutti. Per di più la riforma passa regolarmente con il voto compatto dei Rep ed anche con il voto del morituro McCain che non potrà più essere idolatrato come la Santa Maria Goretti dell’antitrumpismo;
  • Il terzo titulo è la fuoriuscita degli USA dall’accordo ONU sui migranti con la sconcertante affermazione che lo stesso “è contrario alla sovranità degli USA” e “non conforme alla politica americana nel campo dell’immigrazione”: per i politically correct, l’equivalente di una bestemmia in chiesa.

Da qui alcune considerazioni che riguardano Trump ed altre che riguardano noi.

Trump sta consolidando le sue posizioni. Ha avuto molti problemi fino all’estate, probabilmente ha pagato lo scotto di non sapere assolutamente in cosa si era infilato, ha peccato di inesperienza e nella selezione dei collaboratori, ha subito assalti all’arma bianca di media, attivisti prezzolati, magistratura, amministrazione, politicanti, ma in gran parte questi problemi sono del passato. La vicenda di Kim, probabilmente drammatizzata, ha consentito di riprendere in mano molti fili compresi quelli esiziali con esercito ed intelligence e con il Congresso: difficilmente si possono passare tre anni di sfida nucleare con un presidente dimezzato o impicciato, è una pura questione di sopravvivenza che ha indotto parte del deep state a più miti consigli. Anche a livello internazionale, al netto dell’allentamento del contatto proprio con Putin, ormai limitato a fortuiti incontri in ascensore, la sua posizione si è rafforzata con gli accordi con i sunniti, con gli asiatici, con Israele, con la non  belligeranza con la Cina. Solo in Europa gli USA trumpiani hanno perso capacità di egemonia politica ed ideologica ma al contempo gli strappi americani, a partire dal ritiro dal COP21, hanno evidenziato il carattere ideologicamente insostenibile delle posizioni europee a partire da quelle ambientali che hanno fatto naufragare il governo giamaicano della Germania. La sua opera di contrasto a tutte le centinaia di regole autodistruttive imposte dal politicamente corretto non può che suscitare simpatia: immaginiamoci l’orrore di un mondo clintoniano fatto solo di apologia di ambientalismo, immigrazione, islamismo, gaysmo. Il ripudio di questo accordo segue quello del COP21 e dell’UNESCO: un’opera incessante di destrutturazione del sistema di istituzioni e accordi sovranazionali che limitano la sovranità, e quindi la libertà, degli occidentali.

In questo quadro probabilmente il Russiagate sta sopravvivendo a se stesso, come spada di Damocle e monito per il futuro di un fuoco che può sempre divampare. La vicenda è sempre stata priva di contenuti minimamente precisi ed è stata lanciata per giustificare la sconfitta di Hillary e per condizionare Trump. Nel tempo ha assunto connotati variabili e cangianti: prima si ipotizzava addirittura un’alterazione dei dati elettorali nei server da parte degli hacker venuti dal freddo, poi si è passati all’attività di disinformazione e controinformazione diffusa da Russia Today e Sputnik tramite Facebook infine si sta trasformando nella ricerca di un contatto – illecito purchessia – fra Trump (o, meglio, il suo entourage) ed i russi. Contatto effettivamente avvenuto ma dopo le elezioni (quindi il loro risultato non è stato influenzato) e a spregio di una norma entrata in vigore quando a Firenze regnava ancora il Granduca, inattuale e quindi del tutto ignorata da tutti, Obama compreso. Del resto anche il lungo periodo di transizione fra presidente uscente ed entrante ha poco senso alla luce dei cambiamenti odierni e paragonato con il fatto che, per esempio, Macron è entrato in carica dopo 15 giorni e, di fatto, subito dopo le elezioni di giugno mentre Trump ha dovuto lasciare a Obama il tempo per nascondere atti e compiere azioni deteriori verso Russia e Israele.

