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Economia e società

Scolpito nella pietra

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La triste vicenda di Marchionne lascia basiti per la notorietà del personaggio, la repentinità della notizia, la gravità della situazione. Dimostra i limiti di un sistema informativo che non cerca più le notizie ma che promuove la disinformazione e che, dopo tre giorni, non ha ancora chiaro quale sia realmente la patologia, mentre qualcuno diffonde ancora la versione ufficiale “di complicazioni per un intervento alla spalla”. È probabile che si tratti di una patologia tumorale il che lascerebbe pensare che Marchionne, conscio del male, abbia deciso di non curarsi, di rifiutare una vita da invalido e di morire così come aveva vissuto: lavorando.

L’agiografia lo dipinge oggettivamente come un work addicted con le giornate lavorative di 20 ore, i sonnellini sugli aerei, i 25 primi riporti, l’accentramento in capo a lui delle decisioni su qualsiasi cosa. Marchionne sembra la versione estrema del modello manageriale degli anni ’80, tutto efficacia ed efficienza, refrattario ai mutamenti di costume e etica dei decenni successivi, quasi una personificazione del modello dell’Homo Economicus, tutto volto alla massimizzazione del profitto, descritto nei manuali universitari.

I manager condividono con gli atleti il privilegio di avere nel numero un giudice del loro operato crudele ma oggettivo ed imparziale. Avere salvato una società con un piede nella fossa, malata di dissolutezza proprietaria e drogata di collusione politica, ed averne fatto uno dei primi cinque player mondiali, con 13 bilanci in utile sui 15 della sua gestione, con zero debiti, chiude la discussione sulla meritorietà del suo operato professionale. Ovviamente, a differenza degli atleti che devono sfruttare principalmente le doti fisiche, ad un manager si chiedono altre prestazioni caratteriali ed intellettuali e l’agiografia marchionnesca, diffusissima in queste ore e che perciò non arricchirò, ci dà altri numerosi spunti di positiva valutazione.

Nei decenni passati la definizione di manager, spesso sovrapposta a quella di imprenditore, pareva essere un favorevole lasciapassare per l’impegno nella cosa pubblica. Abbiamo in effetti avuto, nel passato felice del nostro Paese, manager pubblici che hanno fatto il loro mestiere egregiamente (Beneduce, Mattei, Mattioli), in grado di abbinare alla tecnica un ethos ed una visione che hanno fatto crescere il nostro Paese. Vedremo nel prossimo futuro, mia nota personale, se per caso anche Mario Draghi non abbia rivestito questo onorifico ruolo. Abbiamo avuto anche imprenditori che, in qualche misura e con risultati spesso mediocri, sono usciti dal loro ruolo per cercare di interpretarne uno pubblico (Olivetti, poi De Benedetti e Berlusconi, fino a Trump). Si nota un tentativo, da parte dell’imprenditoria, di uscire da un ruolo gratificante ma privato per diventare latore di interessi generali mentre la classe manageriale privata  – fatta in fondo di meri dipendenti molto pagati – non ha queste velleità e capacità.

In queste ore è tutto un rincorrersi di “coccodrilli” intenti a magnificare la figura del moribondo e a trovare in essa una simbologia di qualsiasi cosa. Penso che si debba dare a Marchionne quel che è di Marchionne e che quindi non si debba vedere in lui qualcosa di più di quel che è stato: un esponente dell’1% (forse anche dello 0,1%, magari pure dello 0,01%) che ha beneficiato del quarto di secolo della globalizzazione e del neoliberismo, uno psicopatico di successo (del resto tali sono anche molti personaggi molto meno divisivi dell’arte, della musica, dello spettacolo, della cultura, dello sport) che ha avuto il merito di perseguire al meglio gli obiettivi suoi e dei suoi padroni. Niente più di questo.

