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Economia e società, Politica Italia

Condono libera tutti

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854 miliardi di Euro sono i crediti fiscali che l’Amministrazione Finanziaria vanta nei confronti di cittadini ed imprese. Una cifra enorme che si è ovviamente formata gradualmente, nel corso degli ultimi 20 anni, anche per effetto del miglioramento nelle procedure di accertamento e riscossione. Pensare di condonare queste cifre con percentuali fra il 6 ed il 25% è urticante in quanto si consente a chi non ha adempiuto di sfangarsela con poca spesa mentre chi ha pagato lo prende in saccoccia ed è facile imputare tutti questi soldi al demone per eccellenza, al fenomeno che tormenta le notti ed i sonni dei bravi e dei giusti, alla rovina dell’Italia: l’evasione. In parte è vero. Però.

Però occorre fare anche qualche considerazione tecnica ed economica. La legge fiscale, come quella fallimentare, nel momento in cui fa valere le responsabilità individuali ipotizza implicitamente che le infrazioni siano imputabili solo a miscomportamenti dei singoli e niente concede al contesto in cui questi comportamenti si collocano. Non pagare tasse e contributi, non versare le ritenute d’acconto, ha ovviamente una valenza diversa in un ambiente economicamente espansivo o in uno recessivo. Se, mediamente, nel primo caso si tratta di espedienti per aumentare i profitti, nel secondo caso, mediamente, il fenomeno della mera impossibilità ad adempiere diventa molto più rilevante. La legge tributaria non può prevedere esimenti e scusanti perchè altrimenti i tributi non li verserebbe più nessuno però nemmeno quella penale, che con quella tributaria si intreccia ed è solitamente ricca di attenuanti ed interpretazioni comprensive per reati commessi da categorie sociali ritenute meritevoli di protezione (immigrati, poveri, donne) per le quali si ammettono motivazioni esimenti connesse all’onnipresente disagio sociale, al contesto socio-culturale di origine, alle condizioni concrete di vita, alla bontà degli intenti, nemmeno la legge penale, si diceva, ammette nessuna esimente per quei coglioni che hanno deciso di rischiare in proprio e fare gli imprenditori o i lavoratori autonomi, tanto che quelle poche sentenze che assolvono chi non ha versato le imposte solo perchè i soldi proprio non li aveva finiscono in prima pagina come dimostrazione, a seconda delle interpretazioni, dell’umanità dei giudici o della loro eterodossia ideologica. In effetti queste norme semplicemente riflettono il pregiudizio negativo che la variopinta congerie politically correct (insegnanti, intellettuali, giornalisti, funzionari pubblici), anche a nome dei suoi rappresentati (donne, ambientalisti, migranti, poveri, decrescitisti, delinquenti, gay), nutre nei confronti di quel povero soggetto che, mediamente, mantiene loro e le loro ideologie sconclusionate, il maschio bianco (spesso) etero. Però.

Però anche in economia la storia si incarica spesso di spazzare via le masturbazioni mentali. Uno dei problemi dell’Italia è quello di avere inventato il diritto e non l’economia per cui, mediamente, si pensa che basti scrivere una cazzata in un codice per renderla reale. Pur intrisa di marxismo, la cultura media italiana stranamente non ha ancora capito che è il diritto che segue l’economia e non viceversa. Questo lo si capisce, occasionalmente, in momenti di rottura della continuità economica: la crisi petrolifera del 1973 che mise fine al quasi trentennale ciclo espansionistico occidentale, la grande recessione del 1992, la depressione di questi anni. È in questi momenti che ci si accorge che le norme non sono sufficienti a creare denaro e che anche i crediti fiscali, quantunque giuridicamente e mediaticamente rivestiti di valore sacrale, se non sono sostenuti da adeguati flussi di reddito dei contribuenti diventano inesigibili, anche perchè negli ultimi 20 anni i meccanismi fiscali sono cambiati e sono diventati autoreferenziali, aumentando il distacco fra visione e realtà.

Quando si parla di evasione, la vulgata mediatica lascia pensare in generale al tizio che, invece di versare i fondi al governo per provvedere ai servizi essenziali, se li sputtana in consumi di lusso o li imbosca in paradisi esotici. Nessuno però dice che, negli ultimi 20 anni, il regime fiscale è progressivamente andato verso fenomeni di riduzione delle deducibilità (tipo “l’incasso è guadagno”), di catastalizzazione del reddito di impresa e di lavoro autonomo (primi fra tutti gli studi di settore), di inversione dell’onere della prova e di limitazione delle possibilità di difesa che, di fatto, rimettono nelle mani dell’amministrazione finanziaria la potestà di determinare il reddito imponibile e, per differenza, il reddito evaso. Se queste situazioni sono minimamente sopportabili, ancorchè ingiuste, in fasi espansive, diventano semplicemente inassolvibili in momenti recessivi. Il fatto di avere continuato ad applicare meccanismi accertatori pensati per altre fasi, coniugato con il furore ideologico che ha visto nell’oppressione fiscale una delle travi portanti del fenomeno di colpevolizzazione e spossessamento (in senso di privazione non solo patrimoniale ma anche dei diritti) dei cittadini normali verso lo stato e le categorie  protette e con il fisiologico ritardo con cui il diritto segue la realtà, ha portato ad accumulare caterve di crediti fiscali che sono tali contabilmente ma sono privi di qualsiasi contenuto economico.

Sfugge alla contabilità pubblica la distinzione fra valore contabile e valore economico di un credito. Un credito, come qualsiasi asset, soltanto apparentemente ha un valore oggettivo ma nella pratica il suo reale valore dipende dalla esigibilità a sua volta legata ai flussi reddituali del debitore. È un dato ben noto a imprese e banche, che non a caso devono effettuare prudenziali accantonamenti a copertura del rischio di inesigibilità dei crediti iscritti in bilancio, ma sconosciuto a quella pubblica. La discontinuità dei valori economici generata dalla grande recessione ha investito tutti gli asset (aziende, immobili, crediti) e ha determinato questo enorme iato fra valori di carico e valori reali. Non si vede perchè i crediti bancari inesigibili debbano essere venduti ad un quinto del valore facciale e quelli fiscali debbano rimanere eternamente scolpiti nel loro valore originario.  Di conseguenza il condono non è un regalo ma il semplice riconoscimento della realtà dei fatti che impone, tutto insieme, un adeguamento dei valori contabili a quelli economici.

Non sfugge il dato politico di un condono che libera dal servaggio 10 milioni di italiani che, tanto o poco, sono indebitati con il fisco e che per questo sono limitati nella loro libertà economica con la sostanziale impossibilità di acquistare immobili e veicoli o intestarsi conti correnti. Una situazione che appare inconciliabile con le garanzie costituzionali di libertà di iniziativa economica e che pone ogni singolo individuo in una oggettiva situazione di ricattabilità da parte dei pubblici poteri. Se si ammette, come spesso si fa, che la grande recessione post 2008 ha avuto le caratteristiche di un conflitto bellico, combattuto in gran parte dai governi contro i loro cittadini, allora i crediti fiscali sorti in quel periodo sono in gran parte assimilabili a profitti di guerra e, come avvenne nel 1945, devono essere tassati ed il condono realizza questa singolare opera di tassazione nei confronti dello stato.

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