La vicenda mantiene sul proscenio il tema delle fake news ma in termini del tutto diversi da quelli propagandati dal mainstream. Sempre più si scopre che le fake news (ergo le più tradizionali attività di censura, disinformazione, controinformazione e mistificazione) sono proposte non dai blog ma dalla stampa ufficiale che si sta piuttosto configurando come una fabbrica di “true lies”, falsità totalmente evidenti ma sostenute da un apparato mediatico enorme: il bacio di Andreotti a Riina, le armi di distruzione di massa di Saddam, il gas nervino di Assad tanto per dirne alcune. Internet ha assestato al mondo dell’informazione un colpo da cui non sì più ripreso. Il modello classico dell’informazione, non a caso enunciato con nostalgia da Marco Carrai,  era basato su un sistema di selezione delle notizie e delle opinioni centralizzato e verticale, unidirezionale ed incontrollabile: esattamente il contrario del paradigma internet in cui l’informazione è una commodity che nasce e circola in modo diffuso, orizzontalmente, bidirezionalmente e con un controllo non centralizzato ma diffuso. Questo modello ha spiazzato completamente i padroni del vapore abituati ad un rapporto strettamente organico fra fonti delle notizie (istituzioni, partiti) e mezzi di comunicazione. La stampa ha subito il processo di disintermediazione tipico di quasi tutte le attività umane ma oltretutto aggravato dalla dematerializzazione del suo servizio a cui non è riuscita a sopperire in alcun modo: insufficiente la pubblicità, fuori moda gli abbonamenti, non ha potuto più contare sulle risorse economiche necessarie per andare avanti. Da ciò la scelta strategica di cessare la propria funzione (peraltro più dichiarata e presunta che reale) di cane da guardia del potere per assumere quella di cagnolino da compagnia o, per meglio dire, di megafono tonitruante, totalizzante e ossessivo dell’ideologia politicamente corretta che si pretende di far passare nei paesi ricchi. Al contempo si è posizionata sul target di popolazione che aderisce a queste posizioni cercando di conservare i residui clienti con proposizioni appena più moderate di quelle da questi sostenute: numerosi studi dimostrano questa scelta di mercato. Come conseguenza la stampa ufficiale dipende sempre meno dai ricavi ordinari e sempre più da fondi statali, pubblicità e capitali provenienti da altri settori, come la vicenda del Washington Post comprato da Bezos dimostra. L’indipendenza della stampa indipendente è ormai un ossimoro, le posizioni politiche che propaga sono sempre più in contrasto con lo spirito di sopravvivenza delle popolazioni che non a caso viene criminalizzato con i peggio epiteti. La sua funzione non è più quella di indagare, scovare la verità, raccogliere e raccontare fatti ed opinioni, ma quella di dettare ai governi l’agenda politica (vedasi le sei leggi necessarie dettate da Repubblica), coprire provvedimenti imposti dai poteri forti ed indottrinare i popoli sul modello della Pravda di antica memoria.

Il web, con la galassia di social media, siti e blog, si è dimostrato la nuova frontiera non solo della libertà di stampa ma della stessa libertà di espressione e non a caso è nell’occhio del ciclone con proposte di “riforma” che mirano a controllarlo e depotenziarlo. L’Italia è al centro di questo tentativo con le prime pagine occupate da 15 giorni da vicende come quella del puerile fotomontaggio della Boschi ai funerali di Riina e della foto della bandiera della marina Guglielmina appesa in una caserma di Firenze (fra l’altro, le foto di sedi militari sono vietate). Come se l’Italia avesse bisogno di una legge liberticida del web e non di interventi sui terremoti, le banche, l’economia, l’immigrazione. Un tentativo liberticida e pure cretino se si pensa che l’apparato sovietico non riuscì a fermare i samizdat ciclostilati, figuriamoci un occidente dove le libertà sono costituzionalizzate e gli stessi new media affogano nei conflitti di interesse perché tutto quello che incide sulla pubblicazione riduce il traffico.

La riforma fiscale è un ulteriore paletto che segna le distanza con l’Europa. Probabilmente un secolo di presenza di partiti socialisti non può non segnare la differenza con un mondo in cui il marxismo è invece fuori legge. Quasi contemporaneamente alla riforma USA, l’Europa ha aperto una partita contro le big five dell’internet economy con lo scopo apparente di ridurre il gap fiscale con i commercianti tradizionali ma al contempo non pensa minimamente alla possibilità di utilizzare tali proventi per ridurre le tasse ai poveri cristi normali. Il fatto che la pressione fiscale sia ormai superiore al 50% è inteso, sovieticamente parlando, come prova dell’esistenza di altrettanta ricchezza da apprendere tramite tassazione. La scusa della tassazione come premessa del welfare state si scontra con la realtà di un ridimensionamento costante dello stesso in tutta Europa mentre le sacche di crescita sono limitate agli immigrati. Anche in questo campo l’Italia è avanti con un sistema fiscale non solo esoso ma pervasivo e opprimente. Il continuo richiamo all’evasione, ormai limitata ad un fisiologico 5-6% fatto di prestazioni brevi manu fra privati che probabilmente esistevano anche in URSS e di elusione di grandi soggetti multinazionali collusi coi poteri pubblici (vero Junker?), è la copertura ideologica ad una prassi di asservimento e di esproprio dei cittadini normali, degli Average Joe della situazione. Il fatto che 21 milioni di italiani abbiano pendenze con Equitalia, o quel che è diventata, e siano quindi ricattabili è il segno di come il fisco sia diventato lo strumento di un controllo di massa che esce dall’economia per dilagare in altri campi. Se la riduzione del peso fiscale, in termini economici e burocratici, concede ai cittadini maggiori spazi di libertà contro l’asservimento imposto dai regimi europei, in termini puramente economici il pragmatismo anglosassone di un tycoon non poteva non prendere atto del fatto che aliquote del 35% sono fuori dalla ragionevolezza in un mondo privo di barriere allo spostamento e che il connubio alti imponibili/alte aliquote in un mondo di libertà economica non è più realistico. Ovviamente in Europa il politicamente corretto impone politiche redistributive a gogo e quindi tassazioni estese e pesanti. Dopo avere perso la sfida tecnologica e quella finanziaria, l’Europa si accinge a perdere anche quella fiscale, vedremo gli esiti fra una decina di anni.