Il manager moderno è frutto della globalizzazione e della iperspecializzazione e Marchionne non si è distaccato dal format. Ottimo impiegato, non ha visto per sé un ruolo pubblico non solo quando ha rifiutato l’impegno politico espresso ma anche quando ha rinunciato a trainare la Confindustria, e con lei il ceto imprenditoriale, in una battaglia modernizzatrice per l’intero Paese nel campo del riposizionamento produttivo e delle relazioni industriali, preferendo uscirne ed andare per conto proprio. Una battaglia difficilissima e rischiosa che avrebbe dovuto rifondare la cultura, il senso comune e la politica (come avvenne nel dopoguerra, negli anni ’60 ed ’80) e scompaginare le riserve delle corporazioni (imprese, sindacati, magistatura, burocrazia). Una battaglia che non è stata combattuta con il risultato che l’Italia oggi presenta settori lavorativi regolati con modalità sovietiche abbinati ad altri in cui le relazioni industriali paiono essere quelle del ‘700, il tutto in un quadro desolante di inefficienza, illegalità, rifiuto della modernità, dell’imprenditoralità, della meritocrazia. Sarà stato il carattere, la formazione individualistica americana, l’avidità personale, ma alla fine Marchionne ha visto negli altri solo strumenti o ostacoli e probabilmente, ai suoi occhi, un’associazione di concorrenti pareva un ircocervo incomprensibile e l’Italia un paese levantino perso alla modernità. Abbandonando l’associazione, ha dimostrato, a livelli siderali, non tanto che l’Italia non è più capace di fare industria, tesi giustificatoria e politicamente corretta cara alle Lucie Annunziata di turno, ma che non è possibile fare industria di qualità mondiale in un Paese afflitto da ideologie ottocentesche abbinate a quelle new age (ambientalismo, pauperismo, decrescita, ecc.), oppresso dal fisco, martoriato dalla magistratura, angariato da una burocrazia tanto inetta quanto pervasiva e governato da una politica che unisce velleità da libro cuore a comportamenti da codice penale. Sarebbe servito come l’aria un suo impegno diretto che portasse sulla ribalta italiana il pragmatismo e la logica dei numeri: è andata diversamente.

La sua gestione ha ridimensionato la presenza dell’industria automobilistica in Italia. Non è solo questione di numeri (azzerato il marchio Lancia, mortificata l’Alfa Romeo, ridotti a 4 gli stabilimenti, da 120.000 a 29.000 gli addetti) ma di qualità: le fabbriche italiane servono la quota di mercato locale della FCA, sono solo “impianti cacciavite”, abbiamo perso le funzioni nobili (progettazione, marketing, finanza) che creano know how e posti di lavoro qualificati. La sua scomparsa apre la strada alla dissoluzione della poca italianità rimasta in un gruppo industriale che ha sede a Londra, domicilio fiscale ad Amsterdam, headquarter negli USA, proprietà ebraica che parla l’italiano come seconda lingua. Non passerà molto che il gruppo verrà venduto a qualcuno (americano, cinese o coreano) che reciderà definitivamente i legami con il Belpaese. Paradossalmente un italo-canadese con residenza nel Canton Zugo, un manager cosmopolita “cittadino del mondo”,  il massimo prodotto della cultura liquida del XXI secolo, sembrava essere l’ultimo legame con la tradizione italica. L’avvicinarsi della “livella” induce a qualche riflessione intimistica e forse non è un caso che il commiato di Marchionne alla vita pubblica sia avvenuto in occasione di un evento dei Carabinieri, corpo simbolo ad un tempo dell’italianità e delle radici, forse in ultimo riscoperte, di un emigrante che all’estero ha trovato il suo destino.

Vedremo, ma ormai è solo curiosità intellettuale, come la Ferrari manterrà la sua identità sotto un manager anglofono maltese nato in Egitto e come la CNH gestita da una WASP americana sarà in grado di produrre prodotti apprezzati dai rudi camionisti che portano ancora appesi in cabina – orrore, orrore – calendari sessisti pieni di fighe nude. In generale, se si pensa che le success story italiane degli ultimi 15 anni avevano come filo conduttore la presenza ai vertici di due work alcholic (Marchionne e Caprotti), non so quanto la FCA, che ha buoni volumi ma margini bassi, possa dormire sogni tranquilli.

A livello umano, dispiace che la morte arrivi a pochi mesi da quello che sembrava essere un cambio di passo esistenziale: nel febbraio 2019 si sarebbe ritirato, sarebbe forse diventato comproprietario della Ferrari, metagiocattolo perfetto per un super bauscia in pensione. Avrebbe forse trovato un po’ di requie e meno solitudine ma condivide il destino di milioni di signor nessuno che scompaiono poco prima o poco dopo l’agognata  pensione, proprio quando si apre il desiderato futuro fatto di tressette, nipotini e giardinetti. Adesso rischia di essere, come nelle barzellette, il più ricco del cimitero. Come tutti avrà il nome scolpito in una lapide: avrebbe potuto essere quella di uno spazio pubblico, sarà invece quella, paradossalmente negata a nessuno, di una tomba, tuttavia persa in un impenetrabile cimitero svizzero o canadese. Tutta l’umana pietà per Sergio ma anche la consapevolezza che non era il profilo che ci serviva. “Sergio Marchionne” sarà uno dei tanti nomi dell’epopea FIAT (il Senatore, Valletta, l’Avvocato, Romiti) che comunque si stingerà nella spersonalizzante internazionalizzazione del gruppo: oppure qualcuno sa citare, a mente, chi siano Jeck Welch o Ray Kroc?

Adesso sarebbe il momento di persone che vivano per morire, non dico povere, ma con un millesimo del patrimonio di Marchionne e con l’ambizione di avere intitolate vie, piazze, monumenti e scuole: alla vista, non ci sono. Comunque addio Sergio: che la terra ti sia lieve.

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