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Immigrazione, Politica Europa, Politica Italia

Il peggio è passato

Non ho mai votato PD, ho smesso di votare la sinistra nel 2006 e penso che non lo farò mai più in vita mia. Non ho alcun interesse nei destini di questo schieramento, salvo sperare che venga ridotto ai minimi termini come fio delle malefatte commesse. Ma non credo che la sinistra possa mai pensare di riprendere quota se non affronta in maniera aperta e critica il tema delle politiche seguite, negli ultimi cinque anni, in materia di immigrazione. Questo argomento, come il sesso negli anni ’50 e la parola N oggigiorno, è tabù, sfugge dal dibattito interno al PD che ruota attorno a personaggi improbabili come Calenda o a uno, come Zingaretti, che è tanto forte politicamente da avere vinto di un soffio nel Lazio per gentile concessione di Pirozzi. Si dibatte in termini meramente ideologici continuando a condannare e demonizzare sovranismo e populismo senza mai avere l’onestà intellettuale di chiedersi cosa sono realmente,  cosa li ha generati, cosa la gente ci trova, perchè ci hanno trovato inaspettatamente qualcosa i cittadini di 6 capoluoghi toscani – sempre dominati dalla sinistra con l’eccezione del ventennio – e che adesso sono governati dalla destra, con il rischio che ci trovino qualcosa, nel 2019, anche i fiorentini stretti fra cortei di senegalesi e risse automobilistiche di Rom; ci si rammarica di avere perso voti perché non si è stati abbastanza di sinistra senza notare che le elezioni hanno decretato l’affermazione più netta di un partito espressamente di destra nella storia repubblicana; soprattutto si continua senza requie e senza vergogna ad identificare le politiche di sinistra nell’immigrazionismo, il nuovo Che in Gino Strada, i nuovi fronti rivoluzionari nelle ONG corsare che attraversano il Mediterraneo, il nuovo “sol dell’avvenir” nello ius soli. Il tutto mentre gli intellò tacciono e la tonitruante e ossessiva campagna mediatica pro-imm e pro-ONG cade semplicemente nel vuoto dimostrandosi per quello che è sempre stata: non servizio di informazione ma propaganda volta a promuovere e coprire le mosse politiche dei governi di centrosinistra. È una coazione a ripetere che non ha nessuna logica politica apparente. Nessuno, fra dirigenti, burocrati, quadri locali, intellettuali, ha il coraggio di dire chiaramente che le ripetute sconfitte nelle elezioni politiche, regionali ed amministrative sono dovute solo, solo, solo alle scelte compiute in materia di immigrazione. E d’altro canto non capisco che senso ha essere un partito pesante, fatto di sezioni, comitati, federazioni, direzioni, segreterie, se poi non si è in grado di ascoltare quello che semplicemente dice la gente, il venerdì, al mercato, in un paesino toscano dove il PD nel 2015 aveva il 65%.

Se non bastasse l’evidenza dei fatti elettorali, basterebbe guardare poco fuori, in Germania, il paese della stabilità politica per eccellenza e del monolitismo sistemico, in cui il governo, nato dopo sei mesi di trattative, è sull’orlo della crisi dopo 100 giorni, la Merkel sulla finestra in attesa della spinta, l’Union democristiana vicina alla separazione. Tutti eventi che sarebbero stati inconcepibili solo tre anni fa e che sono stati innescati solo e soltanto dalle difficoltà generate da un’accoglienza ai migranti irrazionale ed insostenibile nei suoi aspetti amministrativi di ordine pubblico, economici e sociali e soprattutto in quelli più profondi di identità e sovranità: l’arrivo dei migranti, il loro numero esagerato, soprattutto la percezione che la migrazione venisse istituzionalizzata e promossa a tempo indeterminato, che l’afflusso dall’Africa potesse trovare un limite solo in Nettuno e nelle sue onde e non nelle pubbliche autorità,  ha fatto scattare sentimenti profondi e viscerali che attengono all’identità, all’indipendenza, alla sicurezza, al rapporto dell’individuo con un contesto sociale mutato. La Germania non ha coste, mari, ONG, non ha praticamente mai avuto colonie: se l’immigrazione è così impopolare anche lassù, probabilmente il problema va oltre il tema dei diritti, dell’eguaglianza, della riparazione di antichi torti che la sinistra italiana ama ripetere.