L’accordo ONU sui migranti appare essere la premessa del genocidio (economico prima, poi culturale e demografico se non addirittura fisico) dei paesi abitati da popoli bianchi. Esso legalizza ed istituzionalizza lo spostamento di popolazioni da un paese (ma a questo punto sarebbe meglio parlare di territori) ad un altro, senza limiti e senza bisogno di motivazioni, con l’obbligo dei nativi di accogliere e assistere senza limiti ed ovviamente con il divieto di porre limiti o disincentivi all’ingresso. Un accordo simile rappresenta la fine non solo della sovranità statale ma dello stesso concetto di stato in quanto fatto di sovranità, popolo e territorio. Esso pone a rischio la stessa sopravvivenza dei popoli bianchi impossibilitati a difendersi. E’ una questione esiziale per l’Europa ma soprattutto per l’Italia. Il flusso di migranti dalla Libia non si è fermato ma procede al ritmo di 5-6000 al mese con tassi di riduzione rispetto all’epoca pre-Minniti ormai pari a solo il 50% ed una proiezione annua orientata verso i 100.000 ingressi. Il governo PD non intende far cessare i flussi ma solo regolamentarli garantendosi un giro d’affari incrementale di almeno 1,5 miliardi che si aggiungono, anno dopo anno, a 5 attuali. Il costo delle migrazioni si sta rivelando sempre più insostenibile e verrà pagato con maggiori espropri tributi e minori servizi che stanno peraltro già incidendo sulla tenuta demografica e sociale del paese. Non si capisce perché si debba procedere sulla strada dell’accoglienza e integrazione invece di quella del respingimento con riconsegna al governo di Al Sarraj che, alla fin fine, è riconosciuto sia dalla Farnesina che dall’ONU.

La prossima legislatura dovrà intervenire seriamente sulla questione delle migrazioni che sono fenomeni demografici che riguardano intere popolazioni e che va distinta dall’immigrazione, individuale ed economica, che invece può essere positiva nella misura in cui si ammetta che un immigrato è qui per lavorare e che quindi deve andarsene qualora le concrete possibilità di occupazione siano venute meno, senza riguardo al percorso di vita svolto in Italia che lui sapeva sin dall’inizio essere precario. Questo principio deve essere applicato anche all’Africa: non accogliere chi vuole venire affidandosi a percorsi illegali ma chiudere chiaramente le frontiere ai clandestini ed aprire percorsi definiti di immigrazione a favore di soggetti (tecnici, imprenditori, dipendenti qualificati) che possano svolgere un periodo limitato di attività in Italia, trovare naturaliter occupazione e poi ritornare in Africa per portare là le loro competenze.

L’immigrazione è il catalizzatore dei tre temi affrontati da Donald nel week end ed è il fattore che determina il corto circuito dell’informazione della propaganda. L’apparato mediatico ufficiale è compattamente a favore dell’immigrazione incontrollata con un profluvio di argomentazioni (l’immigrazione è utile, è doverosa, è inevitabile) ed una varietà di toni che lascia basiti: quanti problemi (terremoti, banche, povertà) potrebbero essere risolti se ad essi si dedicasse lo stesso impegno. Dall’altra parte la teorizzazione è molto più modesta ed addirittura trova in Trump il massimo esponente con i suoi discorsi di insediamento, dello stato dell’Unione, all’ONU, di Varsavia e adesso con le dichiarazioni sul trattato ONU. L’argomento è che l’immigrazione incontrollata è contraria agli interessi degli USA così come di qualsiasi altro stato. Alla fin fine non esiste contraddizione fra i due fenomeni: il politicamente corretto ha bisogno di parlare molto perché il suo fine è ideologico, irrazionale ed antiumano, è contrario al semplice spirito di sopravvivenza delle popolazioni bianco-cristiane che si trovano a fronteggiare una minaccia esistenziale e che si vedono al contempo private financo del diritto di parola dalla stampa mainstream. Al contrario le tesi scorrette, che non trovano spazio se non su pochi giornali e su nessuna TV, dilagano nel web non come informazione ma come espressione e pensiero di coloro che ancora non si sono arresi. A marzo ci conteremo.

Aggiornamento delle ore 21.00: The Donald continua a dilagare: riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e approvazione del Muslim Ban da parte della Corte Suprema. Sempre più in sella!

 

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