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Immigrazione, Politica Italia

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downloadSe una manifestazione “antifascista, antinazista ed antirazzista” si tiene dopo una settimana di tira e molla, con la contrarietà del sindaco di Macerata e del ministro degli interni, con la dissociazione del PD e dei vertici dell’ANPI e dell’ARCI, in una città che la teme al punto che ha deciso di tenere chiuse le scuole, fermi i bus, serrati i negozi, che cosa è diventato l’antifascismo? Che cosa sono diventati gli antifascisti?

Non ricordo a memoria una manifestazione dell’ANPI che avesse un carattere così divisivo ed ostile. L’antifascismo è stato un tratto “naturale” della vita politica post II GM, un terreno di incontro largamente condiviso che nella I Repubblica coinvolgeva il 95-96% dell’elettorato (ma forse anche il 100% se si pensa che anche il MSI, per decenni, si è limitato a chiedere solo un riconoscimento umano per i combattenti repubblichini), un sentimento comune della stragrande maggioranza dei cittadini che mai ha pensato che il ritorno alla camicia nera e all’orbace potesse essere un progetto politico allettante. Analogamente non si è mai sentito di una manifestazione antifascista che si potesse considerare inopportuna in una città “che ha bisogno di respirare”. Segno che neanche l’antifascismo e gli antifascisti  sono più quelli del passato.

In un’epoca di narrazioni, il corteo di oggi a Macerata rappresenta una spedizione punitiva in una città che ha dimostrato di essere più sconvolta dall’omicidio di Pamela che dalla sparatoria di Traini e, comunque, di mettere i due fatti in relazione per cui se non ci fosse stato il primo, non ci sarebbe stato neanche il secondo. Una città che sfugge all’interpretazione politicamente corretta per cui l’omicidio è un fatto occasionale e la sparatoria un inizio di golpe. La manifestazione degli antifa è quindi un modo di riaffermare, dopo qualche giorno di incertezza e pudore, la classica narrazione “giusta” per cui il pericolo sono i fascisti e chi obietta all’invasione migratoria è automaticamente fascista. Gli antifa sono stati spiazzati dalla reazione alla grottesca azione di Traini: è sfuggito ampiamente alla percezione il carattere “Nazifascista” dell’azione (che, per inciso, ha prodotto per fortuna meno danni di quelli subiti da Pamela) vista invece come reazione naturale, e forse attesa, all’invadenza dei migranti ed al predominio degli stranieri nel campo del malaffare. Il poveretto ha tutti i caratteri precedentemente attribuiti ai terroristi islamici autori di attentati (disagio socio-economico e culturale, isolamento, emarginazione, problemi psicologici, autoradicalizzazione) ma, curiosamente, per lui non ci si è persi in analisi socio-psicologiche raffinate ed approfondite ma lo si è rubricato immediatamente e senza appello nella categoria dei “fasci”. Ma visto che questa interpretazione non ha sconvolto i maceratesi, oltre che i media, razzisticamente concentrati solo sull’omicidio della biondina e, al limite, intenti solo ai casi lori, allora questa manifestazione ha il compito di richiamare tutti agli ordini: i fascisti sono il pericolo, i migranti solo vittime e risorse, dobbiamo vigilare contro rigurgiti del ventennio in salsa moderna. Ma è un’iniziativa che si svolge in un quadro di totale isolamento politico: siamo lontani anni luce dalla capacità dimostrata da organizzazioni e leader di sinistra (penso a Cofferati ed alla marcia a difesa dell’art. 18) di interpretate il “sentito” di un popolo che andava ben oltre i recinti elettorali tradizionali. Niente di tutto questo nelle Marche: la marcia di Macerata è stata vista come un male necessario, come l’invasione di milizie antifa venute da fuori per vendicare l’affronto subito in una cittadina, nascosta ed impaurita, che l’ha vissuta come un male necessario.

Se la militanza antifa era logica dopo la guerra e fino agli anni ’70, epoca in cui le sciabole ancora tintinnavano e non si poteva escludere di tornare al ventennio o ai fasti di Santiago del Cile, gli anni ’80 hanno spazzato via qualsiasi ansia, ma anche timore, di ritorno al passato. Negli ultimi 40 anni l’antifascismo si è evoluto, come tutta la sinistra, nell’alveo del politicamente corretto e l’ANPI ed i partigiani hanno fatto la loro parte per delegittimare chiunque avesse idee diverse su come gestire differenze di classe, di sesso, di etnia, di reddito. Il tutto, va detto, in un ambiente sereno e patinato in cui le contraddizioni erano poche e non c’era grande problema ad essere xenofilo (con i concerti di Live Aid), omofilo (che tanto i gay erano macchiette che si emarginavano da soli), assistenzialista con il debito pubblico. Né si può ignorare il grande aiuto che gli antifascisti hanno dato al contenimento del berlusconismo.

