//
stai leggendo...
Economia e società, Politica Italia

Livorno 2018

download

“Anche io ho votato Salvini, sa? Siamo tutti uguali, è vero, ma … insomma, io lavoravo fino alle due!”. L’attempata bagnante in villeggiatura sull’isoletta dell’Arcipelago Toscano, dopo avermi sentito commentare entusiasticamente e non proprio sottovoce, in mattinata, sul lettino, le misure anti immigrazione del capo leghista, ha preso il coraggio a due mani e di pomeriggio, con una scusa, ha fatto coming out. E ha fatto il paio con l’altra bagnante che il giorno prima, assistendo ad una decisa azione della locale Guardia Costiera per il contrasto allo stazionamento inoperoso di lettini in spiaggia libera (ergo hanno rimosso, con atteggiamento marziale misto a incompetenza nel ripiegamento, 5 lettini che il bagnino lasciava sulla spiaggia a disposizione dei clienti) si è sentita di dire, a voce bassissima, “ho votato Salvini, non si poteva andare avanti così”, dando fiato al suo inconscio e riferendosi, ovviamente, ai migranti e non ai sussidi metallici all’abbronzatura e realizzando, nelle sue parole, un implicito parallelismo fra i Marines locali e quelli che salvavano, ops, traghettavano i profughi, ops, i clandestini, nel Canale di Sicilia, ops, praticamente dalle spiagge della Libia.

La timidezza delle compagne di bagno si spiega con il loro stazionamento in quel di Livorno, città e provincia un tempo rossissime ove era anche nato, mi dicono nel 1921, un partito che curiosamente si proponeva di rappresentare i ceti popolari. Chi vive in Toscana ben conosce il rispetto che il Partito incute, specie ai più attempati che mai, negli anni verdi, si sarebbero permessi di pensarla diversamente da Lui. Ed il fatto che, fra gli over 65, il Partito abbia ancora il ruolo che gli spetta condanna i miscredenti all’ostracismo sociale, al sempiterno bando dalla casa del popolo con il suo patrimonio di tombola, briscola e tressette. Ciò non toglie che anche nella Toscana rossa, ma forse non più così rossa, a bassa voce, incertamente, senza neanche volerselo dire, ebbene sì, il buonismo, l’immigrazionismo, il multiculturalismo, l’accoglienza, l’integrazione, i diritti, eh sì, dispiace dirlo, ma hanno rotto i coglioni.

Le due signore non hanno espresso la loro contrarietà a questo fenomeno adducendo differenze di razza, costi economici, neanche timori per la sicurezza. No, hanno evidenziato due aspetti ancora più prodromici nel ragionamento: in un caso “l’ingiustizia” di non riconoscere i meriti e diritti di chi un po’ si è sbattuto e nell’altro “l’ingiustizia” di consentire un accesso libero e assistito a gente di cui non si sa nemmeno il vero nome mentre gli inermi bambini italiani si vedono asportato anche il materassino gonfiabile che stava sotto al lettino.

Credo che questi siano gli elementi che vengono percepiti quasi inconsciamente da coloro che mettono in discussione l’immigrazionismo: la contrarietà ad una “legge naturale” che vede nei confini statuali un limite ed una protezione e al contempo garantisce un maggior riconoscimento a chi di più ha contribuito a farlo, lo Stato. Questo spiega anche come mai il sovranismo, il populismo, stiano oggi prevalendo e lo stiano facendo in mancanza pressochè totale di un’elaborazione teorica che invece sovrabbonda sul versante opposto, tutta volta a spiegare come mai accogliere sia inevitabile/doveroso/conveniente; ed in mancanza di un apparato mediatico comparabile con quello opposto che arruola tutti i giornali e tutte le TV e si basa su pseudoeventi continuamente creati a qualsiasi livello, a partire da quello apicale di Mattarella e Bergoglio. Perché risponde ad un basilare istinto umano: quello di sopravvivenza. La sensazione è che, nelle mani dei politically correct, questa storia dell’immigrazione porterebbe, in tempi pienamente compatibili con la vita individuale, ad uno stravolgimento del contesto sociale, economico, religioso, civile, esistenziale degli individui; costringerebbe a vivere in una società all’improvviso divenuta aliena, estranea e nemica; determinerebbe la conversione dello stato in un apparato ideologizzato e totalizzante che individua nei cittadini i suoi nemici e negli invasori i nuovi dominatori. E come non ha senso chiedere un’elaborazione teorica compiuta che giustifichi, nel momento in cui si svolge, il tentativo di qualcuno di non affogare, non bruciare, non perire, non ha senso chiedere troppa teoria ad un popolo che cerca di sottrarsi al genocidio culturale, prima, e fisico dopo e cerca solo di concludere la sua vicenda umana nel contesto in cui si è svolta. Primum vivere, sottovoce.

