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Politica Europa, Politica Italia

L’omino mannaro

Il 16 marzo 1978 ero in treno, da Venezia a Firenze, reduce da una visita alla nonna, con la mamma che mi si raccomandava “non dire niente”. L’11 settembre 2001 ero all’Osmannoro, in un ristorante cinese con papà. Il 27 maggio 2018 ero in un circolo dell’appennino Tosco Romagnolo a giocare a briscola e trentuno con in coppia con mia moglie contro due forti.

È strano come eventi straordinari possano sigillare nella memoria ricordi di eventi altrimenti banali e trascurabili. Il viaggio da Venezia si svolse tranquillamente come decine di altre volte, il cibo cinese mi rimase sullo stomaco come sempre accade, la partita l’ho persa come sempre meno spesso accade ma il conteggio dei carichi e delle briscole era disturbato dall’attenzione che alle 20.30 ho cominciato a prestare all’eloquio di un omino canuto, ingobbito, dalla voce fessa e nervosa, un sicilianuzzo apparentemente insignificante ed ininfluente se non fosse stato per il contorno di alti mandarini e altissimi corazzieri. Non sapevo quanti stilli erano passati perché in quei minuti il sangue ribolliva per le parole che diceva e per l’impudenza che dimostrava.

Quell’omino venuto dal sud, reputato per anni un fine costituzionalista, diceva che aveva rifiutato la nomina di un ministro proposto da un premier incaricato che aveva concordato lista e programmi con i leader di due partiti che avevano, in Parlamento, la maggioranza dei seggi. Diceva che lo aveva fatto perché altrimenti si sarebbe corso il rischio di uscire dall’Euro e questo avrebbe fatto aumentare lo spread, i rendimenti, i tassi dei mutui. Diceva, in altre parole, che il risultato politico di libere elezioni, liberamente maturato in un contesto di legge elettorale proporzionale che impone, come l’omino ben sapeva sin dall’inizio, un accordo fra diversi, non poteva essere avallato e mandato avanti. Diceva che la Costituzione, santo orpello laico su cui aveva mi sembra giurato, non valeva più o comunque valeva meno dei trattati internazionali che, sulla sua base, erano stati conclusi. E diceva anche che il voto degli italiani valeva meno del volere della BCE, dell’UE, dei mercati, degli gnomi di Zurigo. Diceva che l’Italia non era più un paese democratico e nemmeno un paese indipendente. Il primo indizio che quello che è successo è enormemente grave, è che queste frasi sono scomparse dal resoconto giornalistico che insisteva solo sulla stizza del PdR le cui prerogative “erano state violate” e che non voleva “sottostare a diktat”.

Era grave quello che diceva, ma era forse ancora peggiore il modo in cui lo diceva: apertamente, senza menzogne, senza ipocrisie, senza infingimenti. L’erede di una tradizione politica che ha disseminato l’Italia di bombe, attentati, morti e sangue di cui mai si è scoperto il colpevole, diceva apertamente, certo in modo elegante ma inequivocabile, che l’art. 1 della Costituzione (a cui un partito ha ispirato il suo nome) era stato modificato nel senso del Marchese del Grillo: io so’ io e voi nun siete un cazzo. Viene da sorridere amaramente comparando questo discorso a quello del capodanno 2017 dedicato ai nuovi “ragazzi del ’99” che sarebbero andati di lì a poco a votare e che si stavano evidentemente rendendo conto che il voto può essere una sòla.

Ora, la verità precede la libertà (o liberazione). Non dobbiamo avere paura di dire che il 27 maggio si è consumato un golpe che è un fatto politico e non giudiziario. Non so, e francamente me ne frego, se ci siano le condizioni per un impeachment: questa è roba da legulei mentre il fatto politico enorme è la discontinuità che Mattarella ha impresso nella tradizione della prassi costituzionale. Siamo stati abituati ad accettare un’interpretazione “progressiva” della Costituzione che ha reso la legge fondamentale, pensata come “rigida”, più “flessibile” dello Statuto Albertino. Una Costituzione rigida non potrebbe essere considerata, faccio per dire, premessa di un matrimonio gay che ai tempi non era in alcun modo ipotizzabile da alcuno, neanche dal PCI. Se usiamo la Costituzione come metro di giudizio, sappiamo di usare un elastico che dà un esito diverso a seconda dell’utilizzatore. Ed allora dobbiamo usare come parametro solo l’esperienza passata che ci riporta indietro, per me, di 40 anni.