Non è del resto strano che la tematica affligga soprattutto Italia e Germania perché si tratta dei due paesi che maggiormente hanno assorbito, a livello di classe dirigente, l’ideologia del politicamente corretto, dandone ampia applicazione concreta. Nata negli USA, essa ha nella promozione delle minoranze razziali e nel sostegno all’immigrazione due dei suoi capisaldi e, nel complesso, ha inteso imprimere un cambiamento profondo nella società, nella politica, nell’organizzazione istituzionale, nelle finalità ultime degli stati occidentali cercando di radunare una vasta congerie di categorie minoritarie (donne, gay, atei, migranti, disabili, panda) e di politicizzare la loro condizione per coalizzarle contro il nemico ultimo, il maschio bianco, cristiano, etero. Questa ideologia ha dominato per un quarto di secolo il dibattito politico e culturale ed è riuscita in un’opera di egemonia culturale che l’ha imposta come istituzione e come senso comune. Ha soprattutto fissato canoni culturali, verbali ed espressivi che hanno istituzionalizzato queste posizioni per cui, piano piano, goccia a goccia, l’esclusione di alcune parole, la creazione di altre (tutto il novero ormai ridicolo del “diversamente qualcosa”), il travisamento del significato ultimo delle espressioni ha quasi naturaliter condizionato il modo di pensare delle persone. Così facendo, ha agito come un elastico nei confronti della cultura e della politica: stirando l’elastico, ha ampliato a dismisura l’area delle opinioni non ammissibili, tutte tacciate a prescindere di fascismo, nazismo, razzismo, xenofobia, islamofobia, omofobia, sessismo; lasciandolo molle, ha ridimensionato il range delle opinioni ammissibili a quelle, detto grossolanamente, della sfera “sinistra/estrema sinistra”.

Ovviamente, come sempre, tutto va bene finchè tutto va bene. Nei lunghi anni della prosperità di fine ‘900, nessuno era interessato a discutere l’ovvio: eravamo tutti, sinceramente e serenamente, contrari a qualsiasi discriminazione di razza, sesso, orientamento sessuale, religione, condizione fisica. Eravamo tutti (io, per invero, no) favorevoli alla pregiudiziale salvaguardia dell’ambiente. Eravamo tutti lontani dalla politica che, così definita, aveva il pilota automatico ed era attività a cui relegare pochi inetti, tanto è vero che la classe dei baby boomer (anni ’60) ha espresso solo Letta junior, per un solo anno, come Premier, breve intermezzo nel passaggio del potere dai nostri padri ai fratelli minori. Altrettanto ovviamente, questi concetti hanno cominciato ad entrare in crisi nel momento in cui non ci sono più state abbastanza risorse: queste politiche hanno bisogno di crescite economiche imponenti in modo da sottrarre quote incrementali di ricchezza alle categorie agiate senza che queste se ne risentano troppo: se guadagno 100 e potrei guadagnare 110 ma, per effetto della redistribuzione, guadagno 108, non me ne rendo conto. Se guadagno 100 e devo guadagnare 90, allora me ne accorgo. In più lo specifico migratorio ha creato alcune contraddizioni interne nell’eterogeneo arcobaleno di progressisti: i migranti, con il loro stile di vita primitivo e la loro salda visione islamica del mondo, sono un pericolo per altre componenti come le donne ed i gay e questo ha portato a perdite di consenso. Specie le donne, credo, si sono spostate a destra nelle ultime elezioni perché hanno percepito più grave la perdita di diritti generata dalla presenza di maschi predatori stranieri piuttosto che quella tradizionale derivante dal governo delle destre.

La trasposizione pura e semplice, dagli USA all’Europa, del politically correct relativo agli aspetti razziali si è peraltro scontrata con una contraddizione basilare. In America i neri, per quanto minoritari, sono una componente integrata della società, sono cittadini con diritto di voto e, giusta o sbagliata che sia, una proposta politica basata su presupposti etnici come quella portata avanti dai Dem americani ha un senso perché è intrinseca al sistema e poggia su presupposti legali: per un po’ di tempo ha avuto anche successo culminando con l’elezione di Obama sostenuto dalle minoranze e dai ceti bianchi progressisti. D’altro canto chi di razza ferisce di razza perisce e la vittoria di Trump è stata la reazione di una componente etnica maggioritaria (i WASP sono ancora il 60%, i bianchi compresi i latinos sono il 71%) che si era stufata di votare per chi poi la martirizzava ed allora tutti pronti a tacciare di razzismo i maschi bianchi che hanno votato Trump al 57% mentre nessuno taccia di razzismo le donne nere che hanno votato Hillary al 98%. In Europa invece le minoranze etniche dotate di diritto di voto sono molto minori, visto che gran parte degli immigrati non ha la cittadinanza di un paese europeo, e molto meno politicizzate in termini occidentali per cui l’agenda politicamente corretta non poteva non passare da una forzatura a livello politico (misure a favore di stranieri ed a scapito dei cittadini, fino alla naturalizzazione degli stranieri) ed ideologico culturale con la cacofonia mediatica volta a convincerci che i mali del mondo dipendevano dagli europei (e soprattutto dagli italiani) e che l’invasione e lo sradicamento culturale erano la giusta punizione (peraltro nemmeno comminata ai tedeschi ex nazisti, ai russi ex comunisti e sospesa per 20 anni ai sudafricani razzisti che solo adesso cominciano a cercare asilo politico in Australia per sfuggire alla persecuzione negra, esempio di cosa succederebbe in Europa in futuro) per presunti crimini commessi nel 700/800. Il tentativo di avere una componente votante nera era basato sullo ius soli che avrebbe dovuto creare artificialmente un elettorato nero, che peraltro è stato proposto solo in Italia con il successo che sappiamo proprio perchè l’intento era talmente scoperto da non creare consenso attorno a se. Il tutto aggravato dalla mancanza di considerazione di un fatto determinante: gli stati europei, a differenza degli USA, oltre ad essere molto più piccoli e densamente popolati, sono anche stati a forte base etnica e quindi molto meno elastici nell’accoglienza ed integrazione di immigrati rispetto ad un paese che è nato con le migrazioni.