La rete mormorò

L’Omino Mannaro è scomparso dalla scena. La cagata del golpe bianco lo ha reso talmente impopolare che nessuno si arrischia più a chiamarlo in causa o a citarlo. Nei TG ha fatto la fine di Jorge: un servizio di 15 secondi, senza commento, nel mezzo della trasmissione, praticamente nelle brevi di cronaca. Un omino che voleva apparire paterno e affettuoso, rassicurante e inocuo, che si è tramutato, per la stizza del fallimento di un piano talmente delirante che neanche Martina (no, dico, Mar-ti-na!) si sentì di appoggiarlo, in un hater gonfio di odio ed algido verso i suoi concittadini. Ed allora i dispetti si sprecano: il far west è quello che colpisce i Rom con una pistola da bambini, ovviamente non quello che colpisce giovani romane ospiti di una città marchigiana o giovani fiorentini in Ciao® travolti da delinquenti etnicamente caratterizzati in lite automobilistica. Le “criticità” e la firma “con riserva” (per inciso, non esiste e getta una luce cupa anche sulla cultura giuridica del tipo), non riguardano ovviamente una legge elettorale che voleva essere truffaldina e che invece si è rivelata cretina ma un provvedimento ispirato a una vecchina di 96 anni che non è libera di rifarsi un cottage con i suoi risparmi mentre la “macchina della ricostruzione” (a proposito, Lega e M5S, ricordarsi dei terremoti!!!) decide se e quando ricostruire casa sua. No, i ROM possono stare in campi paragonabili, sotto il profilo giuridico, sanitario ed ambientale, ad enclave dello Swaziland ma una vecchina non può usare i suoi soldi (e mi rifaccio alla bagnante di cui sopra) per morire in un modo un po’ più confortevole. Vecchio, algido, cupo, incazzoso, neghittoso: e poi si chiedono come mai i sovranisti spopuleggiano.

L’omino mannaro non fu fermato dalla reazione dei leader politici, dei partiti, dei militari, dei magistrati. La resistenza al golpe bianco non fu organizzata nei mesi in piazza o in montagna. No, la nomina di Cottarelli fu fermata istantaneamente dal web, dalla rete, dai leoni da tastiera, dalle migliaia di Average Joe che nelle ore successive al 27 maggio si riversarono sui loro PC e dettero sfogo, con parole sguaiate ma senza violenza, sgrammaticati ma consapevoli, alla rabbia, alla delusione, alla noia, all’incazzatura non solo per l’ennesimo governo che tradiva le elezioni ma soprattutto per il modo aperto, spocchioso, arrogante con cui questo veniva fatto. Furono loro, poveretti, che forse ora pagheranno con condanne fino a 15 anni per “attentato alla libertà del PdR” (ma non erano leoni pavidi e sdentati?) a realizzare per primi che si stava verificando non solo un atto politico scellerato ma una crisi istituzionale profonda che poteva andare a lambire i pilastri costituzionali e forse la costruzione europea. Furono loro a capire che il futuro sarebbe stato austerity, negri e sermoni. Solo poi i soloni, i sapienti, i competenti, gli aruspici del giorno dopo, le élite italiane ed europee si resero conto del disastro che stavano provocando e del ridicolo in cui stavano sprofondando. Ma il baluardo fu lui: il web. Se oggi abbiamo Salvini, Savona, Caracciolo, Foa, se oggi il PD è scomparso anche sui colli toscani e Berlusconi nonneggia, è perché la il web mormorò.

Ancora pochi lustri

Vengono in mente questi pensieri quando si riflette sulle uscite di Grillo e Casaleggio: la democrazia non serve più, meglio l’estrazione a sorte, il Parlamento è obsoleto, pochi lustri e sarà sostituito dalla rete. Al netto della contraddizione implicita (se estraggo a sorte i parlamentari, allora il parlamento esiste e non sarà sostituito dalla rete), non è che Casaleggio è troppo modesto? Si tratta ancora solo di una prospettiva o non è piuttosto già una realtà attuale? Non è che la piazza virtuale esiste già e già si muove e si fa sentire, silenziosa ma tonitruante, pacifica ma micidiale? È solo questione di tempo che la democrazia rappresentativa morirà, per tre motivi. Il primo è l’inversione del rapporto qualitativo fra rappresentanti e rappresentati: nel ‘700/800 i rappresentanti erano un’élite veramente superiore alla media del popolino, incolto ed analfabeta; oggi Il livello culturale dei rappresentati è ormai paragonabile, se non superiore a quello dei delegati. Sfido a non sentirsi superiori a personaggi come Razzi, Grasso, Boldrini, Fico: mediocrità umane, che diritto hanno di decidere in mia vece? Il secondo è organizzativo: non è che il plebiscito non esistesse in passato ma il web ha abbassato i costi transazionali rendendo possibile realizzare consultazioni frequenti e rapide mentre d’altro lato ha reso l’informazione, perlomeno quella di base, una commodity abbondante ed a basso costo; perché allora non sentire l’opinione del popolo più spesso facendo evolvere i sondaggi di opinione? Il terzo è politico: non ha senso difendere un sistema – la democrazia rappresentativa – i cui cultori pretendono di ripetere il referendum inglese finchè non vince il Remain o si lamentano perché Trump, Salvini e Di Maio “rispettano le promesse elettorali”. Forse si è perso il senso della politica che non è un gioco in cui pochi privilegiati inculano ab eternum una massa di sfigati ma una dialettica in cui gli interessi del vertice e della base devono, al 50-60%, coincidere. E se questo non avviene, gli esiti sono la Bastiglia o la Gestapo.

Molti blogger, anche politicamente scorretti, lamentano che questo sistema sia un regresso perché si presterebbe a manipolazioni dei quesiti o a brogli. Ma i brogli sono sempre esistiti, così come i metodi per evitarli, ed in un sistema di informazione deviata ed ideologizzata il rischio di manipolazione è costante così come era presente anche quando i pratesi si contavano a furia di castagne (ballotte, in toscano, da cui ballottaggio). E d’altro canto si può difendere un sistema – la democrazia rappresentativa – basato su parlamenti che ormai sono la cinghia di trasmissione, nei singoli paesi, di derive ideologiche e di interessi di poteri internazionali per il tramite di qualche poverino che vende la Patria per una minestra di lenticchie? Non è forse il discredito della rappresentatività che induce ad apprezzare autocrati come Putin, Orban, Erdogan, Trump, che ai limiti di un processo elettorale genuinamente democratico, si dimostrano in grado di interpretare – di pancia, di pelle – gli interessi e sentimenti dei loro popoli? No, il tempo porterà verso questo esito le cui premesse sono già in nuce.

Se non succede nulla, si riparte a settembre. Buona estate.

Discussione

Trackback/Pingback

  1. Pingback: La deriva che vediamo | Average Joe - 7 febbraio 2019

  2. Pingback: C’è solo un Capitano | Average Joe - 27 maggio 2019

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: