//
stai leggendo...
Economia e società, Politica Italia

No, Federico, no

download (2) Classe 1966, due anni meno del blogger, Federico Fubini era, all’inizio degli anni ’80, come il blogger, un giovane figgicciotto fiorentino. Frequentando il Liceo Michelangiolo, antistante il mio ITC Duca D’Aosta nella centrale Via della Colonna, era usale incontrare il futuro vicedirettore del Corriere in strada, a volantinare, a manifestare o ad appiccicare tazebao autoprodotti. Fisico minuto, occhialini tondi, basco spesso calcato sui capelli ricci, Federico amava atteggiarsi a novello Gramsci forte anche di una ascendenza intellettuale (il nonno era uno scrittore) rara a quei tempi fiorentini. Onusto di studi condotti, suppongo, nella sua stanza semibuia, non si peritava di rendercene parte trasformando le riunioni pomeridiane in Via Alamanni in lunghe (e un po’ tediose) sessioni di analisi politico-ideologica. Di ritorno dalla vacanze, sarà stato il 1982, i compagni mi dissero che Fubini aveva smesso improvvisamente di fare politica in quanto “voleva studiare e fare carriera”. La decisione non turbò più di tanto la vita del blogger anche perché di lì a qualche mese avrei mollato anch’io. Mi era però rimasta sempre la curiosità di quel “fare carriera” così decisamente declinato da un ragazzetto 16nne, ritenuto evidentemente incompatibile con una militanza politica che sembrava invece appassionarlo.

Dimentico della vicenda, preso da 3 decenni di vita, ho reincontrato virtualmente Federico qualche anno fa allorchè si immortalò intervistatore di Mario Monti in un, penso, dimenticabile libro. Fatte le debite verifiche sul web, realizzai che il predetto Federico Fubini era proprio lui e che aveva davvero fatto carriera, scrivendo libri, passando da una testata prestigiosa all’altra, diventando sodale di Soros ed interpretando sempre l’aedo dell’europeismo più acritico e sfegatato. Realizzato che il sospetto che nutrivo, che cioè esistesse un qualche canale nascosto di reclutamento precoce di giovani promesse della classe dirigente da avviare chi al ruolo politico, chi a quello finanziario, chi a quello giornalistico e culturale, era reale e compreso anche che, nel 1982, la cooptazione nell’elite globalizzata non poteva effettivamente non passare dall’abiura di un partito allora ancora fortemente marxista, mi sono messo a seguire con maggiore attenzione la carriera del compagno che ce l’aveva fatta.

Ricca di titoli e parca di dettagli, internet restituisce che “Federico Fubini è passato da Firenze, dove è nato nel 1966, a Bruxelles, dove ha vissuto per quasi dieci anni a partire dal 1994. È passato anche dal greco antico, che ha studiato all’università, all’economia e alla finanza di cui si occupa ogni giorno da più di vent’anni”. Aulico agit prop dell’europeismo, suppongo che abbia passato i primi 15-20 anni di carriera a scrivere articoli, che francamente ignoro, sulle virtù dell’Unione Europea e sui benefici che abbiamo tratto dalla sua esistenza: pace, democrazia, libertà, diritti, benessere, tolleranza. In un’epoca priva di assilli numerici ed intrisa di europeismo svagato e sentimentale, suppongo bastasse intingere l’elegante prosa nel banale luogo comune per sfangarsela con poco e vivere di rendita. E suppongo anche che i problemi per Federico siano iniziati quando, a partire dal 2008, i numeri sono diventati l’essenza ossessiva dell’europeismo. Avendo fatto il percorso inverso e ponendo spesso mano alla pistola (virtuale) quando sento parlare di sonetti, odi e madrigali, suppongo che la stessa sofferenza insorse nel compaesano quando dovette passare dalla letteratura alla scienza delle finanze. Anche perché, nonostante l’apparente disinvoltura dell’incipit del Corriere, il passaggio “dal greco antico all’economia e alla finanza” non è affatto banale. E non essendo stato fatto quando era logico farlo, cioè a 18 anni, lascia inevitabilmente come strascico una necessaria superficialità e banalità di approccio ai temi che si vorrebbero affrontare.

