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Economia e società, Politica Italia

48 ore

images Il 27 settembre il Governo deliberò la NADEF che prevedeva il deficit al 2,4% per tre anni scatenando la tempesta finanziaria che da allora ci perseguita. La tabella che segue mostra la performance delle principali borse dal 24/9 al 10/10.

27/09/2018 10/10/2018 DELTA DELTA “RISPARMI BRUCIATI”     (MILIARDI $)
FTSE MIB 21511 19719 -1792 -8,33%

–                                                   41,65

DAX30 12436 11712 -724 -5,82% –                                                139,61
CAC40 5540 5206 -334 -6,03% –                                                282,94
FTSE100 7545 7145 -400 -5,30% –                                                215,03
SP500 2916 2786 -130 -4,46% –                                             1.014,45
SPREAD 237 296 59 24,89%

Al netto della caciara della “stampa di qualità”, se ne deduce che le perdite della borsa di Milano sono sostanzialmente in linea con le altre e molto più modeste in valori assoluti. Lo spread è salito di 59 punti base di cui 60 imputabili all’aumento dei rendimenti italiani (da 2,91% a 3,51%) compensati da un aumento di 3 basis point dei Bund tedeschi (da 52 a 55). Il flight-to-quality c’è stato in misura molto modesta e soprattutto molto inferiore alle aspettative (speranze?) degli oppositori di “questo” governo. Addirittura l’aumento dei rendimenti tedeschi non citato da nessuno fa pensare che la situazione non sia percepita dai “mmercati” come catastrofica. Del resto il Bund beneficia del QE di Draghi che è proporzionato sul Pil e non sul Debito/PIL per cui la BCE compra di più i titoli che non avrebbero bisogno di aiuto abbassando i costi dello stato tedesco e distruggendo le sue banche. I tassi americani a 10 anni sono oggi al 3,17% e quelli tedeschi allo 0,52%: sarà più sicuro il titolo di una superpotenza di dimensioni continentali che domina i mercati finanziari, emette la valuta di riserva del mondo, ha 6500 testate nucleari o quello di una media potenza imbelle che campa di export? Misteri della finanza. Per questo occorrerebbe guardare ai rendimenti e lasciar perdere la differenza con un metro che tutti i giorni si restringe.

Oggi poteva essere il giorno del cigno nero, il tracollo di Wall Street che ieri ha perso $ 630 billion poteva scatenare l’inferno e portare lo spread verso la ferale quota 400. Non è accaduto e questo è bene. I mercati sono più razionali dei burocrati e stanno cominciando a capire che il gioco contro l’Italia è ormai alla frutta. Il fatto è che il rating BBB è troppo basso e non ha tenuto conto della stabilizzazione dei tre anni passati ed il maggior debito non giustifica 6 notches di differenza dalla Francia e 2 dalla Spagna. Abbassarlo ancora significa accorciare la miccetta di un petardo sopra una cisterna di benzina. Un eccessivo downgrade dell’Italia porterebbe ad una crisi che si sa dove comincia ma non dove finisce, con un debito (pubblico, non privato) che è il quadruplo della Lehman Brothers. Per questo S&P, Moody’s e Fitch tergiversano, rinviano, ricattano, abbaiano ma alla fine non mordono: dite pure ai fondi mondiali di vendere titoli italiani downgradati a BB+ e poi, con il popcorn in mano alla Renzi maniera, godiamoci lo spettacolo della fine dell’Euro.

Nei giorni passati lo spread è salito solo con le uscite verbali di Moscovici (PSF, 5-6%) e Dombrovskis (V, 6,7% in Lettonia, meno voti che a Rifredi, quartiere di Firenze). Silenziati i ragazzi dopo la missione di Savona, il clima si è rasserenato ed alla fine lo spread è ai livelli del 27 maggio. Unicredit (https://it.reuters.com/article/businessNews/idITKCN1ME17B-OITBS), in un report del 4 ottobre (spread 279) riferisce che “assumendo che la curva dei tassi italiani si mantenga sui livelli di questi giorni, UniCredit calcola quindi che a fine 2018 il costo medio del funding calerebbe al 2,70% pur nell’attuale situazione di stress, rispetto al 2,79% di fine 2017, mentre a fine 2019 il costo si porterebbe al 2,78%. L’effetto, secondo il report, sarebbe un aggravio di 3 miliardi dei costi sostenuti per il pagamento degli interessi. Un secondo scenario, definito “molto negativo”, prevede uno slittamento verso l’alto di tutta la curva dei rendimenti italiani di 150 punti base rispetto alla situazione attuale (fino a 430, ndr). In questo caso UniCredit calcola un costo del funding al 2,74% a fine 2018 e al 3,06% a fine 2019, che si tradurrebbe in 8 miliardi in più di tassi di interesse a carico dello Stato. Uno scenario infine più favorevole, basato sui tassi medi dei governativi italiani osservati nella prima metà di quest’anno, porterebbe a un costo del debito in discesa al 2,66% a fine 2018 e al 2,53% a fine 2019, garantendo risparmi sugli interessi passivi di un miliardo”. Alla fin fine, peanuts: nel breve/medio periodo i costi di finanziamento sono plafonati in alto o in basso e nessuno mi venga a dire che 3 miliardi in più o uno in meno (su 850 di spesa pubblica) fanno la differenza fra l’abisso e l’empireo.

La scommessa del governo si gioca sul PIL posto al denominatore: se non aumenta, aumentando lo stock di debito, i problemi ci sono tutti. Ma c’è il tempo di giocarla, almeno tutto il 2019. Non a caso, giorno dopo giorno, mano a mano che la comunicazione di “questo” governo diventa più ordinata, l’allarmismo sta declinando ed emergono commentatori che cominciano a trovare qualcosa di buono nella manovra. Le contestazioni non sono economiche ma politiche e attengono alla messa in discussione di un paradigma austeritario ormai alla frutta comunque. Non è un caso che il PD sia sparito perchè un partito “de ssinistra” magari ancora non può contestare l’aiuto ai bisognosi o l’anticipo delle pensioni, che FI si concentri curiosamente solo sul reddito di cittadinanza (con Salvini al 48% al nord, i pochi deputati che avrà saranno terroni, strano mettersi contro una misura tanto gradita al Meridione) e che l’opposizione sia fatta solo da primi e secondi riporti (Banca d’Italia, UPB, Corte dei Conti, INPS) che in USA, con lo spoil system,  sarebbero stati cambiati a giugno. Ed alla fine, anche la visita di Draghi ha lasciato poco segno.

I rischi sono sistemici: scoppio delle bolle, limiti al commercio mondiale, crisi valutarie. Il futuro vedrà nuovi QE dappertutto, per tempi e volumi illimitati, e forse anche l’era delle banche centrali indipendenti che ricattano gli stati finirà. E’ una scelta politica, ci vuole un po’ di tempo ma fra 48 ore si vota in Baviera: un po’ di fortuna, lo zampino di AfD, la CSU che cala ancora un po’ ed i tedeschi i problemi politici li avranno in casa loro e allora la musica cambierà. Ancora poche ore.

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