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Immigrazione, Politica Italia

Minnestre riscaldate

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Questo blog ha seguito con attenzione l’operato di Minniti nella sua breve stagione di ministro dell’Interno, a partire dai suoi immediati tentativi di creare una grande alleanza di tribù del Sahara per contrastare i flussi migratori. Non ha nascosto, in quei primi tempi, lo scetticismo verso un’operazione dai contorni improbabili,  prima ancora che difficili, che si è poi consolidata nei mesi grazie anche all’imbecillità di Macron. Si ricorderà che il presidente francese, nei mesi di luna di miele successivi all’elezione, pieno di sé ed ambiziosissimo, provò a mettere il cappello sulla Libia convocando un vertice a Parigi con Al Sarraj e Haftar durante il quale fece un incredibile tentativo di far stipulare un accordo ai due avversari. Ai tempi la “stampa di qualità” (perché libera non ha ormai più il coraggio di chiamarsi), alla disperata ricerca di un conducator europeo che avesse la stoffa di opporsi a Trump, esaltò le straordinarie doti di leadership di Macron e non mancò di stigmatizzare la mediocrità dei politici italiani che si erano fatti soffiare senza accorgersene il piatto libico di sotto agli occhi. La narrazione durò lo spazio di un pomeriggio perché la mattina dopo Al Sarraj, architetto imbelle ed indifeso, atterrito dalla prospettiva di allearsi con un generale armato fino ai denti ed uso alla guerra ed all’omicidio, si fermò a Roma e chiese l’invio di sei navi militari a sostegno del suo governo. Le navi scesero poi a due per evitare che si pensasse ad un’invasione ma con quella mossa il premier si garantì un’assicurazione sulla vita (attaccare le postazioni tripoline equivaleva ad attaccare due navi italiane e quindi della NATO, con tutti i rischi del caso) che tuttora perdura. Per inciso, questo modesto blog fu il primo, sulla scorta di quell’episodio, ad ipotizzare che Emanuel tanto adatto a quel compito poi non fosse, cosa oggi direi ormai acclarata. E certo la mossa dell’attuale premier libico tanto estemporanea non sarà stata, visto che raramente le cose accadono per caso. E, dato che Minniti ha un esemplare cursus honorem in ambito NATO-Servizi, è probabile che il suo zampino nella vicenda ci fosse.

Com’è, come non è, si arrivò all’estate 2017 che vide Minniti imporre una stretta severa sui flussi migratori inaugurando tutto l’armamentario di strumenti (contrasto alle ONG, accordi con governi e, appunto, tribù, trasferimento di equipaggiamento alla marina libica) che sono stati poi potenziati dall’attuale governo. Siccome l’orbo è re nel paese dei ciechi e siccome questo modesto blog si sforza di seguire le umane vicende con una prospettiva ideologico-politica del tutto di parte unita però ad un fondamentale tentativo di onestà intellettuale, non si mancò di dare atto al Ministro dei buoni risultati del suo operato che ridussero i flussi  di circa il 75% riportandoli, se non alla normalità, almeno alla gestibilità. Persona molto seria, forse troppo per il suo partito attuale, Minniti intuì anche che l’emergenza migranti stava diventando un’emergenza democratica, intesa non solo come disfatta del suo partito ma come possibilità che ambienti che contano decidessero che piuttosto che niente, fosse meglio piuttosto con un’escalation sulla stampa, del tutto inusuale in Italia, di interventi di altri gradi militari.

È vero d’altra parte che, come tutte le cose di sinistra, anche il contrasto all’immigrazione doveva svolgersi secondo modalità “democratiche” e “politicamente corrette” ed in definitiva inefficaci, per cui doveva in primis regolare i flussi ma non azzerarli (altrimenti come facevano le coop a marginare?) e poi abbinarsi a tutta la retorica dell’accoglienza e dell’integrazione portata avanti da PD, CEI, Mattarella, Bergoglio, ecc.

Come dice il proverbio, dagli amici mi guardi Iddio e quindi anche i maggiori nemici di Minniti furono i compagni di partito (Delrio che lo portò alla minaccia di dimissioni) e l’estrema sinistra che gli scatenò contro la grande manifestazione pro-imm di Milano che lo elesse al ruolo di “boia” da abbattere con slogan analoghi a quelli riservati, nella mia giovinezza, a Pinochet e Videla.