In effetti, leggere gli articoli economici di Fubini produce la stessa sensazione di inadeguatezza che il blogger prova di fronte all’arte moderna, alla musica classica o alla rima baciata. Si ha la sensazione, spesso, di leggere qualcosa di imparaticcio, superficiale, limitato, acquisito in modo mnemonico, non elaborato e non “rimasticato” quando non addirittura copiato da altri testi di persone che ne sanno di più. E altrettanto spesso l’impressione è che l’originale sia semplicemente una velina che qualche ufficio di propaganda si premura di passare, a lui come a molti altri giornalisti, per semplificargli l’arduo ma retribuito compito di scrivere qualcosa. Anno dopo anno, passando da Monti a Letta, a Renzi e Gentiloni, ora ai pentaleghisti, la morale è sempre quella: aumentare le tasse (tutte, sulla casa, sulla successione, sui consumi) e tagliare le pensioni rinviandole sino alla morte naturale. Ovviamente rimanere sempre fedeli sudditi della tecno-burocrazia di Bruxelles e rifuggire dalle tentazioni dei populismi. E se proprio ci caschiamo, nel peccato populista, dobbiamo espiarlo tramite mortificazione economica, esplosione dello spread ed arrivo della Trojka. Amen.

È per questo che ad agosto sono rimasto piacevolmente stupito dalla lettura di un lungo fondo che di fubiniano aveva ben poco. Il compagno degli ingenui sogni rivoluzionari giovanili osava ammettere che, forse, le aspettative di rapido passaggio della nottata populista in Italia ed in Europa erano azzardate. Che anche nel 1791 e nel 1919 molti non si aspettavano che le rivoluzioni, rispettivamente borghese e proletaria, sarebbero durate nel tempo. Nelle more dell’imminente censura tutela del copyright stabilita dal Soviet Supremo Parlamento Europeo due settimane fa, mi permetto di riportare ampi stralci dell’articolo:

  • Tutto può essere. Può essere anche che le ammende si accumulino ma l’infatuazione degli italiani per il governo populista si trasformi in rapporto stabile
  • queste forze europeiste e liberali hanno il rifiuto di chiedersi perché i connazionali gli abbiano voltato le spalle per affidarsi a leader ai loro occhi tanto smargiassi, poco istruiti e invisi ai grandi media esteri che quegli esponenti del vecchio establishment leggono ogni mattino. Credevano di guidare il proprio Paese verso un futuro migliore e non capiscono come sia possibile che il Paese non li voglia più.
  • le élite europeiste nelle loro certezze non hanno mai perso tempo a valutare il retroterra su cui innestavano questa continua pressione psicologica sui loro connazionali.
  • La più evidente è che la promessa di prosperità o almeno di normalità offerta dall’euro non è stata mantenuta. Poco importa che ciò sia accaduto, in buona parte, perché i politici e il sistema produttivo non hanno avuto il coraggio e la lungimiranza di prepararsi davvero all’unione monetaria, in modo da sfruttarne meglio i vantaggi e contenerne gli svantaggi.
  • Gli italiani hanno capito soprattutto la sostanza, cioè che quella promessa europea è stata disattesa. Come Nino Manfredi in «Pane e cioccolata», hanno scoperto che non bastava camuffarsi da nordici per diventare davvero tali. Negli ultimi anni hanno anche visto che alcune delle richieste di sacrifici più dolorose arrivate dal Nord Europa non erano nel loro vero interesse o nell’interesse dell’equilibrio generale europeo. Piuttosto, riflettevano una percezione tedesca dell’interesse europeo o magari solo una sete di consenso interno del governo di Berlino.
  • Questa pressione per somigliare alla Germania ha finito così per produrre reazioni ambivalenti. Rivelava nella nazione leader un fastidioso innamoramento di se stessa e finiva per aggravare il complesso di inferiorità nei seguaci italiani, dato che le distanze aumentavano anziché ridursi. Un modello distante e irraggiungibile crea solo frustrazione. Peggio, gli italiani vedono che i membri delle élite europeiste che spingevano in quel senso, per qualche ragione, cascano sempre in piedi; non condividono mai il destino di penuria e insicurezza del loro popolo.
  • Matteo Salvini e Luigi Di Maio entrano in scena a questo punto. Non hanno studiato molto, non pretendono di sapere, si vantano del loro passato di lavoretti o della «panzetta» perché, dice Salvini, «non vado in palestra e se vedo un cornetto alla crema me lo magno». Hanno risposte sbagliate, ma domande giuste (disoccupazione, disuguaglianza…).

