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Immigrazione, Politica Europa

Unita è l’Europa

download In nove mesi, da settembre a giugno, nel tempo altamente simbolico connesso alla nascita ed alla vita,  si è realizzato il sogno che gli europeisti hanno coltivato per quasi un secolo: l’Europa si è unita. In più e più occasioni i popoli europei si sono mossi, in modo moderno, con le elezioni, manifestando univocamente un comune sentire e volere. Un moto profondo e potente che ha attraversato le frontiere dalla Germania all’Austria, alla Cechia, all’Ungheria, alla Croazia, alla Slovenia fino all’Italia. Segnali inequivocabili mandati alla politica, alla burocrazia, alla comunicazione, alla cultura per dire che l’Europa s’è fatta: ovunque hanno vinto partiti che hanno messo radicalmente in discussione le politiche che l’UE, l’Europa “vera”, ufficiale, con i controtimbri, ha perseguito negli ultimi 25 anni. E se i partiti che hanno vinto sono molto diversi sotto molti profili e paradossalmente sono destinati, come il “vertice” del 24 giugno (a proposito, una data simbolica, la festa di San Giovanni che a Firenze, notoriamente, “un vole inganni”) ha dimostrato, ad avere posizioni tattiche diverse, l’opzione strategica, il minimo comune multiplo, l’elemento unificante, il tratto comune sono stati il rifiuto delle politiche immigrazioniste. Se nei mesi si è cercato di portare avanti la vulgata secondo cui le vittorie della destra in Europa prescindevano dall’immigrazione e poggiavano sui classici “problemi sociali”, cloroformio della sinistra benpensante e radical chic peraltro scarsissimamente intenzionata a risolverli come il caso greco dimostra, un’analisi retrospettiva intellettualmente onesta non può che portare a questa conclusione. Hanno vinto le destre in paesi che stavano bene (Germania, Austria) e che stavano male (Italia) e anche in tutti i paesi di Visegrad dove la crescita è impetuosa e la crisi non c’è praticamente mai stata. Tutto conferma che i problemi sociali, la disuguaglianza, il disagio non sono stati il traino delle elezioni. Il solo dato comune è il NO a politiche di dismissione della sovranità, di abbattimento dei confini, di accoglienza indiscriminata, di dissoluzione delle etnie e delle culture nel mare magnum della società globalizzata e cosmopolita sognata dalle élite.

Come mai non ve ne siete accorti? Come mai non ve l’hanno detto? Come mai nessuno ha festeggiato e non ci sono stati pensosi fondi ed elzeviri sulla “stampa di qualità”, vergati con prosa aulica dai Federico Fubini e Massimo Giannini di turno? Perché per “Loro” questa unità è incubo e non sogno. Perché questa unità dell’Europa è avvenuta in modi e su basi radicalmente diverse da quelle sperate e sognate: è avvenuta dal basso e non dall’alto, con un’opzione democratica (e per certi aspetti con tratti di caudillismo) e non tecnocratica, all’insegna dell’identità e non della globalità. È avvenuta nel modo in cui è sempre avvenuta nella storia di questo continente, dalle Termopili e Salamina a Poitiers, da Lepanto a Vienna, con l’affermazione orgogliosa, a dispetto del divario di forze, dell’identità umana ed antropologica di questa regione che altrimenti sarebbe stata solo un’appendice delle enormi estensioni asiatiche e africane.

La grande differenza rispetto agli altri casi è la frattura fra le élite ed il popolo: Leonida, Temistocle, Carlo Martello, San Pio V, Giovanni Sobietski si misero a capo dei loro popoli in una lotta che molto spesso, all’inizio, appariva perdente: non fecero calcoli utilitaristici, non discettarono sull’utilità della contaminazione di culture, tantomeno perorano l’accoglienza passiva e pusillanime degli invasori. Oggi la frattura fra popoli europei ed élite è manifestata dalla miopia delle istituzioni “europee” che lottano come un sol uomo contro il volere dei popoli. Si realizza l’unico caso nella storia umana di un’entità politica, oltretutto ricchissima e potentissima rispetto agli invasori, che ha come obiettivo la subordinazione del proprio popolo allo straniero.