L’enormità del comportamento di Mattarella si può capire se lo confrontiamo con quello dei suoi predecessori della prima repubblica, semplici notai che avevano fissato ad un livello infimo il ruolo e l’importanza della Presidenza della Repubblica: ricordate che è stato PdR anche un certo Giovanni Leone? Qualcuno ha l’ardire di affermare che quella persona aveva le skills per occupare un ruolo se questo ruolo fosse stato importante e decisorio? Se usciamo dall’infanzia della repubblica, qualcuno ha in mente atti epici compiuti da Gronchi (ricordato solo per un francobollo sbagliato), Segni, Saragat, Leone, lo stesso Pertini che alla fin fine, fra partigiani, scoponi e coppe del mondo, coprì e aprì la strada a Bettino Craxi? Vecchi politicanti onusti di gloria partitica, parcheggiati in un cimitero degli elefanti fatto di retorica e nastri da tagliare. Del resto la prima repubblica era un sistema proporzionale per modo di dire. La conventio ad excludendum nei confronti del PCI schiacciava la dinamica politica sulla DC e gli alleati. La proporzionalità della legge elettorale copriva un sistema castale in cui la dialettica fra PdR e partiti era ridotta al minimo e sbilanciata a favore di questi ultimi. Scandalizzarsi per il fatto che il governo Conte è nato da una trattativa fra partiti significa non sapere, non ricordare o mentire sul fatto che ai tempi tutti, dal premier ai ministri ai sottosegretari, erano nominati secondo il manuale Cencelli che regolava i rapporti non solo fra partiti ma addirittura fra correnti. E del resto, nei primi giorni della trattativa M5S-Lega, una delle critiche mosse per evidenziare la loro immaturità era che non si doveva partire dal programma ma dagli uomini. Se il sistema è proporzionale, a questo si arriva: dov’è lo scandalo o, addirittura, l’incostituzionalità dei comportamenti di grillini e leghisti?

Il paragone è ancora più impietoso se fatto con i presidenti della seconda repubblica. Se quello che ha fatto Mattarella (non dare il premierato al rappresentante di una forza politica maggioritaria) fosse stato “normale e costituzionale”, perché allora Scalfaro, Ciampi e Napolitano avrebbero fatto tanta fatica a sbarazzarsi di Berlusconi? Per farlo hanno dovuto brigare con potenze straniere, creare lo spread, allearsi con la magistratura e con i girotondi, montare campagne di stampa pluridecennali: perché tanta fatica? Bastava dire al buon Silvio che non era adatto per via dello spread, dei tassi di cambio, dei mutui, del presso del petrolio e via andare. Ma loro non l’hanno fatto perché questo semplicemente NON ERA NORMALE E COSTITUZIONALE e comportava un vulnus ed una frattura nella tradizione e nella democrazia che neanche loro avevano la volontà o la forza politica di realizzare.

Tutto ciò dimostra che è accaduto qualcosa di diverso e sconvolgente. Ed il fatto che ciò sia avvenuto per bocca di un omino insignificante nell’aspetto, assolutamente privo di carisma, che aveva fatto un carriera di secondo piano nella DC sull’onda della morte del fratello ennesimo martire dell’antimafia, è sorprendente ma dimostra anche, forse, l’errore in cui qualcuno è caduto. Forse proprio lui.

L’operato di Mattarella durante la crisi è stato ambiguo. All’inizio di maggio il nuovo parlamento era paralizzato dai veti incrociati: Renzi non appoggiava Di Maio, Di Maio Berlusconi, Salvini Renzi. Niente di più normale che dire che le elezioni avevano fallito lo scopo, non c’era maggioranza, occorreva un governo di transizione per un voto ordinato entro 3-4-6-12 mesi. Niente di strano se avesse nominato subito l’esecutivo “neutrale” di cui aveva parlato: sarebbe stato amaro ma era al momento un esito in linea con le aspettative ed abitudini italiane.

Non che Mattarella fosse privo di responsabilità. La sua carriera si dipana lungo il filo rosso delle leggi elettorali: politico autore del Mattarellum che consentì, caso unico nella storia, la vittoria della sinistra, è stato membro della Consulta che aveva bocciato il Porcellum che, al netto del nome, era una normale legge neanche tanto maggioritaria; sicuramente, per ruolo attuale e pregresso, consapevole killer dell’Italicum; firmatario passivo del Rosatellum fatto in dispregio delle norme europee che vietano cambi di legge elettorale nei sei mesi precedenti le elezioni, fatto per sòlare i populisti e per creare un caos parlamentare da cui si sarebbe usciti con il metodo seguito da Di Maio e Salvini ma, nelle aspettative, con diversi protagonisti.

