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M5S

Ne resterà uno solo

downloadLa vicenda dei mancati rimborsi di parlamentari e consiglieri 5 Stelle può avere conseguenze molto gravi. Non è tanto l’atto in sé che preoccupa: quei soldi erano appunto donazioni e non c’è responsabilità giudiziaria di fronte al rifiuto di donare. Politicamente, il Movimento non fa una bella figura visto che chi vuole basare l’azione politica, almeno all’apparenza, sul principio della immacolatezza dei comportamenti tali tentazioni non dovrebbe averle ma d’altro canto il 90% dei parlamentari è in regola e versa 23 milioni. Si potrebbe obiettare che trattasi di 40 centesimi ad italiano e che comunque i nostri eroi ne hanno spesi circa 10 volte tanto ma a caval donato .. con quel che segue.

In questo blog ho evidenziato spesso che il massimo problema del Movimento è quello di non aver voluto uscire dalla logica della classe 2013 che è formata, lo vediamo in questi giorni, da tizi senza arte né parte, senza talento e senza morale, arrivati lì per il rotto della cuffia e tanto miseri, increduli e disillusi da mettere a rischio 5 anni di ulteriore mandato per, nella maggioranza dei casi, poche migliaia di euro. Il loro arrivo in gran numero nel 2013 aveva messo a nudo le carenze organizzative del Movimento di Grillo che aveva impiegato un po’ di tempo a mettere a regime la questione di stipendi, diarie e rimborsi. Stranamente quello che era un problema facilmente risolvibile (fai versare tutti i rimborsi ad un fondo e poi restituisci ai parlamentari quello a cui hanno diritto sulla base di documenti probatori, sarebbe bastato un ufficio di 3 persone ed un software per la gestione delle note spese da pochi euro) si è trascinato per mesi, ha dato luogo ad espulsioni (Artini), ha ingenerato nella testolina dei “magnifici ragazzi” l’idea che gli spazi per ciurlare nel manico fossero amplissimi. Adesso siamo di fronte ai sintomi delle carenze organizzative e politiche del Movimento che si avvicina alle elezioni con profferte di riforme radicali ma senza essere stato in grado di nominare un revisore dei conti che potesse accertare e verificare per tempo i versamenti. Come sempre in questi in casi l’alternativa è quella fra “complice e imbecille” e non si sa se è maggiore l’ingenuità di aver creduto che le panzane sull’onestà (che per i pentastellati è più definibile come “santità”) fossero credute in primis dai parlamentari od il cinismo di avere avvallato tali comportamenti – evidentemente noti a tutti data la facilità con cui le Jene hanno affondato il coltello nel burro –  per arrivare alla carica di Capo Politico.

In ogni caso il problema enorme è che il Capo Politico dimostra di non avere in mano il movimento. Un Capo Politico (come hanno dimostrato Renzi, Salvini, Berlusconi) è spietato nella scelta degli uomini, soprattutto se vuole governare e ha bisogno di tutti i voti parlamentari possibili. Per converso gli scricchiolii di Letta cominciarono con la scelta di Kyienge e Idem, figure onuste di significato ma che lui non conosceva personalmente e che gli furono raccomandate da Errani e Bersani. Luigi ha provato a farlo alterando a man bassa svolgimento e risultati delle Parlamentarie ma alla fine ha dovuto, da un lato, confermare quasi tutti i parlamentari uscenti e, dall’altro, ha messo in lista di tutto: renitenti al dono, massoni, ex piddini, pregiudicati, oggi si scopre anche comandanti cazzuti ma maneschi. Chissà chi glieli ha suggeriti (o imposti?) e con quali obiettivi, oppure se il guardare altrove era il prezzo da pagare per avere il consenso dei maggiorenti parlamentari ad assumere cotanta carica.

Del resto nel momento in cui un movimento si fa partito dovrebbe anche avere il coraggio di strutturarsi da partito con sezioni, federazioni, segretari locali, impiegati, ecc. Solo strutture stabili, sedimentate e ramificate possono conoscere, valutare e selezionare soggetti capaci, onesti e rappresentativi. Ma siccome la struttura costa, per farlo occorrerebbe fare un altro passettino ed accettare i finanziamenti pubblici come tutti. Ed occorrerebbe anche accettare che gli iscritti contino qualcosa nella formazione delle decisioni, tramite congressi veri e non tramite votazioni estemporanee e taroccate. Perchè d’altro canto la soluzione di espellere quelli che sbagliano è evidentemente tardiva e poco produttiva in termini elettorali e politici.

Nell’immediato si sta verificando il curioso fenomeno per cui gli elettori pentastellati in parte, senza saperlo, voteranno per il “Gruppo Misto” in cui gli eletti espulsi ma, scommetto, non dimissionari confluiranno appena proclamati, prendendosi il malloppo per intero e cominciando a cercare di capire come fare per far durare la pacchia. E magari trovando la soluzione nel proporsi, obtorto collo ma “responsabilmente”, per un appoggio esterno al governo del Presidente. Alla fine, come nel più classico dei casi di eterogenesi dei fini, la ricerca della massima purezza si tradurrà nella realtà del massimo inciucio, Di Maio riuscirà in quello che non riuscì a Grillo nel 2013, cioè a rendersi irrilevante, ed ai 220-230 residui parlamentari pentastellati si apriranno le porte di altri cinque anni di dolce far niente scanditi da una caccia all’impuro alla fine della quale, come nella saga di Highlander, ne resterà uno solo: il Grande Capo. Contenti loro, scontenti noi.

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