Queste vicende, con le contorsioni che l’UE sta vivendo oggi, dimostrano molte cose, ne evidenzio alcune.

  • A fronte di questa unione dei popoli, si registra il massimo storico di divisione dei governi. Ero stato buon profeta, nel 2015-16, a pronosticare il tracollo dell’UE, istituzione intrisa di politicamente corretto che le ha impedito financo di riconoscere  la natura invasiva e destabilizzante dell’immigrazione e di prendere i modesti provvedimenti (blocchi navali al largo della Libia, riconsegna dei migranti alle autorità libiche) che avrebbero frenato rapidamente i flussi. L’immigrazione incontrastata viola il motivo stesso dell’esistenza dello stato, la difesa esterna, e priva questo di qualsiasi legittimità e autorità.
  • L’inconcludenza della UE ha dato libero sfogo al baggar-thy-neighbour degli stati membri con l’Italia che, causa anche la pessima classe politica piddina, ha rivestito il ruolo della vittima sacrificale. E’ bastata una resipiscenza di interesse nazionale del nostro Paese per precipitare gli altri nel caos, in particolare la Germania dove la Merkel sta rapidamente pagando il fio della scelta, inaudita e ad oggi ancora inspiegabile, di avere aperto le porte a un milione di migranti privi di documenti, ed i paesi di Visegrad ormai con un piede fuori della porta.
  • Tutto l’equilibrio precedente si basava sulla mortificazione dell’Italia e dei suoi interessi. Le deliranti accuse mosse al nuovo governo da Macron, Sanchez, Muscat, tecnocrati UE assortiti, dimostrano che l’Italia, questa sì, era considerata un territorio e non uno stato, da spolpare economicamente e da destinare a campo profughi, qualcosa di simile alla Polonia della II GM trasformata in terra dei lager. Iniziano a risaltare le responsabilità dei governi precedenti, “tanto carini e servizievoli, signora mia”, capeggiati da novelli Quisling che hanno trattato l’Italia da colonia e tradito gli italiani asservendosi ai poteri europei e vaticani. La morte politica, la damnatio memoriae non saranno abbastanza per Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, per Napolitano e Mattarella. Sarà il caso di rispolverare i vecchi codici per evitare che “alto tradimento” e “attentato alla costituzione” rimangano soltanto parole.
  • La politica conta: se le élite politiche rinunciano all’ideologia (in questo caso del “politically correct”), riconoscono il principio democratico, si riconnettono al loro popolo, allora hanno la forza di contrastare le altre élite non democratiche (finanza, media, cultura, tecnocrazia) che hanno impazzato per un quarto di secolo. Occorre però avere il coraggio di ampliare il campo politico: la continua demonizzazione in termini di “fascismo, nazismo, razzismo, xenofobia” di qualsiasi opinione dissidente aveva portato il range delle posizioni politiche “ammissibili” solo nello spettro “sinistra/estrema sinistra”, feroci vestali del politicamente corretto, ovviamente troppo ristretto per accogliere le potenzialità di un’opinione pubblica ampia e strutturata come mai nella storia ed in nessun posto nel mondo. Sfidare queste convenzioni, estendere le opzioni politiche, ristrutturare la stessa terminologia usata, paga elettoralmente.
  • La sinistra è morta o moribonda. Sconfitta dalla storia che ha sconfessato il comunismo, ha tentato di rifarsi promuovendo un’autoinvasione, finalizzata alla creazione di un “popolo nuovo” grazie allo ius soli, ed una politica discriminatoria e razzista verso i suoi concittadini, cui è stato financo negato il diritto alla protezione fisica, creando con i migranti un ceto di assistiti liberi di delinquere e di professare modelli religiosi e culturali che nelle loro patrie si sono dimostrati fallimentari. Le contraddizioni fra assistenza ai migranti e ai poveri autoctoni, fra Islam e condizione femminile, Islam ed omosessualità, Islam e libertà, Islam e democrazia sono talmente evidenti da avere spostato a destra una gran parte delle classi e ceti che tradizionalmente erano di sinistra. La storia dirà come mai partiti con oltre un secolo di vita, che erano riusciti a superare due guerre mondiali e l’era nazi-fascista, abbiano deciso di percorrere un’opzione così assurda in quanto basata sulla mortificazione dei propri concittadini e dei loro bisogni basilari. Basta per adesso il fatto che la quinta colonna dell’invasione è per il momento sconfitta e non in grado di nuocere.