Dopo il risultato delle elezioni di marzo, è parso inizialmente seguire i dettami della vecchia DC unita al proverbio siciliano su giunchi e alluvioni: lascia passare il tempo, qualcosa succederà, ed allora via con cinque turni di consultazioni. Lo scarso carisma di cui gode si è visto nel momento in cui ha provato a drammatizzare la situazione appellandosi ad un lieve incremento dello spread ed al “fatidico” appuntamento di una delle ennesime riunioni europee di inizio giugno: zero via zero. Aveva già sfiorato l’abisso politico quando ha ipotizzato un appello alla nazione di cui si sono perse le tracce. Ma alla fin fine, in quel momento, un governo tecnico ci poteva anche stare.

Invece immediatamente si è messo ad osservare il lavorio di leghisti e pentastellati, i tentativi goffi di avviare una trattativa ad un livello che nessuno di loro aveva mai lontanamente sfiorato. Li ha lasciati fare, ha dato loro tempo e probabilmente consigli, ha dato l’impressione del vecchio padre che vigila attento mentre i figli si fanno le ossa proteggendoli dalle avversità: come giudicare l’ambiguissimo discorso di Dogliani in cui, dicendo che avrebbe rimandato indietro le leggi che sforavano il bilancio, indirettamente ammetteva che ci sarebbe stato un governo che avrebbe provato a sforare il bilancio? Quello era probabilmente il punto di caduta su cui puntava: un governo penta-leghista che desse sostanza al dettato costituzionale ed al risultato politico con lui a rassicurare gli ambienti europei ed i mercati. Fino al punto in cui quel tentativo goffo di fare un governo ha avuto successo e lui, improvvisamente si è tirato indietro.

Mattarella si è dimostrato per quello che è: un politico di seconda schiera, un tecnico dei sistemi elettorali privo di carisma e leadership. Ignaro di economia, ha confuso diritto e politica e ha prodotto un disastro istituzionale che solo la piaggeria dei dottor sottile nostrani può coprire. L’inadeguatezza di Mattarella getta dubbi sulla cupio dissolvi di Renzi iniziata proprio con la sua elezione e la rottura del Nazareno: era davvero solo un modo di tenersi buona Rosy Bindi e la sinistra del PD o era un prezzo da pagare ai suoi sponsor? E l’opposizione renziana alla proposta presidenziale di un governo M5S-PD che avrebbe avviato la costituzionalizzazione dei grillini, è solo la stizza di uno sconfitto o una vendetta servita fredda?.

Il buffo è che è probabile che Mattarella paghi invece un vizio di origine: non doveva essere lui il PdR ma Monti, bruciatosi nell’insulsa avventura di Scelta Civica. Monti era un elemento organico delle oligarchie europee mentre Mattarella, per quanto vicino, non condivide con loro ideologia, interessi, competenze, cultura politica ed organizzativa. Il niet dell’UE, anch’esso esplicitato ieri in modo delirantemente aperto, si basa su un giudizio negativo sulla statura dell’uomo e sulla sua contiguità con il verbo eurista che avrebbe dovuto difendere. E manifesta anche l’estrema debolezza politica di una UE che non può più ammettere gradi di libertà al suo interno pena l’implosione: una conseguenza della debolezza politica della Germania, iniziata come avevo previsto con la cesura Merkel-Schauble del luglio 2015 sul caso greco ed accentuata da un cambio di scenario in cui gli USA sono ormai nemici e non alleati. E del resto questa accelerazione della crisi non era stata neanche prevista e preparata, visto che lo spread era venerdì a livelli gestibili e tali da non far pensare la domenica sera a situazioni di emergenza mentre invece l’accelerazione è avvenuta con la nomina di Cottarelli, amara beffa per l’omino che si atteggiava a difensore dei risparmi italici, con l’ulteriore contraddizione insita nel fatto che, mentre si ripudia un governo che non aveva chiaramente espresso in campagna elettorale le sue posizioni sull’Euro, si avvia un PdC le cui posizioni nessuno conosce.

