//
stai leggendo...
M5S, Politica Italia

Vinti e vincitori

collegi-uninominali-politiche-2018Matteo Renzi conclude il suo percorso politico riconducendo il PD nell’alveo della socialdemocrazia europea che si avvia verso l’estinzione. I partiti socialisti hanno raggiunto ovunque i minimi storici (8-10% in Francia, Grecia e Olanda, 15-18% in Germania e Spagna) dissipando un patrimonio ideologico e politico che ha conformato, nelle varie declinazione e nell’alternanza delle vicende, l’Europa del XIX e XX secolo, che ha superato due conflitti mondiali e la guerra fredda e che è stato dissipato dalla scelta, generalizzata ma al contempo incomprensibile, di saldare i propri destini a quelli del sostegno e della promozione dell’immigrazione, nel Vecchio Continente, di popolazioni arretrate di secoli per livello di civiltà, cultura, economia, tecnologia, psicologia, relazionalità sociale e familiare. Non è bastato il sostegno di un Papa eterodosso fino all’apostasia per giustificare una scelta – quella di privilegiare gli stranieri non votanti ai cittadini votanti – che, come spesso Average Joe ha sottolineato, prima ancora che immorale è completamente irrazionale ed alla quale non è bastato il sostegno di un apparato propagandistico che ha sconvolto il sistema mediatico, quello culturale, scolastico ed universitario omologandoli ad una narrazione – quella del “Politicamente corretto” – che ha raggiunto livelli di pervasività ed intolleranza che la rendono assimilabile ai sistemi autoritari del ‘900. Su questo filone si è innestata la personalità sconcertante di un leader che si è dimostrato “Unfit” non solo per la premiership ma addirittura per la politica tout court inanellando una serie di scelte avventate di cui, due anni dopo, possiamo tirare le fila: la rottura con Berlusconi sulla nomina del Presidente della Repubblica al fine di compiacere una “sinistra interna” poi cacciata con una scissione fragorosa e devastante per entrambi; la personalizzazione del referendum trasformato in plebiscito ignorando la stanchezza di un elettorato che ripudiava la stessa visione della sua faccia; la menzogna di un ritiro dalla politica revocato nell’arco di due mesi; il coinvolgimento in una vicenda di malagestio bancaria in cui si intrecciano interessi privati, ignoranza, cinismo per il destino dei risparmiatori.

Se Renzi piange, D’Alema non ride con un partito ridicolo che sfiora l’esclusione dal Parlamento ed il cui risultato, ancorchè sommato a quello piddino, non cambia il giudizio di tracollo rispetto al risultato del 2013. Il risultato di LeU porterà alla fine della carriera della Boldrini e segna il default delle sinistre il cui programma (+Europa, + stato, + tasse, + immigrati, +Euro) non è più la ricetta per i mali dei paesi europei, e del nostro in particolare, che abbisognano di un ripudio della retorica millenaristica ed umanitaristica dell’ultimo trentennio e di un potente ritorno sulla ribalta dei concetti di interesse nazionale, sicurezza interna ed esterna, crescita economica, politica di potenza.

Un Berlusconi vecchio e malato, che ha fatto campagna dallo studio di Arcore o da quelli di Segrate faticando ad andare a Roma, si dimostra politicamente fuori contesto e fisicamente inadeguato concludendo la sua carriera politica nel peggiore dei modi con la vittoria di un governo talmente alieno da mettere in discussione la stessa salvaguardia della “roba” che pensava di contrattare con il fido Gentiloni il quale, dal canto suo, vince agevolmente nel centro di Roma, intesa non come sua città natale ma come Capitol Hill, che riconosce in lui l’alfiere della salvaguardia di un ceto politico al crepuscolo mentre la debacle piddina getta su di lui la luce del realismo di un politico di terza fila promosso per palese mansuetudine al ruolo di titolare della Farnesina prima e di premier poi. “Er moviola” si è dimostrato essere un fenomeno puramente mediatico-elitario poggiante su una docilità di carattere tale da ammortizzare le asprezze renziane, con una efficacia di breve periodo palesemente inappropriata su un orizzonte di legislatura in un contesto dove i venti di guerra (economica e militare) aumentano.

Di Maio completa la sua lunga marcia di avvicinamento al potere intestandosi e vincendo la sua battaglia politica ed elettorale in mancanza della quale nessuno può dichiararsi leader. Questo blog lo ha a lungo criticato evidenziandone i molteplici profili di inadeguatezza politica e culturale ed adesso onestà intellettuale vuole che si prenda atto della profonda crescita personale e politica che ha contrassegnato la sua campagna elettorale iniziata con la fuga dal confronto con Renzi e conclusa con un piglio ed una sicurezza che non sembravano far parte del suo repertorio. Il suo successo riporta in auge una figura – quella del politico meridionale – che era scomparsa dal 1992. Di Maio non solo ne riprende i canoni estetici e comportamentali classici, come l’eleganza desueta ed affettata e la devozione religiosa esibita; non solo recupera gli elementi del Masaniello che vellica gli istinti di un sempiterno sottoproletariato ribellista; non solo si dimostra “omm e panza” cinicamente avido di potere, ideologicamente duttile (se non ambiguo) e disinvolto nella scelta degli alleati  e nella gestione, al limite del voto di scambio, delle pubbliche risorse ma, sembra di capire dalle prime dichiarazioni, la condisce anche con un afflato peronista che lo induce ad identificare nel Movimento non un semplice partito ma il solo rappresentante dei cittadini contro una casta, che andrà meglio verificata nella sua composizione, che ha impedito per 30 anni il compito delle scelte (anch’esse non meglio identificate) che i cittadini stessi attendevano. Confermando questa tesi, il M5S si presenta addirittura come nuovo elemento istituzionale che si affianca allo  Stato, un po’ come il PC nei regimi comunisti. Di Maio non teme, a ragione, di decretare l’ingresso nella terza repubblica che, pare di capire, avrà nella sua visione una venatura plebiscitaria e leaderistica che forse potrà portare ad una nuova tornata di riforme istituzionali.