  • La retorica immigrazionista che metteva insieme di tutto – terzomondismo, diritti umani, comunismo di ritorno, cristianesimo delle origini – e quindi del tutto inadatta a società evolute dell’era tecnologica è semplicemente sparita dalla cronaca e dalla narrazione. Pare di assistere a quei rivolgimenti di regime (la fine del fascismo, la caduta dell’URSS) in cui, dalla sera alla mattina, quella che era una propaganda tonitruante, opprimente, ossessiva, continua, dilagante su tutti i media, all’improvviso sparisce e lascia il campo ad una narrazione opposta. Non si può escludere che la Boldrini e i suoi seguaci, da qualche parte, continuino a straparlare ma nessuno più li ascolta, li cita, mostra penose immagini di negri al bagno, fracassa i coglioni con le epiche gesta delle ONG. Financo “El Papa” pare all’improvviso essersi reso conto  dei casini che ha creato con una dottrina eretica e assume atteggiamenti più cauti. Segno che il clima culturale è cambiato e che quella che loro credevano “egemonia culturale” era solo frastuono cacofonico.
  • Il contesto normativo in cui avviene l’immigrazione è del tutto inadeguato ai tempi, nessun trattato internazionale è adatto a gestire, se non a contrastare, movimenti umani che sfruttano le carenze e le lacune di regolamenti pensati per altri tempi ed altre situazioni. Il diritto di asilo, con il conseguente accordo di Dublino, non sarebbe così conformato se, nel 1951, i paesi comunisti avessero perseguito una politica di espulsione, e non di trattenimento forzato, della popolazione: si pensava a pochi intellettuali/scienziati/artisti e non a torme di donne incinte. Allo stato attuale, la richiesta di asilo politico è solo una simulazione per trasferirsi in un altro paese saltando divieti e controlli. Le zone SAR del 1974 erano state pensare per pescherecci in difficoltà, non per gommoni sgonfi autoaffondanti. Il diritto del mare era pensato per i naufraghi, non per i trafficanti di carne umana. Il blocco degli sbarchi si presta, notizia di oggi, ad essere interpretato come “detenzione” sulle navi. Lo strumento dei trattati internazionali entra nel diritto interno escludendo, paradossalmente, il potere giuridico per eccellenza, fondativo dello stato, quello di escludere dall’accesso al proprio territorio le persone non gradite. E’ evidente che i nostri strumenti giuridici, tutti tarati sulla tutela del singolo e privi di un solo appiglio che giustifichi il diritto, peraltro innato e fondativo, degli stati e, quindi, dei cittadini di respingere un’invasione silente, sono costantemente spiazzati da interpretazioni capziose. Non si può pensare di affrontare fenomeni basici, di natura demografica, politica ed economica, come le migrazioni con strumenti giuridici che fanno acqua da tutte le parti e aprono la strada a giudici ed operatori ideologizzati che, con ogni cavillo, pretendono di vincolare la politica e quindi la democrazia.
  • Le ONG hanno dimostrato il loro volto criminale. Il “titolo onorifico” di cui si fregiano è schermo di totale illegalità: bandiere false, ICO contraffatti, transponder spenti, violazione delle acque territoriali e delle SAR, finanziamenti opachi, disobbedienza alle autorità, evidenti collusioni con gli scafisti a cui ormai vanno assimilati, trasbordi in mare camuffatti da soccorsi, mezzi fatiscenti, impreparazione organizzativa, avventurismo, dilettantismo,  provocazione politica sono il segno del loro intervento “umanitario” che ormai è tale da mettere a rischio la stessa incolumità dei migranti. L’analisi condotta su questo sito, che portava a concludere che le ONG erano solo un mezzo di pressione sugli stati (anzi, sullo stato visto che solo l’Italia ne subiva il fascino), era corretta e la lotta a questi moderni corsari, da condurre anche politicamente con gli stati sponsor, è uno dei tasselli della soluzione del problema.