La decisione di Mattarella è stata coperta dalla “stampa di qualità” (ormai neanche loro hanno il coraggio di chiamarla “libera”) ma ripudiata dagli italiani: in una scuola del Mugello rosso, neanche gli insegnanti di estrema sinistra ne hanno sostenuto la legittimità mentre è toccato a me sedare i miei studenti che parlavano di colpo di stato ed attentato alla costituzione. E spiazza completamente i Mattarelliani del PD e di FI che rischiano, appoggiando un governo golpista e collaborazionista, l’estinzione alle prossime, vicine, elezioni. E nel ridicolo di un governo che avrà ZERO voti a favore, sprofonda anche la credibilità dell’istituzione presidenziale, evidenziando la necessità di una riforma costituzionale che porti al presidenzialismo che caratterizza i paesi vincitori della II GM abbandonando il sistema pletorico, lento ed inefficiente riservato a Germania, Italia e Giappone: del resto se ai tempi si aveva paura di un nuovo Duce, il pericolo con un omino come Mattarella sembra essere definitivamente scomparso. Il Belpaese ha pagato per un decennio la mancanza di una classe politica attenta agli interessi nazionali e la presenza di una pubblica opinione a cui, per 25 anni, è stato inculcato che “interesse nazionale” è prodromo del fascismo. Ma le cose sono velocemente cambiate con un elettorato che ha rivendicato la sovranità nazionale di fronte all’invasione africana ed alla sottomissione finanziaria all’UE e l’embrione di una classe politica “nazionale” che fa capolino con Lega, FdI e forse M5S. E’ anche strano che i media “di qualità” continuino a considerare le persone normali come imbecilli: dopo 5 anni, volete che non lo sappiamo che lo spread va dove vuole Draghi? E’ per questo che la salita, questa volta, non ha fatto paura ma rabbia e che oggi sono tornati indietro.

Adesso restano da gestire le macerie di questa improvvisazione: la nomina di Cottarelli sarebbe pericolosissima in quanto si tratterebbe di un Quisling prono al volere europeo ed eurista. Un governo ha spazi di manovra enormi indipendentemente dalla dinamica parlamentare: occorre sventare un simile pericolo richiamando in causa l’unico assente dalla scena, il popolo sovrano, tornando ai vecchi metodi delle manifestazioni di piazza che, ben più dei like, danno il senso della rabbia e della volontà. Occorrerà poi rimediare al vulnus democratico con nuove elezioni entro termini brevissimi.

Infine questa vicenda getta luce sul destino dell’UE e dell’Euro. Il dissenso politico attorno alla moneta unica ed alla sua gestione è ormai dilagante in paesi importanti come Francia e Italia. Lo stesso sistema elitario su cui poggia è in fase di ristrutturazione con una lotta senza esclusione di colpi in cui anche i gauletier nostrani (Fazio, Boccia) cominciano a temere di diventare prede e non predatori. E’ anche da notare che nemmeno Leuropa è del tutto coesa visto che Draghi, alla fin fine, ha continuato a comprare evitando l’esplosione dei rendimenti.  In questo blog non abbiamo fatto mistero di prevedere un esito infausto per entrambi in quanto privi del consenso politico diffuso e produttori di distorsioni sociali ed economiche. Le elezioni del 4 marzo hanno posto agli italiani due quesiti: volete essere governati dall’UE? (SI: 22%); volete essere governati da Papa Francesco? (SI: 25%). In queste condizioni, per andare avanti, non bastano le fake news, ci vuole la Gestapo. La costruzione è talmente fragile da non ammettere nessuna critica: davvero si pensava che Savona avrebbe deciso ipso facto l’uscita dall’Euro? E d’altro canto, se si ammette che questo sistema ha bisogno di profondi correttivi, come ammettono anche gli euristi più intelligenti come Lucrezia Reichlin, di grazia si può sapere quando, dove e come deve cominciare una discussione “dall’interno”? Non potrebbe, dico per ipotesi, partire dall’iniziativa politica di un ministro eterodosso senza aspettare di bruciare un’altra generazione in attesa che un solone dei loro ammetta di avere sbagliato?

Niente di più probabile che alla fine l’isteria tedesca sia il prodromo della Germanexit. Nel 2011 avevo pronosticato che alla fine l’Euro sarebbe finito perché gli italiani non avrebbero voluto più fare sacrifici per mantenerlo o perché i francesi non avrebbero voluto iniziare a farli: entrambe le cose stanno accadendo quasi nello stesso momento in cui, in una sera di tarda primavera, giocavo la mia oramai indimenticabile partita a carte.

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