La cartina geografica dei collegi uninominali disegna uno spazio vitale pentastellato che si sovrappone al Regno delle Due Sicilie evidenziando una delle due cifre della vittoria. Riappare nella sua prepotenza, dopo un trentennio, una questione meridionale resa urgente da una crisi demografica, economica e sociale mai risolta ma oggi ulteriormente inasprita dal sovrapporsi di vincoli europei che, definendo tutto aiuti di stato, impediscono di programmare una politica di sviluppo regionale basata sugli investimenti. La retorica su malavita, corruzione ed evasione copre il rifiuto di queste aree geografiche di approdare ad una modernità che non può prescindere da elevati standard di comportamenti individuali e collettivi, in mancanza dei quali è impossibile l’avvio di una stagione di sviluppo sano e sostenibile, e sollecita invece misure riparatorie fatte di trasferimenti e sostegno ai consumi di ceti oggettivamente improduttivi che assumono i connotati sociali ed antropologici di un nuovo sottoproletariato che diventa massa di manovra e strumento di ricatto verso un centro nord più dinamico ed organizzato. Mentre l’elettorato nordista premia una Lega Nord fattasi partito nazionale, è invece la promessa di una pensione per tutti che ha indotto l’elettorato meridionale a riscoprire la propria specificità trasformando il M5S, come spesso avvisato in questo blog, in una Lega Sud che ripropone, per l’ennesima volta, fuori tempo massimo ed in modo sbagliato, il tema del regionalismo in uno stato che dovrebbe invece recuperare forza e centralità. Rimane sullo sfondo, ovviamente rimosso dalla stampa mainstream che ha improvvisamente virato verso i populisti buoni, il sospetto che risultati come il 49% in Sicilia, il 44% in Campania, il 43% in Calabria non possano essere stati raggiunto senza un qualche assenso della dei locali “poteri forti”.  La promessa di un reddito separato dal lavoro acchiappa anche molti giovani il cui destino appare ormai segnato da una precarietà e povertà destinate, per i vincoli europei, a protrarsi per l’eternità: è questa la seconda gamba del successo pentastellato.

Sud e giovani sono la cartina di tornasole di politiche europee, avallate dai responsabili governi succedutisi dal 2011, che hanno distrutto struttura industriale, economia, vite e speranze ma anche l’etica di una vita autonoma basata sul lavoro sostituita da quella del supporto pubblico contraccambiato da limiti seri alla libertà ed autonomia personali. Se la diagnosi è ormai condivisa, non è chiara la ricetta pentastellata che, non potendo realmente sfondare i parametri UE, dovrà dare luogo a forme di redistribuzione interna incidendo sui ceti produttivi per finanziare il reddito di cittadinanza mentre non è da escludere che la tecnocrazia europea abbia trovato il canale per attaccare il sistema pensionistico attuale (non quello futuro) coprendolo con la caccia ai privilegi ed agli sprechi. In effetti il M5S e Di Maio sembrano avere goduto di eccessiva benevolenza dai media che pure sponsorizzavano una stabilità fatta di Gentiloni ad libitum. Se a pensar male spesso si indovina e considerando anche che i sondaggi erano regolarmente sbagliati (certo per la tendenza dell’elettore a decidere solo una volta giunto in cabina e non per l’uso strumentale degli stessi, ci mancherebbe), viene da pensare che ai piani alti ben si sapesse che il PD era alla frutta e si stesse cercando una forza che, cambiando le persone e la retorica, potesse affiancarlo o prenderne il posto. Fatto sta che il Movimento “tanto perbene” di Luigino non è quello iconoclasta di Grillo e sarebbe bello sapere se tutto questo era già programmato ab initio o se si è trattato di una variante in corso d’opera.

Il governo dei competenti è di fatto un governo tecnico (come del resto le giunte di Roma e Torino) e l’impressione è che un governo simile, sostenuto dall’esterno dal PD derenzizzato, sarebbe ben accetto all’interno del Movimento, la cui leadership allargata viene dall’estrema sinistra, e dall’Europa, che procrastinerebbe il precedente di un governo leghista che aprirebbe la strada ad analoghe situazioni in altri contesti a partire da quello, estremamente traballante, di Berlino. L’unica attuale debolezza è quella relativa agli espulsi che saranno eletti e confluiranno ab origine nel gruppo misto anche se la realpolitik di Di Maio potrebbe trovare il verso per recuperarli.

Si apre l’epoca di una terza repubblica basata su forze politiche deboli per idee, leadership ed organizzazione ed infarcite di presupposti ideologici. L’anno prossimo ci saranno le Europee: la cartina di tornasole è già all’orizzonte.

Discussione

I commenti sono chiusi.