L’annus orribilis è stato il 2015 quando i flussi migratori da est e sud hanno effettivamente dato l’impressione di un’invasione in corso che ha oltretutto risvegliato gli irredentismi ed estremismi islamici con la sequela ininterrotta di attentati. In quei giorni la migrazione non era vista come quello che è in realtà, un fenomeno resosi anacronistico da millenni  in un mondo stanziale, sovrappopolato e statualizzato, ma come un’opzione fisiologia ed istituzionalizzata. Le scelte di Renzi e della Merkel si fondavano su un mix di ideologia, interessi di bottega coniugati ad interessi economici di portata planetaria, senso di onnipotenza, disprezzo unito a ricatto moralistico verso i cittadini dei propri paesi. Esse presupponevano, non si sa su quali basi, il consenso costante e massiccio dato dai cittadini votanti a scelte politiche radicali a favore di stranieri e a discapito dei propri interessi. Esse avevano il consenso degli allora onnipotenti vertici UE che, imponendo l’apertura delle frontiere, vedevano dissolto il potere fondativo degli stati – il controllo del territorio – ed al contempo realizzato lo sradicamento delle radici culturali e civili all’ombra di un laicismo a senso unico in cui è vietato ai bambini cantare Bianco Natal ma lecito ai terroristi urlare Allah U Akbar. Ed erano ossessivamente sostenute dal Papa argentino che, se anche non fosse semplicemente venduto ai poteri forti globalizzanti, certamente vede il fenomeno con occhi gauchos e non europei. Esse implicavano il disconoscimento radicale di quanto l’Italia e l’Europa erano diventati in millenni di storia: un territorio fortemente abitato, statualizzato, civilizzato, evoluto. Tutta la propaganda di quei giorni si basava sulla negazione delle basi stesse della nostra civiltà, sulla riduzione dell’Europa ad un territorio da colonizzare, degli europei ad una classe di schiavi da sfruttare per il mantenimento dei nuovi arrivati, del cittadino ad uno strumento di un potere totalitario che persegue obiettivi universalistici, millenaristici, incerti e costosi, che solo per l’orizzonte temporale assunto travalicano la stessa durata della vita umana.

“Average Joe” è nato in quei giorni come risposta personale ad una serie di sentimenti forti: straniazione, rabbia, delusione, incredulità, paura. È stato un tentativo, miserrimo quanto si vuole ma genuino, di raccolta ed analisi non ideologica dei fatti, di ricostruzione di un pensiero, di recupero addirittura di un vocabolario minimamente aderente alla realtà. E’ stato una goccia nel mare magnum del web che ha funzionato da intellettuale collettivo, ha connesso intelligenze e volontà, ha salvaguardato la memoria ignorata e ripudiata dai media, ne ha contrastato la narrazione proponendo una diversa interpretazione dei fatti e delle idee, ha realizzato esso stesso – su basi volontarie, diffuse e senza finanziamenti – un’opera di egemonia culturale di segno inverso di cui adesso si cominciano a vedere gli effetti politici. Era il 31 agosto 2015: meno di tre anni dopo Renzi è sparito, la Merkel sparirà, l’UE ha perso totalmente legittimità come entità statuale in quanto ha abiurato il compito principale dello stato –  la difesa esterna – ed è in fase di dissoluzione (per inciso ricordate il vertice del 28 giugno, supposto talmente importante da imporre il golpe bianco di Mattarella? E’ miseramente finito con un liberi tutti in cui ognuno farà come gli pare) e dovrà fronteggiare l’aggressione di Trump insieme agli storici giochi di potere continentali perpetrati da un  Regno Unito finalmente “exited”, El Papa attraversa la fase più difficile del pontificato e probabilmente, sconfitto, si prepara alle dimissioni non appena morirà Benedetto. In tutta Europa tornano al potere partiti  che ripristinano il principio della sovranità nazionale come complementare a quello della sovranità popolare. La campagna mediatica ossessiva sulle morti dei migranti cade nel vuoto. L’UE ha espressamente negato legittimità alle ONG mentre i porti si chiudono per questi delinquenti. Sono passati poco più di mille giorni: forse il peggio è passato. Buona estate 2018.

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