Comprenderete anche voi che l’articolazione di pensiero, il tono dubitativo, la prosa dialogante che per la prima volta si degna di prendere in considerazione, e non semplicemente di disprezzare, le argomentazioni dell’avversario, il riconoscimento di errori, limiti, promesse non rispettate dall’Euro, la comprensione per i bifolchi che questi errori hanno subito, comprenderete dicevo che questi elementi rappresentano uno iato, una frattura, un cambio di passo nella produzione fubiniana. Diceva Pertini che l’ora più terribile sono le quattro del mattino quando, nel silenzio totale, ti trovi solo con te stesso: questo deve essere accaduto a Federico che, tutto insieme, all’improvviso, ha ritrovato un barlume del se stesso giovane ed acuto critico della realtà. Ma l’alba fuga le nubi della notte e anche Fubini deve avere avuto un sussulto perché, chiudendo l’articolo con il classico argomento classista, stabilisce che la colpa è dell’elettore sollevato “dal senso di inferiorità di doversi adattare a un modello superiore. I nuovi potenti hanno convinto gli italiani che sono liberi; vanno bene così, nei loro limiti, e più niente è atteso da loro”: insommaitaliani assimilati sprezzantemente ed in massa ai Brexiters vecchi ed ignoranti ed ai Deplorables trumpiani.

Ne consegue che questo pezzo – uno dei migliori dell’anno, non solo suo ma di tutta la “stampa di qualità” – è rimasto purtroppo un unicum del Fubini pensiero che oggi, con lo spread a 280, prevedibile come la vecchiaia, tedioso come in gioventù e fastidioso come la diarrea, conferma che una manovra in deficit del 2,4% non è ammissibile in Italia e che non è pensabile di fare paragoni con la Francia che ha sì un deficit del 2,8% ma solo transitoriamente e con un debito del 97%.

Ed allora, concludendo queste reminescenze giovanili e senili insieme, vale la pena rispondere un po’ al vecchio compagno di lotte.

debit-pubblico
Tu ben saprai, caro Federico, che L’UE sta attraversando una crisi generale dal 2008. Nei primi anni, quando il PIL calò ovunque nell’ordine del 5-7%, la risposta di tutti gli stati fu quella classica keynesiana che tutti pavlovianamente ci aspettavamo: maggiore spesa pubblica, aumento dei deficit e conseguentemente dei debiti. Questa immagine dimostra l’andamento di quegli anni nelle maggiori economie e dimostra come dal 2007 al 2011 il debito esplose ovunque, soprattutto in Spagna, Portogallo e Grecia (per non parlare dell’Irlanda in cui passò dal 27 ad oltre il 100% in un giorno per effetto del salvataggio di due banche), anche nella virtuosa Francia, ma non in Italia che, pur partendo da un livello alto (105%), era seconda solo alla Germania per minor incremento percentuale.

Ora, è vero che l’Italia partiva da livelli più alti ma questo era vero sin dall’inizio dell’avventura e del resto il rapporto debito/PIL inferiore al 60% era uno dei tre requisiti di ammissibilità al club. L’Italia nel 1997 aveva un ratio superiore al 100% ma, miracolosamente, questo fatto venne ignorato. È vero che la classe politica ha disperso il dividendo dell’Euro, così come quello recente del QE, ma è anche vero che nessuna procedura per debito eccessivo è mai stata chiamata dalla Commissione Europea.

