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Immigrazione, Politica Europa

Caos calmo

flussi-768x1024Sulla “Stampa di qualità” è tutto un inneggiare ai Grunen che in Baviera, con il loro 17%, hanno fatto da contraltare ai terribili sovranisti dell’AfD che si sono fermati al 10 o poco più.

Nessuno ha fatto vedere una tabellina come questa

2013 2018 DELTA INCREMENTO
CSU DESTRA 47,6 37,2 -10,4
AFD DESTRA 0 10,2 10,2
FW DESTRA 9 11,6 2,6
FDP DESTRA 3,3 5,1 1,8 DESTRA 4,2
SPD SINISTRA 20,6 9,7 -10,9
LINKE SINISTRA 1,1 3,2 2,1
VERDI SINISTRA 8,6 17,5 8,9 SINISTRA 0,1
ALTRI 8,7 5,4 -3,3

che dimostra che l’area di centro destra è passata dal 59,9 al 64,1 e quella di sinistra dal 30,3 al 30,4.

Non c’è quindi nessun boom delle forze di sinistra ma si è verificato un semplice travaso di voti che ha penalizzato la SPD, che sembra avere esaurito la sua fase storica, e favorito i Verdi che appaiono invece nuovi, moderni e cool, una specie di partito radical-liberale che ha sposato tutti gli argomenti che piacciono a quelli a cui piace la globalizzazione (immigrazione, frontiere aperte, integrazione ambientalismo) senza neppure quelle fastidiose reminescenze marxiste che impongono (o imporrebbero) di prestare attenzione anche ai poeracci di casa nostra. Del resto il fatto che i due terzi dell’elettorato abbiano scelto partiti che, a partire dalla CSU convertita al salvinismo fuori tempo massimo, sono critici sulla scelta merkeliana del 2015, chiude la bocca a chi vuole travisare il voto dandogli significato di richiesta di più diritti, più eguaglianza, più libertà, concetti intesi sempre a senso unico in termini pro-imm.

La socialdemocrazia appare ormai dilaniata dalle sue contraddizioni a lungo esposte su questo blog, massima quella di avere scambiato per ricchi le classi basse e medio basse occidentali che hanno patito drammaticamente la crisi e non hanno avuto molto sollievo dalla ripresa, stentata, ancora in corso. Il fatto che siano benestanti rispetto ai poveri del terzo mondo non significa che stiano in realtà bene e soprattutto non giustifica la scelta, incomprensibile, di chiedere loro i voti per promuovere politiche a favore di altri. La SPD è ridotta al lumicino e si tira dietro tutte le socialdemocrazie occidentali (anche in Lussemburgo ieri giunte ai minimi storici). Partiti che hanno patito e superato due conflitti mondiali e atroci dittature hanno probabilmente risorse culturali, intellettuali e umane per recuperare a partire, però, da una riflessione critica sulle politiche migratorie degli anni recenti che oggi manca ancora all’orizzonte e che implica, suppongo, anche il ripudio dei collegamenti con (e finanziamenti di)  ONG e fondazioni sorosiane.

A destra perdono i democristi che stanno anche loro esaurendo la parabola storica, incapaci pur essi di gestire le contraddizioni della globalizzazione che ormai sta colpendo anche i ceti medio alti che rappresentano, dimidiati tra il desiderio di agganciarsi al treno dell’upper class globalizzata e la paura di trovarsi immersi in una realtà socio-economico-culturale terzomondizzata. Le prime analisi dei flussi dimostrano che il calo della CSU, che ha tardivamente abbracciato una specie di populismo politicamente corretto, ha alimentato tutte le altre destre – il che significa che la sua sconfitta non è dovuta alle politiche anti immigrazione ma alla scarsa fiducia nella sua capacità di attuarle –  e solo lotte di potere e cordate impediscono una collaborazione feconda fra partiti che sembrano tutti convergere sul sovranismo e sull’identità. Nella strategia politica del dopoguerra, la CSU aveva il compito di coprire il fianco destro evitando l’emergere di partiti a destra della democrazia cristiana che avrebbero potuto facilmente trascendere in nostalgie naziste. La CSU di Strauss aveva ben svolto tale compito assumendo posizioni che nulla avevano da invidiare a quelle del MSI. Questo schema è ormai saltato con formazioni a destra della CSU che superano il 27%, ed è stato sostituito dalla conventio ad excludendum nei confronti di AfD. CSU mantiene percentuali superiori di 10 punti alla media nazionale che giocoforza limitano la crescita di altri, a partire da AfD stessa, e dimostra abilità tattica nell’appoggiarsi ai Freie Wähler – Liberi Elettori, sconosciuti al mondo, variamente definiti come populisti locali o liste civiche associate. Questa frammentazione ed un risultato solo lievemente migliore di quanto previsto dai sondaggi salvano il partito dalla necessità di scegliere fra padella (verdi) e brace (AfD) optando per un unico partner affine ideologicamente e con le stesse connotazioni localistiche.

La Baviera replica la frammentazione politica ormai tipica della Germania e, in parte, la contrapposizione fra cosmopoli (Monaco, dove molti collegi sono andati ai Grunen) e campagna. Di suo ci mette la strana contrapposizione fra ambientalismo politico e industria automobilistica su cui riposa la sua fiorente economia. Il punto di caduta sembra essere il passaggio all’auto elettrica che si porta però dietro problemi tecnici e logistici importanti ma soprattutto una ridefinizione della catena del valore che non sarà, ovviamente, a saldo zero e che potrebbe far rimpiangere agli incauti elettori i fumi del diesel. Considerato poi che l’elettricità in Germania viene dalla lignite, appare una scelta poco ambientalista in linea, peraltro, con l’evoluzione dei Verdi per i quali ormai l’ecologia è solo un retaggio identitario ed un biglietto da visita che copre scelte critiche in settori diversi.

AfD non fa male, anzi, perchè i FW non c’erano lo scorso anno e non le portano via molto, ma sembra ormai plafonata e ha bisogno, come del resto la Lega, di delineare un progetto politico più ampio e strutturato scegliendo anche fra economia di mercato ed assistenzialismo. Infine, la Merkel si trova in mezzo al guado: in queste condizioni né CSU, né Spd vorranno andare alle elezioni anticipate e ciò la rafforza tatticamente ma nel medio periodo qualche decisione dovrà essere assunta per evitare l’evaporazione dei partner di governo. Il progetto è probabilmente quello di far entrare in maggioranza i Grunen che potrebbero essere il catalizzatore europeo in grado di normalizzare altri movimenti, in primo luogo il M5S. L’UE popolar-liberal-socialista ha i mesi contati e l’establishment deve cooptare forze fresche per presidiarla. La sua flessibilità ideologica e politica le consente di fare questo ed altri passi mentre la svolta a destra segnerebbe la sua messa a riposo. Il percorso è comunque stretto e dipenderà dai prossimi risultati della CDU che potrebbe, a fine mese, avviare il proprio percorso di flessione in Assia il che scatenerebbe i maggiorenti locali contro di lei. Seguendo le elezioni regionali tedesche dal 2008, si è visto che sono importanti per fini interni ma non hanno il potenziale di scatenare una crisi politica che investa l’UE. In ogni caso i problemi politici ormai albergano stabilmente in cruccolandia e questo forse dà all’Italia qualche margine in più in questa fase.

Le ultime elezioni (Svezia, Baviera) non sono state entusiasmanti ed il sovranismo, pur ormai diffuso ovunque, sta incontrando dei limiti. Sempre di più la partita decisiva saranno le Europee di maggio 2019.

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