  • Le razze (o, se preferite per essere meno brutali, le etnie, le popolazioni, le culture) esistono e contano. Si dimostra il fiato corto di una incessante propaganda mediatica e culturale che non è riuscita a scalfire la concreta, profonda, istintiva, quasi inconscia percezione delle enormi diversità (economiche e sociali ma soprattutto religiose, culturali, civili, tecnologiche, di istruzione) che esistono fra l’Europa ed i popoli “da accogliere”. Nonostante le sconcertanti dichiarazioni di Francesco, l’Europa non è un territorio da colonizzare perché bisognoso di giovani ma un continente che esprime un’identità propria che paradossalmente è in gran parte basata sulla sua natura cristiana, unico elemento che ha impedito l’assimilazione delle sue popolazioni nei lunghi secoli di invasioni e dominazioni aliene (barbariche, mongole, mussulmane). È ben chiara, dopo solo tre anni di “accoglienza”, la diversità del vivere in una civiltà cristiana o in una islamica o africana, per motivi economici senza dubbio ma anche per il diverso contesto giuridico, civile, relazionale che esse esprimono. È fallito il tentativo, invero spericolato, di spappolare le società europee per cercare di sostituirle con un insieme di individui atomizzati, sostituendo i diritti sociali, per definizione aggreganti, con quelli civili invece divisivi e conflittuali: si è realizzato che l’individualità non può esistere se non in un contesto sociale e che quello primitivo degli immigrati è ben lungi dal garantire gli stili di vita tipici delle società avanzate mentre può provocarne la degenerazione.
  • Lo stesso fenomeno delle migrazioni è fuori dal tempo: non può esistere migrazione in uno contesto statuale definito e normato. Lo stesso concetto di “diritti umani” associato ai migranti è equivoco: lo spostamento di masse enormi non è la mera somma di milioni di casi individuali da valutare uno per uno in base ad ipotetici “diritti” e d’altro canto nessuno, se non i migranti stessi, mette a repentaglio la loro vita ed i loro diritti al di fuori del percorso migratorio. Nessun individuo ha diritto a niente al di fuori del contesto storico e socio economico del suo tempo: questo deve valere anche per gli esigenti asilo.
  • Europa ed Africa sono distanti un secolo ed il loro livello di vita non si avvicinerà per decenni. Dobbiamo farcene una ragione così come facciamo per gli eventi naturali: non è colpa di nessuno se decine di migliaia di anni di vantaggio evolutivo sono stati sprecati dagli africani e d’altro canto non si può pretendere che 10 generazioni di europei siano immolate sull’altare dell’accoglienza. Dividere risorse, che non esistono in Europa per privilegio geologico (caso mai è il contrario) ma che derivano da intelligenza e organizzazione sociale, non è la soluzione: l’impatto di milioni di neri ignoranti e incapaci, poco adatti alle attività evolute del nord del mondo, non porterà a maggiore equità ma solo alla distruzione dei delicati equilibri che consentono alle società benestanti di essere tali. Nessuno ci guadagnerà e tutti ci rimetteranno, soprattutto se gli africani pretendono, come pretendono, di continuare a fare in Europa quello che fanno in Africa: otterranno gli stessi risultati. Bloccare i flussi è un modo di responsabilizzare gli africani e aiutarli a risolvere problemi che, dopo 70 anni di decolonializzazione ed innumerevoli success stories (Paesi Arabi, BRIC, Corea, Tigri asiatiche, ecc.) ormai evidentemente dipendono  solo da loro.

 

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