Il problema dell’antifascismo è probabilmente quello del tempo che passa e che è passato, peraltro senza sciogliere molti nodi ideologici. Il fascismo è stato un blending di ingredienti che c’erano ai suoi tempi ed erano trasversali (autoritarismo, nazionalismo, imperialismo, colonialismo, militarismo) e che in parte caratterizzavano anche le democrazie europee che erano ben lungi dall’idea di rinunciare agli imperi e di naturalizzare i popoli colonizzati. Mussolini ci mise di suo guerra e leggi razziali (opzioni non inevitabili, diversamente da quanto declama Mattarella, se si pensa al parallelo regime franchista) ed andò a finire in quel modo. Ma il fascismo è stato un progetto politico che ha avuto un corso definito, con un inizio ed una fine, e che era figlio dei suoi tempi, non una filosofia malvagia che continua ad allignare ovunque ed in qualsiasi momento (quella, caso mai, è il comunismo). Gli elementi di cui si nutriva sono imperituri perchè connaturati all’essere umano ed alla logica dei gruppi che esso forma ma non ogni volta che si parla di interesse nazionale o di controllo alle frontiere si può chiamare in causa il duce. E oltretutto non si può fare un paragone fra un periodo in cui gli italiani andavano alla ricerca di imperi e quello attuale in cui viene ritenuto sconveniente fare i controlli alle frontiere: se prima eravamo invasori, adesso siamo invasi e le categorie ideologiche e politiche del dopoguerra devono per forza essere aggiornate. Completare queste riflessioni, fare pace con un passato che probabilmente non poteva che essere quello (lo stato liberale vagamente democratico era morto e l’alternativa, lo abbiamo capito dopo, era fra 20 anni di fascismo e 70 di comunismo), ricomporre un’unità nazionale riconciliata, sarebbe utile per affrontare problemi (non solo quelli migratori) che incombono e che potrebbero distruggere il Paese.

In ogni caso gli anni 2000 della grande crisi hanno profondamente cambiato il contesto e stanno fortemente mettendo alla prova l’equivalenza politicamente scorretto/fascista. Fatto sta che la narrazione per cui tutti coloro che sono politicamente scorretti sono anche “fascisti” sta cominciando a fare acqua: si può essere democratici e sinistrorsi, come il sindaco marchigiano e forse Renzi, ma anche cominciare a dubitare che un’immigrazione priva di regole e controlli rappresenti il prossimo “sol dell’avvenire”, analisi su cui molti ex elettori del PD sono ormai un pezzo avanti. Le contraddizioni di questo fenomeno stanno lacerando la sinistra ed il PD che, ormai dalla grande manifestazione sorosiana di giugno a Milano, è spaccato fra un’area realista (Renzi, Minniti, molti amministratori locali) ed una estremista (Gentiloni, Del Rio), senza scordarsi la ferita dell’ammutinamento dell’ANPI sul referendum renziano che probabilmente non verrà mai sanata. In questa divaricazione, l’ANPI sta trovando come compagni di strada gli squadristi rossi dei centri sociali il che spiega i timori di ordine pubblico che la “vera” ANPI non ha mai ingenerato.

Macerata irrompe nella campagna elettorale portandola sulla strada che tutti si aspettavano e che nessuno voleva intraprendere per primo. Se il 2013 fu l’anno della rivolta antieuropeista, non si poteva in alcun modo aspettarsi che il 2018 non fosse l’anno della rivolta anti immigrazionista. I primi venti giorni passati a parlare di favole (redditi di cittadinanza e di dignità, pensioni a gogo, riduzioni di tasse, ecc.) hanno lasciato il passo al leit motiv che ci condurrà al 4 marzo: non era pensabile che non accadesse visto che, ovunque, chiunque parla solo di immigrati. La questione immigrazione spacca il PD, spiazza Berlusconi, ammutolisce Di Maio, rilancia Salvini, fino a che punto e verso quale obiettivo lo vedremo fra 3 settimane. Ma evidenzia anche lo scollamento dalla realtà di tutto quel variegato mondo politicamente corretto che, fuori da qualsiasi processo democratico, intende imporre un genocidio culturale al nostro paese. Su questo un ragionamento va fatto riguardo alla magistratura.

Se era un atto dovuto accusare di omicidio volontario Eugenio Stacchio, benzinaio veneto reo di avere sparato alle gambe di un rapinatore per difendere una commessa, rapinatore poi morto non per le ferite ma per la mancanza di cure da parte dei suoi complici, era proprio necessario sgravare dalla medesima accusa, sin dall’inizio delle indagini, un nigeriano malvivente, pregiudicato, clandestino e spacciatore rintracciato con una donna sezionata in due valige? Ammesso che Pamela sia davvero morta di overdose, l’evento è stato istantaneo o ha dato luogo ad una sia pur breve agonia? Ed in quei momenti su Innocent proprio non gravava alcun obbligo di attivarsi in qualche modo per soccorrerla, aiutarla e chiamare aiuto alla stregua, mettiamo, di uno che investe un pedone sulla strada? L’impressione è che la magistratura, punta di lancia del politicamente corretto e della sinistra, sempre pronta ad archiviare omicidi “corretti” come quello di Rossi del MPS e a non procedere contro finanzieri collusi con presidenti del consiglio, stia troppo indulgendo nel principio per cui la legge si interpreta per gli amici e si applica ai nemici. Perché sempre di più gli amici sono gli immigrati ed i nemici i cittadini normali. E se è vero che gli immigrati (regolari) delinquono al tasso degli italiani, è altrettanto vero la qualità dei reati è diversa, che gli italiani commettono soprattutto reati da white collar, che per ora non abbiamo condanne per corruzione di albanesi o evasione fiscale di congolesi e che d’altra parte accade raramente che un corrotto entri nottetempo in casa mia forzando la porta o che un evasore vivisezioni adolescenti bionde. E che quindi Averaje Joe preferisca prima sopravvivere e poi filosofeggiare e preferisca quindi prima un giro di vite sugli immigrati (soprattutto clandestini i cui tassi di criminalità sono invece 6 volte quelli nazionali) e poi “politiche di integrazione”. E alla fine, se vuoi, chiamalo pure “fascista”.

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