Non avevamo capito, allora, che la politica di bilancio espansiva non era la classica risposta keynesiana ad una crisi di domanda ma un espediente per salvare le banche. Non lo capimmo perché l’Italia, al tempo, diversamente da tedeschi, francesi, belgi, inglesi, olandesi ed irlandesi, non ne aveva alcun bisogno. Però fatta la grazia gabbato lo santo e quindi, negli anni successivi, è partita la teoria dell’austerità espansiva che, a parte essere basata sui dati falsificati di Alesina&Gavazzi, è un ossimoro del genere la lussuria casta o la dieta ingorda. Le regole strettissime imposte all’Italia, a prezzo di un golpe bianco nel 2011, hanno comportato una nuova recessione (unica fra i grandi paesi) insieme ad un ulteriore aumento del debito che l’austerità voleva contenere. Niente di strano che l’indice sia aumentato, miracoloso che lo abbia fatto di poco stabilizzandosi in un intorno del 130% sin dal 2013. L’indice è diminuito solo una volta, nel 2017, di un mero valore statistico (dal 132% al 131,5%). E non è da nascondere il fatto che, in un confronto di valori nominali e non reali com’è il Debito/PIL, pesano non poco gli ultimi cinque anni in cui la componente inflazionistica determinata dall’austerity, malsommata, vale appena il 2,60% totale. In questi termini e misure, il debito risulterà altissimo per decenni e scenderà al 60% solo nel 2161,  bloccando l’economia e la democrazia mentre la sua sostenibilità sarà sempre in dubbio.

Anno Debito/PIL Deficit/PIL Inflazione PIL (reale) Disoccupazione  Spesa per interessi
2005  101,90 –   4,20     1,80     2,02     7,70     4,50
2006  102,50 –   3,60     1,70     2,30     6,80     4,40
2007    99,70 –   1,50     1,70     1,68     6,10     4,80
2008  102,30 –   2,70     1,70 –   0,10     6,70     4,90
2009  112,50 –   5,30     1,40 –   6,30     7,70     4,40
2010  115,30 –   4,20     1,50     1,00     8,40     4,30
2011  116,40 –   3,50     2,80     0,40     8,40     4,70
2012  123,40 –   3,00     3,00 –   2,50   10,70     5,20
2013  129,00 –   2,90     1,20 –   1,90   12,10     4,80
2014  131,80 –   3,00     0,20     0,10   12,70     4,70
2015  131,50 –   2,60     0,10     1,00   11,90     4,20
2016  132,00 –   2,50 –   0,10     0,90   11,70     4,00
2017  131,50 –   2,30     1,20     1,50   10,90     3,80

La mancanza di rischio connessa al debito pubblico è legata all’esistenza di una banca centrale che abbia il potere di monetizzarlo, cosa che oggi non è più e che quindi lo rende analogo a quelli privati. In un altro recente pezzo, ho evidenziato la differenza fra valore facciale e valore economico di un credito: è evidente che mancando adeguati flussi di reddito del debitore, presto o tardi il primo si deve adeguare al secondo e sono ormai 10 anni che le risorse dei risparmiatori (che sono anche lavoratori, contribuenti e possessori di immobili) sono state distrutte per evitare che ciò accada: 22 miliardi di capitalizzazione di borsa sono davvero tanti di fronte a 1.000 miliardi (1.000.000.000.000) di svalutazione degli immobili e ad un milione di ULA perse?

