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Politica Europa

“Oggi tocca all’Ungheria”

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La frase lanciata da un anonimo radioamatore nel momento in cui i carri armati sovietici invadevano, con il plauso dei “democratici” occidentali, Napolitano in testa, il paese del Patto di Varsavia che aveva provato ad uscire dal gioco comunista, può benissimo valere anche oggi, 12 settembre 2018, quando un altro Soviet, denominato Parlamento Europeo, condanna di nuovo, fortunatamente e per ora senza invasioni armate, il paese magiaro.

Deve essere un destino degli ungheresi quello di essere sempre all’opposizione di qualcosa, sempre dissidenti, sempre in prima fila, sempre vittime di forze esterne, fossero queste i barbari di Attila, i mongoli, i russi sovietici o gli europei impazziti. La richiesta di sanzioni, prima e per ora unica nella storia europea, votata oggi contro l’Ungheria sprofonda nuovamente questo paese nell’epos del dominio straniero e nel fato della privazione della libertà: non si può uscire dall’europeismo politicamente corretto come non si poteva uscire dal socialismo reale e, se qualcosa può valere, i magiari testimoniano sulla loro pelle che le due ideologie, come molte volte abbiamo detto su questo sito, sono in fondo l’una figlia dell’altra, accomunate entrambe dal disprezzo per la gente comune e per la sua ambizione di normalità e razionalità e protese entrambe ad un immane compito di predicazione e rieducazione, regolazione e punizione in vista di obiettivi millenaristici ed universalistici, ideologici, vaghi, incerti, costosi, collocati in un orizzonte temporale che trascende la vita umana.

Un parlamento di morti viventi, pieno di gente che nel 2019 non ci sarà più ma in cui un terzo dei membri è pagato dal magiaro Soros, ovviamente conclude la sua epopea con un atto ignobile volto a punire chi ha osato, per primo e con più forza, opporsi alla deriva ideologica che, solo 3 anni fa, predicava per l’Europa, culla della civiltà mondiale, un destino simile a quello del Sahara o delle Pampas, mero territorio vuoto ed insignificante da ricolonizzare ad opera di popolazioni incivili e arretrate. Fu Orban l’unico, in quei giorni estivi segnati dall’invasione islamica provocata dalla Merkel, ad alzare muri e mandare soldati così da lasciare indenne il suo paese ma anche da porre le basi per una contronarrazione che oggi, solo mille giorni dopo, è ormai diventata senso comune e forza politica. Non c’è nessuno, in nessun partito, in nessun paese europeo, che oggi possa invocare l’invasione migratoria come elemento positivo e di forza del continente e non sarà il voto di un consesso scadente a spostare questo dato politico. L’immigrazione come fenomeno di massa è morta, non è più proponibile per nessun politico che voglia continuare a fare questo mestiere, rimane come fenomeno da usare tatticamente come strumento di pressione e disturbo per paesi nemici, siano l’Italia o l’Ungheria.

Nel 2013 “lo chiede l’Europa” era il mantra che accompagnava qualsiasi iniziativa folle di distruzione del tessuto economico, sociale, civile, religioso dei paesi membri. Ripetere oggi il ritornello segnerebbe la fine della carriera di chiunque abbia bisogno di voti e questo segna il grande cambiamento avvenuto in un lustro. L’UE è ormai un morto che cammina, una replica del Sacro Romano Impero che non ha più la forza di indirizzare il destino dei suoi partner, una casta di dignitari ricchi e ben pagati che pesa sulle spalle dei sudditi, un’istituzione burocratica ubriaca di ideologia che ormai ha solo lo scopo di vessare i propri cittadini con norme insensate che rendono impossibile anche la regolare gestione di un forno e che di conseguenza da decenni produce risultati economici che sono, quando va bene, la metà di quelli americani ed un terzo di quelli cinesi e che cerca continuamente di fomentare motivi di scontro e divisione fra i paesi membri in una replica infinita del divide et impera. Sempre più sembra una replica dell’URSS improduttiva, inefficiente e burocratica ma impegnata senza requie nella lotta alla libertà di pensiero, di espressione e di organizzazione politica.

In soli cinque anni abbiamo avuto la Brexit, la quasi secessione di Visegrad, la secessione sfiorata della Catalogna, il fallimento della Grecia, la guerra in Ucraina ed in Siria, la fine dell’accordo con l’Iran, l’affermazione di partiti espressamente di destra ovunque. I vertici europei tremano tutte le volte che uno stato, uno staterello, un Laender, una regione o financo una grande città vanno al voto: quanto possiamo continuare così prima di riconoscere che l’UE ormai è il problema e non la soluzione, che i populismi crescono a causa e non nonostante le politiche europee e che la cooperazione europea deve essere rifondata su basi diverse, più equilibrate e più rispettose dell’identità e delle vocazioni dei popoli e con un patto fra i grandi Paesi che metta fine alle presidenze belghe e lussemburghesi, alle commissarie estoni e svedesi, alle Lady PESC che non si sa da dove venivano e dove andranno, ed a tutta la congerie di figurine di questo circo che ormai non fa più ridere?

Se oggi tocca all’Ungheria, domani può toccare a chiunque: il monito che non si è realizzato in epoca sovietica può avverarsi oggi. Un Parlamento ormai ammutinato rispetto non solo agli elettori ma anche ai governi a cui dovrebbe far capo lascia una polpetta avvelenata al vertice dei capi di governo che dovrà decidere se punire l’Ungheria o perdonarla. Al netto delle spaccature intergovernative (Italia, Austria, Germania) che il quesito determina in funzione della vicinanza a Orban, non è un problema che può avere una soluzione positiva. Nel secondo caso confermeranno coi fatti che Orban aveva e ha ragione, nel primo daranno il via ufficiale ad un meccanismo persecutorio che farà leva, caso per caso, sulle debolezze di ciascun paese e che aumenterà i timori, i rancori e le divisioni, incentiverà i radicalismi, ridurrà l’appeal dell’adesione e aumenterà i dubbi sulla permanenza nell’Unione. In entrambi i casi l’autorevolezza dell’UE sarà perduta e la sua immagine materna di grande benefattrice distrutta.

In un’epoca che vive di istanti e di sondaggi, sfuggono alla vista i movimenti storici che trovano radici in piccoli e remoti eventi. La fine di questa UE è segnata ed è solo questione di tempo: può darsi che fra qualche decennio avremo “Piazza 12 Settembre” o “Viale Viktor Orban, Statista e Patriota Europeo”.

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