Se il medico pietoso lascia la piaga purulenta, questo destino è capitato al buon Marco che, con i suoi sforzi generosi e fruttuosi ma del tutto parziali, ha scoperto gli altarini della retorica buonista e di sinistra che si basava sul triplice caposaldo dell’immigrazione inevitabile-doverosa-positiva. Alla fine lo sforzo del Ministro ha dimostrato che i flussi non erano inevitabili, che l’accoglienza illimitata non era dovuta a tutti i costi perché altrimenti non la si sarebbe limitata e che di conseguenza non era nemmeno positiva perché altrimenti non ci sarebbe stato motivo di limitarla. Con il che ha scontentato i pro-imm e fatto incazzare anche quelli che, per 3 anni, si erano bevuti le novelle di Bergoglio e Boldrini. La conseguenza è stata che, fra chi proponeva di azzerarla e chi proponeva di limitarla, gli elettori hanno scelto i primi, Minniti è stato eletto solo per il gioco dei resti e Salvini ora è al suo posto.

Salvini ha sicuramente beneficiato dei canali aperti da Minniti, tuttavia portandoli alle estreme conseguenze, ma ha potuto godere anche di una situazione geopolitica molto più favorevole per la vicinanza del nuovo governo a Trump che, a sua volta, liberatosi delle fregnacce del Russia Gate (a proposito, avete notizie?) aveva riportato gli USA sulla scena mediterranea e medio orientale. La situazione che sta emergendo in Libia è in generale molto più favorevole agli interessi italiani: respinto l’attacco militare dei primi di settembre a Sarraj, si sta negoziando il passaggio di consegne che verrà formalizzato a novembre in una conferenza a cui potrebbero partecipare sia Trump che Putin, si è di nuovo assunto il ruolo di lord protettore della Libia su mandato USA, si sono salvaguardati gli interessi petroliferi, si è raggiunta un’intesa con l’Egitto e si è ridicolizzato il piano di Macron di far votare a Natale sotto le bombe. Nel mentre la Libia ha assunto il controllo di una zona SAR adeguata, la guardia costiera ha recuperato decine di barconi anche nei giorni degli spari a Tripoli, si sono ridotte ai minimi termini le corse delle barche ONG che ormai svolgono solo un’opera di testimonianza volta a mantenere la tradizione, a punzecchiare Salvini, a logorarlo, a indurlo in errore e, magari, a sperare in un naufragio che riapra la questione dei passaggi umanitari.

Salvini ha completamente distrutto la catena logistica dell’immigrazione che vedeva nelle ONG gli attori di un duplice ruolo: estrazione del massimo valore possibile dalla catena commercio di esseri umani tramite passaggi in mare non banali e non attuabili autonomamente dai migranti, come avviene invece sulla terraferma, e drammatizzazione delle situazioni ad uso e consumo dei media e dei loro mandanti (economici) e destinatari (politici). Il blocco degli arrivi in Italia è stato preso sul serio e ha retroagito anche sui flussi in partenza. In più, le tremenda efficacia della politica salviniana ha invertito il corso della comunicazione, fino allora ossessivamente imperniata sul corto circuito fra ONG-Media e governo, e ha assunto l’egemonia culturale sull’argomento tanto da rendere implausibili anche le esternazioni di Mattarella e del Papa. Infine ha svelato tutta l’ipocrisia dell’UE e degli altri stati europei di fronte a forme minimali di arrivi di extracomunitari.

Di fronte a questi oggettivi successi, dopo un primo tentativo di criminalizzare Salvini con notizie infondate su migliaia di morti in mare (fake news culminate con “il salvataggio” dell’attrice negra con le unghie smaltate) e su improbabili atti di razzismo invece commessi da vitelloni figli di piddini, la narrazione della sinistra ha provato a sminuire i risultati del governo dicendo che, in fondo, Salvini aveva solo portato avanti il lavoro svolto da Minniti. Come si è detto, onestamente, ciò è in parte (anche se non del tutto) vero ma pone il PD di fronte all’ennesimo bivio ideologico: l’immigrazione libera e incontrollata è un fattore positivo o no? Perché nel primo caso non si capisce perché ci si dovrebbe vantare dei successi di Minniti e nel secondo non si può non notare che Salvini ha comunque fatto meglio.

La sinistra di matrice socialista non riesce a fare i conti, criticamente, con un fenomeno a cui si è impiccata e che la sta facendo estinguere, come le elezioni in Baviera confermano. L’opinione pubblica è ormai, in misura superiore anche al consenso sovranista-populista, contraria a fenomeni incontrollati di immigrazione. La nomina di Minniti a segretario PD o candidato premier non scioglierebbe i nodi ma manterrebbe l’ambiguità sul tema proponendo agli elettori un “controllo attenuato” dell’immigrazione che è deludente per alcuni e urticante per la maggioranza e che costituirebbe un passo indietro rispetto alle posizioni attuali italiane ed europee. Peggio ancora, forse, riporterebbe alla narrazione retorica tutta accoglienza-integrazione-autocolpevolizzazione che è forse ancora più insopportabile del fenomeno stesso. Non credo che sarebbe positivo per il Paese ma probabilmente neanche per il PD che non può più limitarsi a lanciare la palla in tribuna. Le minestre riscaldate, tranne rare eccezioni, non sono mai buone.

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