Gli indici economici riflettono ormai una disperata lotta fra numeratori e denominatore: la scelta del governo è quella di scommettere sull’aumento del secondo. Ora, di fronte ad una manovra assolutamente espansiva che dovrebbe, anche solo per le regole di statistica economica (G, spesa pubblica, entra come tale nel calcolo del PIL) aumentare il PIL, due cose sarebbero da spiegare. La prima è come mai un trasferimento di 9 miliardi come gli 80 euro sia stato benedetto ed uno analogo come il reddito di cittadinanza sia da maledire, e non mi si venga a dire che in questo modo si premiano i nullafacenti perchè anche il bonus Renzi fu  concesso agli impiegati, il cui voto il segretario PD strappò a Grillo nelle Europee 2014, senza alcun aggravio di impegno da parte loro. E tutto questo senza considerare che una cosa è dare 1.000 Euro a chi ne guadagna 18.000 e può quindi anche capitalizzarli ed un’altra, mi sembra, è darne 10.000 a chi non guadagna nulla e quindi magari li spende mettendo in moto i meccanismi dei moltiplicatori. La seconda, come mai un aumento di debito di 80 miliardi in tre anni, determinato dal comunemente accettato deficit all’1,6%, andasse bene mentre uno di soli 40 miliardi in più, che alla peggio, anche se fosse assolutamente privo di effetti sul denominatore, lo spingerebbe al massimo al 134%,  sia deleterio al punto da determinare, in ordine sparso, default, uscita dall’Euro e distruzione della moneta comune.

Nel periodo della crisi (2008-2017) il rapporto deficit/Pil in Italia è stato mediamente del 3,2% e non supera il 3% dal 2011 ed anche allora lo fece di solo di mezzo punto. Successivamente è sempre stato sotto alla soglia ma mai, tranne nel 2017, sotto al 2,4% oggi reputato inaccettabile. È vero che questo dato è lontano dal pareggio di bilancio ma è anche vero che questo pareggio fu promesso e mai mantenuto anche da Renzi (che in campagna elettorale puntava addirittura al 2,9% per cinque anni) e Gentiloni senza che ci fossero reazioni scomposte. Ed in ogni caso il massimo valore del rapporto deficit/PIL consentito dai trattati è comunque fissato al 3%. Il fatto che non si rispetti il dettato costituzionale novellato all’art. 81 è solo la normale conseguenza – amico dimentico degli antichi studi –  del fatto che è l’economia che determina il diritto e non il contrario. Ed analogamente il fatto che non venga rispettato un accordo con la Commissione Europea è il segno del ritorno della primazia della politica rispetto a diritto e tecnica, cosa che suppongo i classici greci dessero per scontata. Del resto Germania e Francia hanno infranto il limite se e quando hanno voluto ed i cugini lo hanno rispettato di poco solo nel 2017 (2,9%) dopo 9 anni di eccessi. Lo stesso 2,8% previsto per il 2019 sarà facilmente arrotondato al rialzo fra un anno e, per quanto supposto legato a rimborsi fiscali una tantum, non è tuttavia estraneo ad una lunga tradizione in tal senso.

Se le regole economiche hanno un senso, un paese con il 97% di debito/PIL, il 2,8% tendente al 3 di deficit/PIL, un deficit strutturale delle partite correnti, la disoccupazione al 9%, perché non viene aggredito dai mercati? Perchè ha rating AA e l’Italia BBB? E perché è invece aggredito dai mercati un paese come la Turchia che rispetta tutti i parametri di Maastricht con valori migliori di quelli tedeschi ma ha una posizione netta sull’estero negativa? La risposta è semplice: la Francia non viene aggredita per meri motivi politici legati alla sopravvivenza dell’UE ed alla disponibilità di una sia pure patetica force de frappe e la Turchia viene aggredita, come l’Italia, per motivi politici e perché soffre di una crisi valutaria e non creditizia. Se la Turchia è indebitata in dollari, l’Italia lo è in Euro cioè in una moneta non gestita dalla sua banca centrale e posta fuori dal suo controllo. Del resto, anche nel 1992 la crisi italiana nacque dal Forex e dagli impegni a mantenere un certo rapporto di cambio con l’ECU e solo mediatamente la crisi divenne creditizia. In un mondo senza cambi, le tensioni si abbattono sui debiti, sui prezzi e sui salari.

Ora è evidente a tutti che le ricette degli ultimi otto anni sono state fallimentari, hanno distrutto la domanda interna che pesa per la quasi totalità del PIL, hanno ridotto la competitività delle imprese, abbattuto le famiglie, peggiorato i servizi, addirittura distrutto lo spirito imprenditoriale come la continua svendita di grandi imprese dimostra. Il governo ha passato un mese a discutere di percentuali insignificanti come se fossero questione di vita o di morte, è oppresso da burocrati e ricattato da società di rating e banchieri (centrali). Il meridione ha parametri reali inferiori alla Grecia ed intere generazioni rischiano di arrivare alla pensione (sociale) senza avere lavorato, guadagnato, fatto figli, costruito la loro esistenza. Tutto questo per rispettare imposizioni che rendono evidentemente insostenibile il servizio di un debito in valuta straniera, di valore nominale intatto e di valore reale costante o addirittura crescente. Le misure del governo sono in parte incoerenti ed oggettivamente rischiose ma, in Italia come in Europa, il tempo della supply side economics e del mercantilismo è finito: qualsiasi cosa facciamo, nessuno verrà mai dall’estero ad investire a Sessa Aurunca o a Castrovillari ed allora anche una misura del tutto antimeritocratica come il reddito di cittadinanza può essere utile a smuovere un equilibrio mortifero, facendo leva sull’orgoglio di persone che possano provare l’ebbrezza di prendere decisioni economiche mai osate in vita loro e da qui usare questi soldi per avviare una vita diversa e fruttuosa evidentemente basata su presupposti diversi. Gli investimenti stranieri vanno dove possono ottenere ritorni alti, non dove si dovrebbe garantire la sussistenza: l’unica possibilità per il sud è di rimettere in moto un processo di investimento endogeno a partire da una maggiore spesa locale e dalla ricostruzione di un sistema di microimprenditorialità basato sulla stessa ed è curioso che il MISE con Invitalia incentivi proposte imprenditoriali di tal fatta ed il MEF invece voglia fare tabula rasa dei loro presupposti. E non deve sfuggire il fatto che, volenti o nolenti, come del resto questo blog ha anticipato da anni, dopo un quarto di secolo il sud si è fatto un suo partito, ha scelto un suo leader e adesso, forte dei numeri parlamentari, si siede al tavolo delle scelte chiedendo una sua parte: anche questi sono Deplorables? Ed ora che il coniglio è uscito dal cilindro e corre nei corridoi, come potranno i parlamentari sudisti del PD e della destra sottrarsi al sostegno di una misura così popolare senza mettere a rischio la rielezione? Bene o male la bambina ha visto il re nudo e non è più possibile tacitarla.

Il DEF realizza una manovra keynesiana in piena regola abbinando tagli di entrate ed aumenti di spesa e fanno ridere Giavazzi&Alesina che si concentrano solo sul reddito di cittadinanza sorvolando il taglio fiscale che poggia sul blocco degli aumenti IVA e sulla flat tax per milioni di lavoratori autonomi. Erano del resto gli stessi che nel 2011 privilegiavano gli aumenti di imposte ai tagli di spesa perchè preferivano colpire l’elettorato di Berlusconi e salvare i dipendenti pubblici supposti piddini. Pur essendo, lo ridico, meritocratico di natura, non si può accettare una tesi che contesta l’erogazione di 9/10 miliardi a poveri italiani mentre si sostiene il dovere di darne 5/6 a clandestini stranieri. La spesa pubblica alimenta per definizione il PIL e ha un moltiplicatore che gli economisti neo-liberisti hanno artatamente sottovalutato, come il FMI ha ormai ampiamente riconosciuto per la Grecia. Mostra la corda, alla luce dei primi sondaggi, il tentativo di alimentare un tutti contro tutti (nord contro sud, pensionati contro giovani, lavoratori contro destinatari del reddito di cittadinanza) che affossi il consenso alla manovra. Vedremo nei prossimi giorni, ma la sensazione è che il Paese non sia più disponibile a soffrire senza fine, senza requie e senza speranza. Il Paese ha invece bisogno urgente di crescita reale e nominale, compresa una botta di inflazione che allenti la pressione del debito, ed allora vale la pena di provare con queste misure. Può darsi che siano sbagliate ma anche le ricette tue e di quelli come te lo sono state e lo sono tutt’oggi.

È evidente a tutti che la scelta di entrare nell’Euro fu sbagliata, che uscire è costosissimo e penoso, che gli errori di pianificazione e gestione politica sono stati drammatici. Ma, amico umanista, vale la pena vivere così, schiavi di un numerino? In una comunità politica che parla solo di minacce, sanzioni, punizioni ed attacchi?  In un Paese in cui ormai non c’è più rimedio economico alla fatalità ed agli scherzi della natura con intere popolazioni che vivono fra le macerie? In cui dignità, diritti, libertà, autodeterminazione dipendono ormai da entità lontane ed intangibili come le divinità dell’Olimpo? È giusto che ragazzini che nel 2008 giocavano alla play siano destinati all’infelicità perenne ed inemendabile per colpa delle scelte, sbagliate ma irreversibili, loro bisnonni? In ultimo, è meglio una fine spaventosa o uno spavento senza fine? E siamo sicuri che ci sarà, poi, questa fine o che invece l’Italia non sia realmente troppo grande per fallire e debba essere lasciata libera di seguire il suo destino, trovando una soluzione per forza non ortodossa ad una pressione debitoria insostenibile, violando in qualche modo regole che non sono più attuali?

No, Federico, così non va. C’è un momento in cui politica, economia, demografia entrano nella vita delle persone, in cui le tensioni pubbliche diventano disagio personale, in cui vivere diventa faticoso, complesso, demotivante: oggi siamo a quel punto, occorre uno sforzo di coraggio per ritrovare dignità e libertà, anche a costo di perdere qualcosa di materiale. È il momento di riprendere i libri dei filosofi greci che hai studiato e lasciare i bigini neo-liberisti che hai imparucchiato. Io credo che sia arrivato il momento di dare risposte nuove alle giuste domande del tuo fondo del 23 agosto.

Discussione

5 pensieri su “No, Federico, no

  1. ..la stessa carriera e percorso della maggioranza degli ex sessantottini con l’eskimo e lotta continua spiegazzata in tasca con il logo in bella mostra che aprivano i cortei e prendevano la parola nelle manifestazioni e nelle occupazioni..(meglio non fare nomi e/o fare esempi..non sia mai che….)
    tutti “coptati”,inseriti senza renderci conto…noi pecore…che la borghesia si era impossessata della sinistra dei proletari… e la fine dell’urss avrebbe fatto il resto….
    (negli usa gli ex sessantottini, antitutto sono poi diventati addirittura neo-con guerrafondai)
    quindi stop al classismo, niente piu differenze tra operai quadri dirigenti padroni etc ma semplice distinzione
    tra ricchi e poveri…
    trionfo dell’ordoliberismo ultraborghese, che attraverso il controllo delle banche centrali detta o meglio impone la politica economica a tutti(o quasi) i paesi del sistema.

    ps.ma mica avrai il dente avvelenato perchè “quello” ha fatto carriera e tu no?

    "Mi piace"

    Pubblicato da cincinnato1961 | 8 maggio 2019, 5:49
  2. Non occorre avere il dente avvelenato per fare un po’ di chiarezza sul Federico-pensiero, che volle farsi economista (senza appropriati titoli) e ora, a quanto sembra, nemmeno più giornalista.

    "Mi piace"

    Pubblicato da Utnapishtim | 8 settembre 2019, 17:18

Trackback/Pingback

  1. Pingback: Bugia, bugia, bugia | Average Joe - 23 novembre 2018

  2. Pingback: Dagli amici mi salvi Iddio | Average Joe - 15 luglio 2019

  3. Pingback: Manco Fubini | Average Joe - 3 dicembre 2019

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: